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Amebe e scimmie callitrichidi: l’altruismo secondo l’evoluzione

Scritto da Annalisa Arci il 08.09.2014

Secondo la selezione naturale gli obiettivi primari dell’individuo sono la sopravvivenza e la riproduzione: in termini meccanici, l’individuo nasce, compete per accaparrarsi le risorse per sopravvivere ed i partner per riprodursi e, se ha successo, i suoi geni saranno trasmessi alla generazione successiva.

La competizione – con l’ambiente, con le altre specie, e con gli altri individui della propria specie – assicura che ad ogni generazione successiva vengano passati in maniera prevalente i geni degli individui più forti e meglio adattati, in un ciclo continuo che garantisce le maggiori possibilità di sopravvivenza per la specie.

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Due esemplari di Forelius pusillus all’ingresso del loro formichiere (crediti: Alex Wild (www.alexanderwild.com))

In questo quadro teorico dove mettiamo l’altruismo? Perché un individuo dovrebbe sacrificarsi per un altro, se ciò limita le sue possibilità di sopravvivere e di passare i suoi geni alla generazione seguente? E ancora, perché alcune specie formano delle società in cui alcuni individui sono in una posizione di evidente svantaggio, sia dal punto di vista della sopravvivenza, che da quello della riproduzione? Se l’evoluzione è un processo di sopravvivenza del più adatto e l’altruismo è un comportamento che riduce l’adattamento, perché l’altruismo esiste? Ecco il paradosso: come può la selezione naturale premiare un carattere che danneggia, anziché beneficiare, la fitness del suo portatore?

L’altruismo biologico è definibile come il risultato di un’azione: se un’ameba agisce in modo da ridurre il proprio adattamento mentre offre un miglioramento nell’adattamento di un’altra, allora possiamo definirla altruista (certe specie di amebe sociali sono note per sacrificarsi per le loro compagne). Non solo. Ogni notte il Forelius pusillus traduce in pratica il sacrificio estremo per la conservazione della sua comunità. Al tramonto, la colonia di formiche si protegge sigillando l’unico ingresso del formicaio con sabbia, terra e piccoli detriti. Il lavoro richiede che all’esterno rimangano alcuni individui della colonia per occultare l’ingresso ai predatori. Impossibilitate a rientrare una volta che il cunicolo è completamente otturato, le formiche rimaste  si allontanano per poi morire poche ore dopo sfinite dallo sforzo che hanno dovuto affrontare. 

Ora, l’altruismo è un dono della selezione naturale o è una specializzazione unica, un trionfo dell’uomo sul gene egoista? C’è un nesso tra le azioni altruistiche dell’ameba, del Forelius pusillus e l’altruismo negli umani? Se per Darwin era un vero dilemma (si veda questo contributo on-line di Pievani), oggi non è più quel fenomeno indecifrabile che tanto imbarazzo procurò ai teorici classici dell’evoluzione. Attualmente, infatti, i biologi dispongono di potenti modelli che consentono di spiegare come tale comportamento possa evolvere per selezione naturale. Uno di tali modelli, probabilmente il più esplicativo, è offerto dalla teoria della fitness complessiva (altrimenti nota come teoria della selezione di parentela), formulata per la prima volta da W. D. Hamilton intorno al 1960. Spesso quando consideriamo le relazioni tra natura e moralità ci imbattiamo in quella che viene chiamata la Ghigliottina di Hume, erroneamente indicata come l’errore naturalistico (si veda il Trattato sulla natura umana). Si tratta dell’errore di confondere ciò che è con ciò che dovrebbe essere o, altrimenti, ciò che osserviamo in natura con un regola del nostro stesso comportamento. Questo è importante quando si discute di altruismo poiché nel corso degli anni, a partire da Darwin, la scienza ha fornito numerose spiegazioni per l’evoluzione dei tratti altruistici. Ne ricordo qui tre.

(1)Il nepotismo: più stretta è l’affinità genetica, maggiore è la possibilità che ci sia altruismo, possibilità formalizzata algebricamente proprio da Hamilton (1964a, 1964b). Un tratto genetico dell’altruismo dovrebbe diffondersi in una popolazione se: rB > C, dove r è l’affinità genetica tra due individui, B è il vantaggio riproduttivo ottenuto da chi riceve l’azione altruistica e C è il costo riproduttivo dell’individuo che compie l’azione altruistica. Questo significa che è naturale aiutare dei parenti, ma innaturale aiutare degli estranei? Non è così semplice. (2) Abbiamo poi la reciprocità: un individuo dovrebbe aiutarne un altro nella prospettiva di venire ricambiato. Collegato a questo è il tema della fiducia: se non posso far capire agli altri che sono affidabile, non posso sopravvivere in un mondo che dipende dalla cooperazione. (3) Infine possiamo ricordare la selezione di gruppo: i gruppi che adottano l’altruismo come collante sociale per cementare la coesione supereranno i gruppi di individui non cooperativi.

