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Quarta ondata di democratizzazione in Nord Africa e Medio Oriente

Scritto da Chiara Pane il 16.02.2011

MubarakDa ormai quasi due mesi, i Paesi del Nord Africa e del Medio Oriente (MENA), sono scossi dalle rivolte di piazza, iniziate lo scorso 17 dicembre in Tunisia, che vedono coinvolte tutte le fasce della popolazione. Questi popoli protestano contro i loro governi “dispotici”, contro il carovita, la disoccupazione e le ineguaglianze sociali.

I governi di questa regione, sono, infatti, accomunati dalla presenza di leadership personalistiche, che gestiscono il potere secondo un sistema patrimoniale tradizionale, per cui le risorse politiche ed economiche non sono oggetto di diritto, bensì considerate un’estensione del patrimonio personale del leader e accordate dal potere del “buon padre” ai cittadini quando sono “buoni figli”. Questa gestione del potere è la causa della formazione di reti clientelari ed alimenta la corruzione, che nell’area raggiunge livelli altissimi, così come mostra la classifica internazionale sulla corruzione elaborata dall’Organizzazione Transparency International. In questa classifica, i Paesi MENA occupano le posizioni più basse e gli indici di percezione della corruzione, elaborati assegnando agli Stati un punteggio da 0, massima corruzione, a 10, assenza di corruzione, evidenziando la drammatica situazione, poiché il punteggio raramente supera i 3 punti. Per fare qualche esempio, l’Egitto 3.1, l’Algeria 2.9, la Libia 2.2, il Marocco 3.4, la Tunisia 4.3, la Mauritania 2.3, lo Yemen 2.2, la Sira 2.5.

Questi sono i dati del 2010, ma la situazione si è mantenuta costante nel tempo, così come sono costanti gli indici per la valutazione dei diritti politici e delle libertà fondamentali elaborati dall’organizzazione statunitense Fredoom House, che assegna ad ogni Paese  dei valori che vanno da un massimo di 1 ad un minimo di 7, considerando liberi i paesi in cui il punteggio è uguale o inferiore a 2,5; parzialmente liberi fino a 5,5; e non liberi quei paesi in cui il punteggio è superiore a 5,5. Nessun governo della regione è oggi pienamente democratico, ad eccezione forse di Israele, la sui situazione è però particolarmente segnata dal noto conflitto arabo-palestinese ed in minor misura della Turchia, in cui però sono ancora frequenti violazioni dei diritti umani contro le minoranze etniche, come quella curda brutalmente repressa. Nei restanti paesi i sistemi politici sono autoritari e la banca dati Freedom House mostra la carenza di libertà dell’intera area. Per citare qualche esempio: la Tunisia nei dati del 2010, che si riferiscono all’anno precedente, ha un punteggio di 7 per i diritti politici e 5 per le libertà civili; l’Egitto e l’Algeria 6 per i diritti politici e 5 per le libertà civili; la Libia ferma sul 7-7.

Egitto, manifestazioni di protestaGli scienziati politici tengono a sottolineare come questa regione sia rimasta fuori dalla cosiddetta “terza ondata di democratizzazione”, per dirla alla Huntington, famoso politologo statunitense, che ha investito il resto del mondo nell’ultimo trentennio del XX secolo. Fino allo scorso dicembre, non era facile o forse quasi impossibile immaginare risvolti positivi circa un futuro processo di reale liberalizzazione di tale area, tutto sembrava destinato a restare immobile. Una definizione ad hoc era stata elaborata per descrivere questi regimi, “regimi ibridi”, ovvero autoritarismi particolari, con caratteristiche inedite capaci di conservarsi e consolidarsi nel tempo. Tali regimi consentono forme di competizione politica e perfino l’indizione sistematica di elezioni, senza per questo trasformarsi in democrazie. Anzi, in questi regimi, proprio le procedure democratiche possono costituire lo strumento principale per ottenere ed esercitare piena autorità politica, ma la violazione di tali regole e l’adattamento delle stesse da parte di chi governa ai propri interessi, infrange gli standard minimi richiesti a sistemi anche solo parzialmente liberi. La manipolazione delle procedure e dei risultati delle elezioni rappresenta lo strumento privilegiato di sovversione dei contenuti democratici di tali regimi e ciò è confermato dagli esiti plebiscitari delle ultime elezioni: nel 2009 Bouteflika fu rieletto come presidente dell’Algeria per il terzo mandato consecutivo con il 90,24% dei voti; in Egitto nel 2005 Mubarak intraprese il quinto mandato con l’88,6% dei voti; così come nel 2009 in Tunisia Ben Ali fu rieletto anch’egli per il quinto mandato con il 89,62% dei voti.

Ma, le proteste che stanno oggi infiammando le piazze di quasi tutti i paesi della sponda sud del Mediterraneo, e che hanno portato lo scorso 14 gennaio alla fuga di Ben Ali, e dopo poco più di un mese alle dimissioni di Moubarak, fanno già parlare di quarta ondata di democratizzazione. Purtroppo, però, pur mantenendo una prospettiva positiva, bisogna restare cauti nell’emettere giudizi affrettati, poiché il processo di democratizzazione e nello specifico il consolidamento democratico, è un processo complesso e complicato, che per andare avanti ha bisogno della collaborazione e dell’attivismo non solo della società civile, ma anche e soprattutto della volontà delle forze politiche, delle forze di polizia e dell’esercito, che in Tunisia ed Egitto ha deciso le sorti della rivoluzione. Questo processo di definizione-fissazione e successivo adattamento delle diverse strutture e norme proprie del regime democratico necessita di tempo, quindi bisognerà seguire attentamente i prossimi accadimenti, fondamentali per la delineazione del nuovo scenario.

Per il momento, ciò che è certo è che i popoli di questa parte del sud del mondo sono stati disposti a mettere a repentaglio, e delle volte persino a porre fine alle loro vite, pur di estromettere i loro vecchi leader, e sono stanchi di sentir parlare di democrazia solo come parola svilita del mercato politico. Chiedono rispetto e auspicano una vita dignitosa. Pretendono che chi li governi lo faccia nell’interesse del popolo. Non è forse questo il significato più antico della parola democrazia, governo per il popolo.

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