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Là dove c’era l’erba… qualche millennio fa

Scritto da Leonardo Debbia il 26.03.2018

Durante uno studio di un sito preistorico nel deserto libico, un team di ricercatori delle Università La Sapienza di Roma, di Modena e Reggio Emilia e di Huddersfield, Regno Unito, è stato in grado di dimostrare che già 10mila anni fa nell’Africa sahariana si coltivavano e si immagazzinavano cereali selvatici.

Oltre a riportare alla luce questa significativa prima pratica agricola – di cui finora non era stata trovata traccia, in questa regione – la scoperta, cui il contributo italiano è stato determinante, prospetta anche come si potrebbero affrontare le crisi alimentari in un futuro non troppo lontano, qualora dovesse continuare il global warming in atto.

Riparo di roccia a Takarkarori (crediti: Università di Huddersfield)

Riparo di roccia a Takarkarori (crediti: Università di Huddersfield)

Il team di ricercatori stava indagando sui reperti rinvenuti in un antico rifugio roccioso del sito chiamato Takarkori, nel sud-ovest della Libia, campagna guidata dall’archeologo Savino di Lernia, dell’Università di Roma.

Oggi, la regione è prevalentemente desertica, ma durante l’Olocene, circa 10mila anni fa, quella stessa area faceva parte del cosiddetto ‘Sahara verde‘ o Sahara umido, dove il clima, di tipo subtropicale, favoriva la vegetazione oggi tipica della savana e dove crescevano anche cereali selvatici.

A Takarkori sono stati rinvenuti più di 200mila semi, raccolti in piccole concentrazioni circolari, a dimostrazione che gli antichi cacciatori-raccoglitori avevano già sviluppato una prima rudimentale forma di agricoltura, raccogliendo e immagazzinando i raccolti.

Tra gli archeologi, tuttavia, qualche dubbio su queste particolari forme di raccolta di semi è sorto. Saranno state realmente espressioni primitive di una cultura umana che si apprestava a cambiare il proprio stile di vita o poteva trattarsi di altro?

Esisteva un’altra possibile spiegazione, alternativa a quella espressa, relativa alla realizzazione di queste concentrazioni circolari.

E se invece si fosse trattato dell’ opera di insetti, in particolare di formiche, che si sa essere in grado di spostare e accantonare semi?

Il dr Stefano Vanin, lettore di Biologia forense all’ Università di Huddersfield, nonchè entomologo di spicco in campo forense e archeologico, assieme ai botanici Anna Maria Mercuri e Rita Fornaciari, dell’Università di Modena e Reggio Emilia, ha esaminato e analizzato un gran numero di campioni di questi semi.

Le sue osservazioni gli hanno consentito di dimostrare che gli insetti non avevano niente a che fare con la scoperta e questo supporta la prima ipotesi, che considera gli antichi esseri umani come artefici dell’attività di raccolta e di conservazione dei semi.

La ricerca di Takarkori ha fornito le prime prove, mai conosciute prima, di coltivazione e di stoccaggio, diciamo così, di semi di cereali in Africa.

Il sito ha prodotto altre scoperte chiave, tra cui i resti di un cesto intessuto di radici, che avrebbe potuto benissimo essere usato per raccogliere le sementi. Inoltre, l’analisi chimica della ceramica rinvenuta nel sito dimostra anche che furono prodotti zuppa di cereali e formaggio, a riprova della transizione, probabilmente databile tra i 7000 e i 5000 anni fa, degli antichi raccoglitori a pastori-allevatori.

Un documento comune sulla ricerca, firmato dai botanici Anna Maria Mercuri e Rita Fornaciari dell’Università di Modena e Reggio Emilia, Marina Gallinaro e Savino di Lernia, archeologi de La Sapienza di Roma e dallo stesso Vanin, descrive le ultime scoperte e le lezioni da trarne sulla rivista Nature Plants.

“Quella che emerge è un’evidenza archeo-botanica straordinaria”, commenta Savino di Lernia.

Una delle conclusioni è che, sebbene i cereali selvatici raccolti dai popoli dell’Olocene del Sahara, possano essere anche definiti ‘erbacce’, secondo i canoni dell’agricoltura moderna, potrebbero, in un futuro, costituire un alimento importante.

“Lo stessso comportamento che ha permesso a queste piante di sopravvivere in un ambiente mutevole, in un remoto passato, li rende i candidati più probabili per costituire risorse di base in un prossimo futuro afflitto dal riscaldamento globale”, affermano gli autori.

La ricerca basata sui risultati di Takarkori, nel frattempo, continua.

Il dr Vanin, assieme alla dott.ssa Jennifer Pradelli, sotto l’égida dell’ Università di Huddersfield, sta analizzando le prove fornite dalle tracce degli insetti per saperne ancora di più sull’evoluzione dell’allevamento di animali nel sito.

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