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Fonte insospettata di radioattività dall’incidente di Fukushima

Scritto da Leonardo Debbia il 17.10.2017

Un team di scienziati americani e giapponesi hanno scoperto un luogo in cui non si aspettavano di poter trovare un accumulo di materiali radioattivi conseguenti al disastro della centrale nucleare di Fukushima Dai-ichi: una mistura di sabbie e acque salmastre depositatasi al di sotto di spiagge distanti fino a 60 miglia dalla costa.

Le sabbie e le acque sotterranee hanno assorbito e trattenuto il cesio radioattivo fuoriuscito a seguito del disastro del 2011 e ora stanno rilasciandolo lentamente nell’oceano.

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Il materiale radioattivo del dopo-Fukushima è stato inaspettatamente rinvenuto lontanissimo dal sito in cui era stato rilasciato (crediti: Natalie Renier, Wood Hole Oceanographic Institution)

“Nessuno, fortunatamente, viene a contatto con queste acque o con bevande che siano da porsi in relazione con questi depositi e quindi la salute pubblica non è, al momento, di primaria importanza”, dichiarano gli scienziati in uno studio pubblicato negli Atti dell’Accademia Nazionale delle Scienze.

Gli studiosi avvertono, tuttavia, che “questo nuovo e imprevisto ostacolo per lo stoccaggio ed il rilascio di radionuclidi nell’oceano dovrebbe essere preso in seria considerazione durante la gestione di aree costiere in cui si trovano centrali nucleari”.

Il team di ricerca, costituito da Virginie Sanial, Ken Buesseler e Matthew Charette dell’Istituto oceanografico di Woods Hole (Massachusetts, USA) e Selja Nagao, dell’Università di Kanazawa, (Giappone), ipotizza che i livelli di cesio radioattivo -137 immessi nel 2011 siano stati trasportati lungo la costa dalle correnti oceaniche.

Per giorni e settimane dopo l’incidente, onde e maree avrebbero riportato il cesio di queste acque altamente contaminate sulla costa, dove il cesio si è ‘bloccato’ sulle superfici dei granelli di sabbia.

La sabbia arricchita di cesio è rimasta sulle spiagge e nella mistura salmastra, leggermente salata, di acqua dolce e acqua salata al di sotto delle spiagge.

Nell’acqua salata, il cesio non rimane attaccato alla sabbia, così quando maree e recenti ondate hanno riversato l’acqua marina dall’oceano, l’acqua salmastra sotto le spiagge è diventata abbastanza salata da rimuovere il cesio dalla sabbia e trasportarlo nuovamente nell’oceano.

“Nessuno si aspettava che i livelli più elevati di cesio nell’oceano non fossero quelli del porto della centrale nucleare di Fukushima Dai-ichi, ma si trovassero nelle acque sotto spiagge poste a molte miglia di distanza”, afferma Sanial.

Gli scienziati hanno stimato che la quantità di acqua contaminata che rifluisce nell’oceano da questa sorgente di acqua salmastra sotto le spiagge è corrispondente all’apporto di altre due fonti, prese insieme: il rilascio di cesio ancora in corso che scorre dal sito della centrale nucleare e la fuoriuscita dai fiumi che continuano a trasportare fino all’oceano le particelle di cesio ricadute al suolo nel 2011.

Queste fonti ancora attive sono migliaia di volte più piccole rispetto ai giorni immediatamente successivi al disastro.

Tra il 2013 e il 2016, il team ha campionato otto spiagge entro 60 miglia dalla centrale elettrica nucleare Fukushima Dai-ichi, aspirando acque sotterranee dalla sabbia tra 3 e 7 piedi di profondità e analizzando il contenuto in cesio -137.

I livelli di cesio sono risultati 10 volte superiori ai livelli contenuti nelle acque del porto della stessa centrale e la quantità totale di cesio rimasta a 3 metri di profondità sotto le sabbie è stata trovata superiore a quella contenuta nei sedimenti di mare aperto vicino alle spiagge.

Il cesio ha una lunga emivita e persiste nell’ambiente, per cui sono stati riprodotti in laboratorio esperimenti su campioni di spiagge giapponesi.

E’ stato così osservato che le sabbie si comportano come spugne, che rilasciano lentamente il cesio assorbito dalla contaminazione del 2011.

“Sono 440 i reattori nucleari operativi nel mondo, la cui metà circa è situata lungo linee costiere”, scrivono gli autori dello studio, ammonendo che “questa fonte di contaminazione, finora trascurata, va invece attentamente considerata, nel monitoraggio delle centrali nucleari e negli scenari ambientali che potrebbero seguire a possibili incidenti futuri”.

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