
Il sentiero che conduce al Colle de "L'infinito", nei pressi di casa Leopardi Foto: F. Giovannelli
Sin dall’umanesimo quattrocentesco l’uomo è stato posto al centro delle riflessioni di vari ambiti della cultura. Con il concetto di homo faber l’essere umano ha considerato se stesso come artefice del proprio destino e costruttore della propria vita, capace di controllare gli eventi, gli esiti delle azioni e la natura.
L’antropocentrismo è radicato in noi come un dato naturale ed inevitabile, un esito della nostra essenza che, in quanto tale, sarebbe indispensabile al funzionamento del meccanismo di produzione vitale sulla Terra. Le visioni catastrofiche che negli ultimi anni sono andate sviluppandosi vedono l’estinzione del genere umano come una minaccia per l’esistenza stessa della Terra: se l’uomo scompare anche la Terra cesserà in qualche modo di esistere. Pensiero più che mai errato e cieco. Cieco, perché ignora che l’uomo non è un elemento indispensabile all’ecosistema. Cieco, perché ignora l’importanza delle altre specie animali, che l’opinione dell’uomo della strada vuole prive di qualsiasi forma di cultura.
A tal proposito l’antropologo Francesco Remotti nel suo ultimo libro Cultura. Dalla complessità all’impoverimento (2011, Edizioni Laterza) dichiara che <
L’uomo, che ritiene se stesso detentore della verità e capace di dominare la natura, si trova ad appartenere a qualcosa di ignoto e non controllabile: se Engels vedeva una soluzione in un incremento del sapere scientifico e storico per calcolare e controllare con maggior lucidità anche gli effetti più a lungo termine, trasformando il dominio da cieco e brutale in conoscitivo, la nozione kuhniana del paradigma (caratterizzato da due elementi fondamentali: presentare risultati sufficientemente nuovi per attrarre un gruppo stabile di seguaci e nello stesso tempo essere sufficientemente aperti da lasciare al gruppo di scienziati costituitosi su queste basi la possibilità di risolvere problemi di ogni genere) ha evidenziato l’aspetto relativo delle scienze naturali.
Una forte invettiva contro il genere umano viene espressa anche da Leopardi nelle Operette morali: contro il positivismo ottocentesco egli ritiene la natura una madre cattiva ed indifferente alle sofferenze umane. Nel Dialogo della Natura e di un Islandese, la Natura afferma: <
De Sade si spinge ancora oltre quando, in un ambito completamente diverso da quello di Leopardi ma vicino ad egli per quanto riguarda la critica all’antropocentrismo, dichiara ne La filosofia nel boudoir: <
Queste incursioni in vari ambiti culturali (antropologia, filosofia, scienza, letteratura) mostrano una convergenza interdisciplinare su questo tema. L’uomo si ostina a ritenersi in diritto di considerarsi indispensabile ad un ecosistema che forse gioverebbe addirittura della sua scomparsa, a cui non seguirebbe la fine del mondo.
Justine, la protagonista dell’ultimo film di Lars Von Trier (Melancholia, 2011) afferma: <