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Chiarito in parte il mistero della scomparsa di Amelia Earhart

Scritto da Leonardo Debbia il 19.03.2018

 

Amelia Earhart è stata la prima donna aviatrice ad attraversare l’Oceano Atlantico col suo aereo in solitaria. Prima di lei, c’era riuscito soltanto Charles Lindbergh, nel maggio del 1927.

Il 21 maggio 1932 Lady Lindy – come veniva soprannominata Amelia – con il suo Lockeed Vega impiegò 14 ore e 56 minuti per volare da Terranova a Londonderry, nell’Irlanda del Nord.

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Amelia non era nuova ad imprese del genere.

Nel 1928, anche se solo col ruolo di co-pilota, aveva già attraversato l’Atlantico – prima donna a compiere una simile impresa – a bordo di un Fokker F.VII, assieme ad un equipaggio di tre uomini; e questo l’aveva resa celebre in tutto il mondo.

Nel 1931, pilotando un Pitcairn PCA-2 aveva stabilito il record mondiale di altitudine, raggiungendo i 5613 metri di quota e nel 1932 aveva attraversato gli Stati Uniti senza scalo, da Los Angeles a Newark (New Jersey).

Sempre alla ricerca di un altro record da battere, aveva poi viaggiato da Oakland a Honolulu nelle Hawaii, sorvolando un tratto di Oceano Pacifico.

All’inizio del 1936 prese ad organizzare il giro del mondo in aereo.

A bordo di un Lockheed Electra L10, appositamente costruito, dopo una prima tappa per un’avaria, il 2 luglio 1937 Amelia e il suo navigatore, Fred Noonan, decollarono da Lae, in Nuova Guinea, diretti all’isola di Howland, dove però non arrivarono mai.

L’aereo, infatti, sparì misteriosamente durante il volo. Le ricerche ufficiali, subito intraprese, non arrivarono a capo di niente e si chiusero ufficilmente dopo pochi mesi e un’attenta esplorazione della superficie marina su un’area di 390mila chilometri quadrati, con un costo di 4 milioni di dollari.

Le teorie sulla scomparsa furono le più svariate: mancanza di carburante, guasto tecnico, comunicazioni sbagliate, errore umano; perfino cattura da parte di paesi potenzialmente nemici (Giappone).

L’opinione più diffusa era che il suo aereo fosse precipitato in mare, ma sulle cause furono fatte solo congetture.

Ricerche isolate proseguirono fino ai primi anni ’40 senza esito alcuno, tranne il ritrovamento da parte della Marina britannica sull’isola di Nikumaroro, un atollo tuttora disabitato, di alcune ossa e di una scarpa, giudicata da donna, una scatola costruita per contenere un sestante della Marina Brandis, fabbricato nel 1918 e molto simile a quello usato dal co-pilota di Amelia e una bottiglia di benedettino, il liquore che Amelia era solita portare con sé.

I resti umani, consistenti in tre ossa lunghe (tibia, òmero e radio) e un cranio, furono esaminati e misurati da un medico militare inglese, DW Hoodless, che ritenne appartenessero ad un uomo.

Il mistero della scomparsa di Amelia Earhart si mantenne per decenni.

Oggi, Richard Jantz, docente di Antropologia e direttore emerito del Centro di Antropologia forense dell’Università del Tennessee, è convinto di poter affermare che i resti rinvenuti sull’isola di Nikumaroro sono da attribuire ad Amelia Earhart.

Jantz, avvalendosi delle tecniche attuali, ha usato un programma al computer chiamato Fordisc per determinare, partendo dalle misurazioni scheletriche, sesso, ascendenza e statura.

Questo metodo è utilizzato con successo dagli antropologi forensi non solo negli Stati Uniti, ma in tutto il mondo.

I dati hanno rivelato una maggiore somiglianza con Amelia rispetto al 99 per cento delle persone di un ampio campionario di individui scelto come riferimento.

Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Forensic Anthropology.

Jantz ha misurato le lunghezze dell’òmero e del radio, confrontandole con numerose foto dell’epoca e con oggetti che potevano essere comparati. La lunghezza della tibia è stata invece rapportata alle misure dei vestiti di Amelia conservati nella Collezione Palmer Putnam, alla Purdue University dell’Indiana (USA).

“Sulla base delle osservazioni effettuate”, afferma Jantz, “finchè non saranno fornite prove che neghino la validità dello studio, si deve ritenere che le ossa appartengano ad Amelia Earhart”.

L’antropologo non critica la competenza di Hoods, nè l’errata conclusione cui questi era giunto.

“All’inizio del 20° secolo, l’antropologia forense non era sviluppata come oggi”, puntualizza lo scienziato. “L’errore era possibile”.

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