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Il geyser di Fiumicino diventa un vulcano di fango

Scritto da Valeria Gatti il 30.08.2013

Roma, Fiumicino – Il geyser eruttato pochi giorni fa si trasforma in un piccolo vulcano di fango. Non è allarme per il territorio, ma cresce la curiosità di scienziati e passanti. E si scopre che anche l’Italia, come l’Islanda, come il parco di Yellowstone, come la Romania o l’Azerbaigian, ha i suoi spettacolari mini-vulcani.

Fiumicino_geyser

Si è pensato subito a una nuova Islanda lo scorso sabato, quando un geyser di un paio di metri di altezza ha fatto la sua improvvisa comparsa nei pressi di una rotatoria, all’ingresso di Fiumicino. Ora i getti di vapore sono diventati bolle di fango che possono colpire fino a tre metri di distanza. Nulla di nuovo, tutto normale, se non fosse che invece di essere tra verdi colline il vulcano si trova tra l’asfalto e il cemento di strade e rotatorie, nei pressi di un aeroporto internazionale, il Leonardo da Vinci. Cosa ne sarà ora del piccolo vulcano di Fiumicino?

“Si tratta di un vulcanetto di fango”,  così lo definisce la dottoressa Maria Luisa Carapezza, vulcanologa dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia dell’università Roma Tre, intervistata dal Corriere della Sera. Il caldo soffione era stato avvistato dagli automobilisti di zona, il rumore coperto solo dal rombo degli aerei del vicinissimo aeroporto. L’allarme gas tossici è svanito, dopo i controlli di Arpa, vigili del fuoco, Protezione Civile e le rassicurazioni di studiosi e geologi: si tratta di eruzioni di anidride carbonica, idrogeno solforato e, in minima parte, metano.

Un fenomeno naturale, una sacca di terra acida e anidride, affatto nuovo per il territorio. In Italia il vulcano di fango è presente in due forme: la maccaluba e la salinella o salsa. Le cause geologiche che li originano sono dissimili, ma morfologicamente si presentano in modo simile. L’acqua e i gas sotto pressione risalgono, trovando una via d’uscita attraverso zone di discontinuità strutturali, in formazioni argillose o attraverso vere e proprie faglie. Attorno a questi vulcani la terra è generalmente sterile, ma l’ecosistema che viene a formarsi è unico e particolare.

Lo si può notare passeggiando tra i molti mini-vulcani di fango sparsi nella penisola. Alcuni si trovano tra i monti sabatini, nell’omonimo complesso vulcanico, altri nell’area di Ciampino, dove si trova il complesso vulcanico dei colli Albani. Non andando molto lontano si ricorda il bullicame di Viterbo, che è anche una nota area termale. Come anche merita di essere citato il vulcano del monte Busca, in provincia di Forlì, con il suo fuoco quasi sempre acceso. O ancora i vulcani di fango di Regnano o la Riserva delle salse di Nirano, in Emilia Romagna, e le salinelle di Paternò e Belpasso in provincia di Catania. E ancora nelle Marche, in Campania e in Calabria. L’Italia conta come minimo una decina di siti. Nel mondo vulcani di fango spettacolari si trovano in Islanda, ma anche nel parco dello Yellowstone e in Romania, a Berca. In Asia (Azerbaigian, India, Filippine, Pakistan, Iran, ma non solo) e in Sudamerica: Venezuela e Colombia. E in molti altri punti della crosta terrestre, fino ad arrivare a poco più di mille, se si escludono i vulcani inabissati. Merito di un gruppo di ricercatori dell’Istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale di Trieste se qualche anno fa si sono scoperti anche cinque vulcani di fango in Antartide. E  pare ce ne siano molti anche su Marte, come sostiene Paul Rincon nel suo scritto Mars domes may be “mud volcanoes“.

Insomma, per il solitario vulcanetto romano è difficile determinare la vita e la durata. Alcuni esperti, come comunica la stampa, hanno già pensato di occludere il serbatoio con il cemento; ma devono essere ancora compiute le dovute analisi geofisiche del terreno circostante per capire come procedere al meglio con i lavori.

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