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La vita animale prospera intorno a Fukushima

Scritto da Leonardo Debbia il 22.01.2020

Quasi un decennio dopo l’incidente nucleare di Fukushima, in Giappone, i ricercatori dell’Università della Georgia (UGA) hanno scoperto che nelle aree rimaste fino ad oggi prive della presenza di esseri umani e di attività antropiche, le popolazioni di animali selvatici sono cresciute di numero.

Il fenomeno, apparentemente insolito, è documentato da oltre 267mila foto di animali selvatici appartenenti a più di 20 specie diverse, tra cui cinghiali, lepri, macachi, fagiani, volpi e procioni, scattate in varie zone del territorio, quindi raccolte ed esaminate in uno studio, a sua volta reso noto dal Journal of Frontiers in Ecology and the Environment.

Il biologo della fauna selvatica della UGA James Beasley ha dichiarato che la comunità scientifica e il grande pubblico si erano posti seri interrogativi sul destino della fauna selvatica dopo incidenti nucleari come quelli di Chernobyl e di Fukushima.

Questo recente studio, dopo la ricerca del team di Chernobyl, si propone di fornire qualche risposta alle diverse domande.

“I nostri risultati rappresentano la prima prova che attesta le numerose specie di animali selvatici attualmente presenti in tutta la zona di Fukushima, nonostante la presenza di contaminazione radiologica dell’area”, afferma Beasley, professore associato del Savannah River Ecology Laboratory e della Warnell School of Forestry and Natural Resources.

Le specie che sono spesso in conflitto con l’uomo (in particolare il cinghiale), sono state quelle più frequentemente riprese dalle telecamere nelle aree evacuate dall’uomo, secondo quanto riporta Beasley.

“Questo fa ipotizzare che le specie animali siano aumentate in seguito all’evacuazione umana”, afferma lo studioso.

Il team, che comprendeva Thomas Hinton, docente presso l’Istituto di radioattività ambientale dell’Università di Fukushima, ha suddiviso il territorio in tre zone di osservazione, da cui sono stati raccolti i dati fotografici trasmessi dalle telecamere opportunamente disposte in 106 siti.

Le zone erano state così selezionate: una, preclusa alla presenza di esseri umani a seguito di alti livelli di radioattività; una seconda, abitata da esseri umani, però soggetti a restrizioni a causa di un livello di contaminazione intermedio; una terza, in cui è stata consentita la permanenza di esseri umani perchè i livelli di radiazioni nell’ambiente erano risultati molto bassi.

La designazione delle zone è stata eseguita su indicazioni del governo giapponese dopo l’incidente di Fukushima Daiichi del 2011.

Per 120 giorni le telecamere hanno catturato oltre 46mila immagini di cinghiali, di cui 26mila nell’area disabitata, 13mila nelle aree ‘ristrette‘ e 7000 nelle zone abitate.

Altre specie, osservate in maggior numero nelle aree disabitate o ristrette, includevano procioni, martore e macachi.

Com’è stato possibile e cosa significa tutto questo?

Anticipando le numerose domande sulle condizioni fisiologiche della fauna selvatica, Hinton ha affermato che i risultati non intendevano offrire una valutazione della salute degli animali.

“Questa ricerca fornisce un contributo importante perché esamina gli impatti della radioattività sulle popolazioni di animali selvatici, mentre gli studi precedenti esaminavano gli effetti sui singoli animali”, spiega Hinton.

La zona disabitata è stata quindi quella su cui si è focalizzato il maggior interesse della ricerca.

Gli scienziati hanno affermato che, sebbene non esistano dati precedenti sulle popolazioni di animali selvatici in aree evacuate, la vicinanza ravvicinata e un territorio simile alla zona abitata dall’uomo hanno reso quest’area ideale per lo studio.

Il team ha valutato così l’impatto di altre variabili: la distanza da vie di comunicazione, il tempo di attività delle telecamere, il tipo di vegetazione e l’altitudine.

“Il terreno varia da habitat di montagna ad habitat costieri e sappiamo che questi habitat supportano tipi diversi di specie”, precisa Beasley. “Per tenere conto di questi fattori, nella nostra analisi abbiamo aggiunto giocoforza altri parametri; ad esempio, l’altitudine”.

“Sulla base di queste analisi, i nostri risultati mostrano che, piuttosto che i livelli di radiazioni, i fattori primari che hanno influenzato l’abbondanza delle specie valutate sono stati il livello di attività umana, l’altitudine e il tipo di habitat”.

I risultati dello studio indicano come il modello di attività della maggior parte delle specie sia congruente con la loro storia o con i comportamenti che già conosciamo. I procioni, ad esempio, che sono animali notturni, erano più attivi di notte; mentre i fagiani, che sono animali diurni, rimanevano più attivi durante il giorno.

Tuttavia i cinghiali all’interno dell’area disabitata erano più attivi durante il giorno rispetto ai cinghiali delle aree abitate dall’uomo, facendo supporre che modificassero il proprio comportamento in assenza di esseri umani.

Un’eccezione a questi schemi era il serow giapponese, un mammifero simile ad una capra, che normalmente non si avvicina agli esseri umani, è stato visto frequentemente nelle zone rurali montane abitate dagli uomini.

Secondo i ricercatori, questo potrebbe essere un adattamento comportamentale per evitare la rapida crescita di cinghiali nella zona evacuata.

Gli studiosi stanno ora preparando un elenco completo dell’attuale fauna selvatica di Fukushima catturata dagli obiettivi delle telecamere.

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