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Cambiamento climatico in Cornovaglia favorirebbe coltivazioni esotiche

Scritto da Leonardo Debbia il 18.07.2016

La penisola della Cornovaglia costituisce l’appendice meridionale della Gran Bretagna che si protende nell’Oceano Atlantico, la punta estrema della grande isola da cui ha inizio lo stretto braccio di mare, il Canale della Manica, che si estende lungo le coste orientali, separando l’isola dal resto dell’Europa.

La posizione espone la regione alle forze – talvolta congiunte, talvolta contrastanti – dei venti e dell’oceano, conferendole un clima che è spesso mutevole.

Finora, il clima della Cornovaglia, il più mite di tutta la Gran Bretagna, era definito ‘temperato oceanico’, essendo il territorio il più meridionale e il più soleggiato, anche perchè lambito dalle acque calde della Corrente del Golfo che ne mitiga le escursioni termiche.

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Cornovaglia. Land’s End, dove la terra finisce, come si riteneva un tempo, dato che con lo sguardo non si scorgeva che oceano

Tuttavia, era inevitabile che anche qui il riscaldamento globale facesse sentire i suoi effetti, apportando, sia pure con temperature di poco più elevate, modifiche sostanziali agli ecosistemi, che fanno ripensare, per l’intera regione, ad una nuova collocazione climatica.

Oggi, per la Cornovaglia, si può parlare infatti di evoluzione del clima in senso subtropicale e questo si traduce nell’avvento di nuove colture esotiche, come la quinoa e il cachi giapponese, che hanno una buona probabilità di essere coltivate con successo, secondo una nuova tecnica sviluppata dagli esperti nel monitoraggio del clima dell’Università di Exeter.

A partire dal 2000, sono aumentate di numero le zone della Cornovaglia divenute gradualmente subtropicali e da questo cambiamento potrebbe conseguire l’opportunità di far crescere nuove piante, finora insolite per queste latitudini.

Del resto, girasoli, mais, viti e piante da tè sono già cresciute nella regione.

I ricercatori dell’Ambiente e dell’Istituto per la Sostenibilità di Penryn, Cornovaglia, hanno sviluppato nuove tecniche per la modellazione dei microclimi locali.

Questi modelli tengono conto degli effetti del terreno, della temperatura del mare, dell’altitudine e delle proprietà chimico-fisiche del suolo per prevedere le temperature locali, che possono differire notevolmente da quelle misurate dalle stazioni meteorologiche.

L’utilizzo di questi modelli mostra che il livello raggiunto dall’aumento delle temperature negli ultimi 40 anni interessa oramai tutta la regione, dato che la Cornovaglia è diventata più soleggiata e più calda e che alcune località hanno beneficiato di queste variazioni anche più di altre.

Il dottor Ilya Mclean, ecologo e lettore senior di Exeter, che ha condotto la ricerca, afferma: “Mentre le condizioni subtropicali possono creare opportunità per consentire la crescita di colture esotiche, c’è da osservare che le temperature medie continuano a mantenersi elevate e la frequenza più bassa di gelate sta rendendo la Cornovaglia più vulnerabile alla propagazione di specie invasive. Se quindi da un lato dobbiamo far tesoro delle opportunità, d’altro canto dobbiamo gestire i rischi connessi all’innalzamento termico. Questo richiederà agli scienziati di continuare il loro lavoro senza perdere di vista il settore orticolo”.

Le tecniche delle colture si basano sul sistema di classificazione delle zone climatiche elaborato dal geografo Glenn Thomas Trewartha, di origine Cornico-americana, nel 1966.

Secondo questa classificazione, le zone climatiche vengono così ripartite: polare, boreale, temperata, subtropicale e tropicale.

Utilizzando questo sistema, le regioni in cui le temperature si aggirano sui 10° C per 4-7 mesi all’anno sono considerate temperate, mentre se i valori salgono anche di poco sopra i 10°C per più di 7 mesi all’anno, i climi sono da ritenersi subtropicali.

L’impatto dei cambiamenti climatici e le strategie di adattamento della vite sono stati pubblicati sulla rivista Global Change Biology.

Una considerazione conclusiva. Nel mio ultimo articolo, segnalavo la presenza delle specie animali aliene nel Mediterraneo, come conseguenza del global warming in atto. Ora è stata la volta della diffusione di colture vegetali ‘calde’ nelle acque atlantiche a latitudini sempre più elevate.

Flora e fauna vanno modificando gli ambienti e gli ecosistemi.

L’attuale riscaldamento del pianeta, anche se presentatosi naturalmente nel passato, con tracce residue che vengono riscoperte un po’ ovunque, va tuttavia monitorato con attenzione perché ‘diverso’; soprattutto in considerazione del fatto che, a differenza del passato, l’origine è da attribuire esclusivamente a noi stessi.

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