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Noi non ci saremo

Scritto da Stefano Formisani il 26.04.2012

Il sentiero che conduce al Colle de "L'infinito", nei pressi di casa Leopardi Foto: F. Giovannelli

Sin dall’umanesimo quattrocentesco l’uomo è stato posto al centro delle riflessioni di vari ambiti della cultura. Con il concetto di homo faber l’essere umano ha considerato se stesso come artefice del proprio destino e costruttore della propria vita, capace di controllare gli eventi, gli esiti delle azioni e la natura.

L’antropocentrismo è radicato in noi come un dato naturale ed inevitabile, un esito della nostra essenza che, in quanto tale, sarebbe indispensabile al funzionamento del meccanismo di produzione vitale sulla Terra. Le visioni catastrofiche che negli ultimi anni sono andate sviluppandosi vedono l’estinzione del genere umano come una minaccia per l’esistenza stessa della Terra: se l’uomo scompare anche la Terra cesserà in qualche modo di esistere. Pensiero più che mai errato e cieco. Cieco, perché ignora che l’uomo non è un elemento indispensabile all’ecosistema. Cieco, perché ignora l’importanza delle altre specie animali, che l’opinione dell’uomo della strada vuole prive di qualsiasi forma di cultura.

A tal proposito l’antropologo Francesco Remotti nel suo ultimo libro Cultura. Dalla complessità all’impoverimento (2011, Edizioni Laterza) dichiara che <>. Il carattere catastrofico del collasso riguarda quindi il ruolo dell’umanità nel sistema, non il sistema stesso. << La complessità naturale si dimostra più forte di ogni velleità culturale>>.

L’uomo, che ritiene se stesso detentore della verità e capace di dominare la natura, si trova ad appartenere a qualcosa di ignoto e non controllabile: se Engels vedeva una soluzione in un incremento del sapere scientifico e storico per calcolare e controllare con maggior lucidità anche gli effetti più a lungo termine, trasformando il dominio da cieco e brutale in conoscitivo, la nozione kuhniana del paradigma (caratterizzato da due elementi fondamentali: presentare risultati sufficientemente nuovi per attrarre un gruppo stabile di seguaci e nello stesso tempo essere sufficientemente aperti da lasciare al gruppo di scienziati costituitosi su queste basi la possibilità di risolvere problemi di ogni genere) ha evidenziato l’aspetto relativo delle scienze naturali.

Una forte invettiva contro il genere umano viene espressa anche da Leopardi nelle Operette morali: contro il positivismo ottocentesco egli ritiene la natura una madre cattiva ed indifferente alle sofferenze umane. Nel Dialogo della Natura e di un Islandese, la Natura afferma: <>. Il Dialogo di un Folletto e di uno Gnomo è ambientato in una situazione post-apocalittica, che oggi identificheremmo con il risultato di un’esplosione nucleare che ha sterminato il genere umano; lo Gnomo afferma: <> ed il Folletto aggiunge: <>. Torna dunque il tema dell’indifferenza della natura, a cui Leopardi aggiunge: <>.

De Sade si spinge ancora oltre quando, in un ambito completamente diverso da quello di Leopardi ma vicino ad egli per quanto riguarda la critica all’antropocentrismo, dichiara ne La filosofia nel boudoir: <>.
Queste incursioni in vari ambiti culturali (antropologia, filosofia, scienza, letteratura) mostrano una convergenza interdisciplinare su questo tema. L’uomo si ostina a ritenersi in diritto di considerarsi indispensabile ad un ecosistema che forse gioverebbe addirittura della sua scomparsa, a cui non seguirebbe la fine del mondo.

Justine, la protagonista dell’ultimo film di Lars Von Trier (Melancholia, 2011) afferma: <>. A questa affermazione fa eco il finale de La coscienza di Zeno di Italo Svevo: << L’uomo s’è messo al posto degli alberi e delle bestie ed ha inquinato l’aria, ha impedito il libero spazio. Il triste e attivo animale potrebbe scoprire e mettere al proprio servizio delle altre forze. Ne seguirà una grande ricchezza…nel numero di uomini. Ogni metro quadrato sarà occupato da un uomo. Chi ci guarirà dalla mancanza di aria e di spazio? L’occhialuto uomo inventa gli ordigni fuori del suo corpo e se c’è stata salute e nobiltà in chi li inventò, quasi sempre manca in chi li usa. […] Sotto la legge del possessore del maggior numero di ordigni prospereranno malattie e ammalati. Forse traverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute. Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati quali innocui giocattoli. Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po’ più ammalato, ruberà tale esplosivo e s’arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e malattie>>.

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