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Riscaldamento dell’Oceano Atlantico rafforza gli alisei nel Pacifico 

Una nuova ricerca ha scoperto che un rapido riscaldamento dell’Oceano Atlantico, dovuto probabilmente al riscaldamento globale, ha avuto l’effetto di rafforzare gli alisei nel Pacifico equatoriale

Scritto da Leonardo Debbia il 11.08.2014

Tornando indietro nel tempo ed esaminando le passate registrazioni fino al 1860, si scopre che oggi questi venti hanno raggiunto livelli del 50 per cento in più, mai raggiunti prima d’ora.

alisei

Crediti: NASA/Observatory

L’aumento di questi venti ha provocato un raffreddamento nella parte orientale del Pacifico tropicale, reso più estesa la siccità in California, accelerato l’accrescimento del livello marino, che ha triplicato la propria velocità d’innalzamento rispetto alla media nel Pacifico occidentale e, a partire dal 2001, ha anche rallentato l’aumento della media globale delle temperature della superficie marina.

Questo rafforzamento degli alisei può anche essere responsabile della diminuzione di fenomeni come El Nino, che sono divenuti meno comuni negli ultimi dieci anni, a causa del suo impatto raffreddante sulle temperature superficiali dell’Oceano Pacifico orientale.

“Siamo rimasti sorpresi nel constatare che la causa principale delle tendenze climatiche del Pacifico negli ultimi 20 anni abbia origine nell’Oceano Atlantico”, afferma Shayne McGregor, climatologo dell’ARC Centre of Excellence for Climate System Science (ARCCSS) presso l’Università del New South Wales, uno degli autori dello studio. “Viene così messo in evidenza come i cambiamenti climatici in una parte del mondo possano avere ingenti ripercussioni in tutto il mondo”.

Inizialmente, questa intensificazione degli alisei era stata considerata come una risposta alla variabilità decennale del Pacifico. Tuttavia, la forza dei venti era molto più elevata di quanto ci si sarebbe aspettato dalla variazione della temperatura di superficie dell’Oceano Pacifico

Un altro enigma è dato dal fatto che una ricerca precedente aveva indicato che, nello scenario previsto come conseguenza del riscaldamento globale, i venti alisei del Pacifico equatoriale avrebbero rallentato nel corso del prossimo secolo, non certo che avrebbero accelerato.

Si ritiene che la soluzione possa essere trovata nel rapido riscaldamento del bacino Atlantico, che avrebbe prodotto inaspettate differenze di pressione tra i due oceani, l’Atlantico e il Pacifico. Questo avrebbe prodotto anomalie nello spostamento delle masse d’aria che a loro volta avrebbero conferito una spinta addizionale agli alisei del Pacifico equatoriale.

“Il rapido riscaldamento dell’Atlantico ha originato zone di alta pressione nell’atmosfera superiore sopra questo bacino e zone di bassa pressione in vicinanza della superficie del mare”, afferma Axel Timmermann, co-autore della ricerca e ricercatore presso l’Università delle Hawaii.

“Le correnti d’aria ascensionali sopra l’Atlantico si riversano sul Pacifico tropicale orientale, creando una maggiore pressione sulla superficie del mare. Lo squilibrio tra alta pressione sull’Oceano Pacifico e bassa pressione sull’Oceano Atlantico danno un’ulteriore spinta agli alisei, amplificandone la forza”.

Molti modelli climatici sembrano aver sottostimato l’entità dello squilibrio tra i due bacini oceanici, che potrebbe invece spiegare il perché questi hanno espresso la loro differenza rafforzando gli alisei nel Pacifico equatoriale.

Con la loro presenza, i più forti alisei equatoriali hanno provocato un notevole rimescolamento d’acqua nel Pacifico occidentale, spingendo calore atmosferico nell’oceano, come ha dimostrato il prof. Matthew England, ricercatore dell’ARCCSS, all’inizio di quest’anno.

Questo maggiore rimescolamento sembra spiegare il recente rallentamento nella crescita delle temperature medie di superficie in tutto il mondo.

Soprattutto, i ricercatori non si aspettano che questa grande differenza di pressione tra i due bacini oceanici duri ancora per molto, ritenendo invece che assisteremo presto ad una accelerazione abbastanza improvvisa delle temperature medie di superficie.   “Anche se sarà difficile dire quando questo accadrà”, sostiene il prof. England.

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