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Foreste primarie: il 95% non è adeguatamente protetto

Scritto da Marta Gaia Sperandii il 25.08.2014

Secondo un recente studio condotto da un team internazionale di scienziati conservazionisti, rappresentanti organizzazioni tra le quali compaiono Wildlife Conservation Society, Zoological Society of London, Geos Institute ed Australian National University, le foreste primarie del pianeta sono seriamente in pericolo.

Documentation in Central Kalimantan

Lo studio rivela dati preoccupanti: delle foreste praticamente vergini, mai sfruttate dall’agricoltura, solo il 5% è attualmente compreso all’interno di aree protette. Il restante 95% è fuori, in balia di economie e decisioni nazionali, pronto ad essere tutelato come invece ad essere acquistato e riconvertito ad altri usi.

Un preziosissimo scrigno di biodiversità quello custodito da queste foreste, che forniscono indispensabile supporto in termini di habitat e processi ecologici ad un incredibile numero di specie, fino al 57% di quelle forestali tropicali.

Dall’analisi emerge come circa il 98% delle foreste primarie si trovi all’interno dei confini di 25 paesi e come, d’altra parte, cinque di questi da soli ospitino quasi la metà dei territori conteggiati. Sono Stati Uniti, Canada, Russia, Australia e Nuova Zelanda, e secondo gli scienziati, ciò che fanno per proteggere queste importantissime aree, è ancora troppo poco.

Luoghi in cui non è possibile rinvenire traccia visibile dell’intervento umano, soprattutto a scala industriale, dove i processi ecologici sono da considerarsi ancora pressoché inalterati: questo sono le foreste primarie, un tesoro di inestimabile valore largamente ignorato da chi prende le decisioni e sempre più minacciato da cambiamenti nell’uso del suolo.

I ricercatori, un gruppo di esperti in materia di ecologia forestale, biologia della conservazione e politiche internazionali, ritengono che la protezione delle foreste primarie sia un problema globale, di cui sono responsabili in maniera condivisa i paesi sviluppati al pari di quelli in via di sviluppo.

Secondo il Professor Brendan Mackey, autore principale dello studio nonché direttore del Climate Change Response Program alla Griffith University di Queensland, Australia, “le negoziazioni internazionali stanno fallendo nell’arrestare la perdita delle più importanti foreste primarie del mondo”.

Le principali minacce, afferma Mackey, sono costituite dal disboscamento industriale, dall’attività estrattiva e dall’agricoltura, ed è facilmente intuibile come le foreste primarie immediatamente a rischio siano quelle non protette, quindi il 95% del totale.

Si avverte pertanto la necessità di misure e politiche specifiche, in assenza delle quali ricchezza biologica e processi ecosistemici verranno sempre più costantemente meno, nei paesi in via di sviluppo come in quelli più avanzati.

La sopravvivenza, nel lungo periodo, di gran parte della biodiversità endemica degli ecosistemi forestali dipende infatti dalle foreste primarie, secondo il co-autore James Watson della Wildlife Conservation Society, e proprio queste sono sempre più a rischio di essere sottoposte a cambiamenti nell’uso del suolo.

Gli autori, a conclusione dell’analisi, identificano quattro azioni chiave che potrebbero contribuire ad incrementare l’efficacia di negoziazioni internazionali ed accordi multilaterali nel nostro secolo. In primo luogo è necessario riconoscere che le foreste primarie sono un problema di tutti, non solo dei paesi in via di sviluppo.

Gli innumerevoli servizi che queste rendono andrebbero poi stimati con gli strumenti della contabilità ambientale e bisognerebbe formulare una definizione scientifica che permetta di identificare e distinguere con chiarezza le foreste primarie.

Ancora, andrebbe data immediata priorità a tutte quelle azioni mirate a prevenire ulteriore degrado, deforestazione e perdita di biodiversità ed infine sarebbe importante, secondo gli scienziati, che a livello internazionale venisse una volta per tutte riconosciuta ed accettata l’importanza delle comunità indigene che abitano questi luoghi.

Lo studio, pubblicato sulla celebre rivista scientifica “Conservation Letters”, è consultabile online all’indirizzo: http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/conl.12120/full.

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