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Il Mediterraneo più caldo spinge le faune in acque più profonde e più fredde

Scritto da Leonardo Debbia il 26.12.2021

Un nuovo studio dell’Università di Tel Aviv ha scoperto che a causa dell’aumento della temperatura dell’acqua nel Mar Mediterraneo a seguito del riscaldamento globale, le specie di animali marini, quali pesci, crostacei e molluschi (esempio, i calamari) stanno cambiando il loro habitat per andare a vivere decine di metri più in profondità, in acque più fredde.

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Lo studio è stato condotto da un team di ricercatori della School of Zoology della George S. Wise Faculty of Life Sciences e dello Steinhardt Museum of Natural History presso lo stesso Ateneo, coordinati da Shahar Chaikin e sotto la supervisione del prof. Jonathan Belmaker.

I risultati dello studio sono stati resi noti sulla rivista Global Ecology and Biogeography ed evidenziano implicazioni di ampia portata sia per la pesca che per il futuro delle riserve naturali marine.

Il riscaldamento della Terra ha avuto un impulso particolare nel Mediterraneo, mare in cui la temperatura media dell’acqua aumenta di un grado ogni trent’anni, ma che ora pare soggetta ad una accelerazione nella crescita.

Viene spontaneo chiedersi se le specie che vivono in queste acque potranno sopravvivere a questo stress.

Negli ultimi anni è stato accertato che molte specie marine, per meglio adattarsi, si sono spinte a maggiori profondità, alla ricerca di acque più fredde.

Tuttavia, è stato appurato anche che molte hanno incontrato dei limiti a questa migrazione, dovuti alla loro incapacità di adattamento all’aumento della pressione.

“Nel Mediterraneo, un tempo ad acque calde, si verifica un’escursione termica estrema”, ricorda il prof. Belmaker. “Si va da acque fredde nel nord-ovest ad acque molto più calde nel sud-est. Per le specie, questi due estremi rappresentano un banco di prova nell’adattamento degli organismi al global warming”.

Lo studio di Tel Aviv è consistito in una indagine sulla distribuzione in profondità di 236 specie marine raccolte in precedenti studi con reti a strascico.

Ovviamente il modello dell’adattamento non è uniforme per tutte le specie, ma in genere, in un intervallo di 6° C, procedendo da ovest ad est, verso acque più calde, le faune esaminate mostrano una migrazione verso il basso di un valore medio di circa 55 metri.

E’ stato notato che in questi spostamenti le specie di acque fredde raggiungono più agevolmente profondità maggiori man mano che ci si muove verso acque più calde, quindi verso la parte orientale.

Questa dipendenza dalla temperatura è solo un parametro nella quantità di implicazioni che si presentano per il futuro del Mediterraneo – e non solo – dato che la risposta di ciascuna specie alle variazioni climatiche è funzione anche di altri fattori.

Una implicazione immediata riguarda la pesca che, secondo Chaikin dovrà definire nuove riserve naturali marine che tengano conto delle faune migrate in profondità, pesci che andranno pescati a profondità maggiori.

Il che significa navigare su maggiori distanze, con spese più rilevanti.

“Tuttavia, anche se le specie si rifugiano in acque profonde per sfuggire alle acque calde e magari hanno un’ottima capacità di adattamento, esiste ancora un limite da considerare – aggiunge il prof. Belmaker – e questo limite è il fondo del mare. Il merluzzo, ad esempio, sta lentamente scomparendo dal Mediterraneo perchè non trova un posto più profondo dove andare”.

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