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Il fumo degli incendi può avere un notevole impatto climatico

Scritto da Leonardo Debbia il 08.06.2017

L’incendio che ha devastato più di 150mila ettari della Palude di Okefenokee, in Georgia, Stati Uniti, ha fatto innalzare un’ingente quantità di fumo, una colonna che si è spinta in cielo oltre ogni possibile tentativo di poterne vedere il culmine, osservandola da terra.

Ora, una ricerca dell’Istituto di Tecnologia della Georgia mostra che quel fumo potrebbe aver avuto sull’atmosfera e sul clima un impatto molto più pesante di quanto ci si potesse aspettare.

I ricercatori sostengono che sia molto probabile che le particelle di carbone rilasciate nell’aria dagli incendi di alberi e altre sostanze organiche siano in grado di raggiungere gli strati superiori dell’atmosfera, dove possono interferire con i raggi solari, talvolta raffreddando l’aria, talvolta riscaldandola.

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Ripresa fotografica dell’incendio di Okefenokee, Georgia (Credit: USFWS)

“La maggior parte del carbone emesso rimane nella fascia più bassa dell’atmosfera, ma una certa quantità raggiunge gli strati superiori, dove ha un effetto sproporzionato sul bilanciamento delle radiazioni planetarie; molto più intenso di quanto potesse essere sulla superficie”, afferma il professor Rodney Weber, della Scuola di Scienze della Terra e dell’Atmosfera presso il Georgia Tech.

Lo studio relativo è stato reso noto il 22 maggio scorso sulla rivista Nature Geoscience.

I ricercatori hanno analizzato i campioni di aria raccolti nel 2012 e nel 2013 da velivoli della NASA nella troposfera superiore, circa sette miglia al di sopra della superficie terrestre, in alcune località degli Stati Uniti, scoprendo livelli sorprendenti di carbone marrone e una quantità molto inferiore di carbone nero.

Per ‘carbone marrone’ si intende sia il prodotto di combustione incompleta di vegetali, sia il carbon fossile, un sedimento fossile organico e combustibile che presenta varie sfumature che vanno dal bruno al nero.

Per ‘carbone nero’ è invece da intendersi il prodotto della combustione completa di organismi animali e vegetali, particolarmente quelli attuali.

Mentre il carbone nero può essere visibile nei pennacchi di fumo scuro che si innalzano sopra i combustibili fossili o sulla biomassa, bruciati ad alta temperatura, il carbone marrone viene prodotto, come anzidetto, dalla combustione incompleta che si verifica quando prendono fuoco erba, legno o altre sostanze biologiche, come accade negli incendi.

Come particolato disperso nell’atmosfera, entrambi possono interferire con la radiazione solare, assorbendo e riflettendo i raggi del sole.

Il clima è più sensibile a questi particolati allorché si consideri la loro altezza.

Gli studiosi hanno scoperto che il carbone marrone ha più probabilità del carbone nero di salire nell’aria fino ai livelli più alti dell’atmosfera, dove può avere un impatto maggiore sul clima.

“In genere si è sempre pensato che quando viene emesso carbone marrone, questo, col tempo, salga molto in alto”, dichiara Athanasios Nenes, docente presso la Scuola di Scienze della Terra e dell’Atmosfera e presso la Scuola di Ingegneria Chimica e Biomolecolare.

Una volta che il carbone marrone, portato dai pennacchi di fumo, raggiunge l’atmosfera inferiore, va a mescolarsi con le nuvole. Poi sfrutta le intense forze di convezione presenti nelle nuvole per giungere negli strati atmosferici più alti.

Anche se i ricercatori non sono stati in grado di spiegare come, hanno anche scoperto che nel percorso attraverso le nuvole, il carbone marrone diviene più concentrato rispetto al carbone nero.

“La sorpresa qui è che il carbone marrone quando attraversa le nuvole, viene favorito rispetto al carbone nero”, afferma Nenes. “Questo suggerisce che nelle nuvole ci possa essere produzione di carbone marrone, di cui prima non eravamo al corrente”.

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