Le spiegazioni soddisfano gli scettici perché in fondo tutte si basano sulla logica dell’egoismo: vale la pena di aiutare gli altri o anche il gruppo se ne beneficiamo noi stessi. E se questo è ciò che mostrano teorie e modelli, sostenuti dall’osservazione empirica, allora forse il vero altruismo è davvero solo un’utopia. Alla fine degli anni Sessanta il genetista George Price giunse alla conclusione che se l’altruismo poteva essere spiegato in termini matematici non sarebbe stato vero altruismo. L’altruismo è davvero sempre interessato come sostiene l’equazione di Price? Uno studio pubblicato su Nature Communications esamina il comportamento altruistico in modo standardizzato dimostrando che gli esseri umani e le scimmie callitrichidi hanno tendenze altruistiche molto più spiccate dei cugini scimpanzè

A quanto leggo, gli scienziati hanno sviluppato il nuovo paradigma di «servizio di gruppo», che prende in esame il comportamento servizievole spontaneo in modo standardizzato. Con l’aiuto di una semplice apparecchiatura di prova, i ricercatori hanno studiato se gli individui di una determinata specie di primati sono preparati a fornire un cibo agli altri membri del gruppo, anche se questo significava rinunciarvi per se stessi. Applicando questo test standardizzato a 24 gruppi sociali di 15 diverse specie di primati è stato possibile scoprire che la volontà di provvedere agli altri varia notevolmente da una specie di primati all’altra. la maggior parte delle altre specie di primati, tra cui cebi cappuccini e macachi, solo raramente tirano la leva per dare un alimento ad un altro membro del gruppo, se lo fanno, anche se hanno competenze cognitive notevoli.

Fino ad oggi, molti ricercatori avevano ipotizzato che il comportamento altruistico spontaneo nei primati poteva essere attribuito a fattori condivisi con gli esseri umani: le abilità cognitive avanzate, il grande cervello, l’alta tolleranza sociale, la raccolta collettiva del cibo o la presenza di legami di coppia o altri forti legami sociali. Al contrario, come rivelano ora i nuovi dati della Burkart, nessuno di questi fattori predice in modo affidabile se una specie di primati è spontaneamente altruista o no. Invece secondo la Burkart, è un altro il fattore che sembra essere responsabile della nostra specificità come esseri umani, rispetto alle grandi scimmie: “Il comportamento altruistico spontaneo si trova esclusivamente tra le specie in cui i giovani non sono curati solo dalla madre, ma anche da altri membri del gruppo, come fratelli, padri, nonne, zie e zii”. Questo comportamento viene definito tecnicamente “allevamento cooperativo” o “cura allomaterna”.

L’importanza di questo studio va oltre l’individuazione delle radici del nostro altruismo. Il comportamento cooperativo ha favorito anche l’evoluzione delle nostre capacità cognitive eccezionali. Durante lo sviluppo, i bambini umani gradualmente costruiscono le loro abilità cognitive sulla base di ampi stimoli sociali altruisti da genitori premurosi e altri aiutanti, ed i ricercatori ritengono che sia anche questa nuova modalità di cura che ha messo i nostri antenati sulla strada della nostra eccellenza cognitiva. Nonostante i risultati siano incoraggianti non credo che un solo studio sia sufficiente per dire che finalmente siamo di fronte all’individuazione del processo che ci ha reso umani. Certo, come suggerisce la Burkart, è vero che quando i nostri antenati ominidi hanno iniziato a sollevare la loro prole in modo cooperativo hannoin qualche modo  gettato le basi del nostro altruismo. Di qui a dire che questo sia il fondamento del nostro sviluppo cognitivo ce ne passa...

Riferimenti bibliografici

Churchland P., (2011) Braintrust: What Neurobiology Tells Us About Morality. Princeton, NJ, USA: Princeton University Press. ISBN: 9780691137032

Hamilton W.D., (1964a) The genetical evolution of social behaviour I. Journal of Theoretical Biology 7(1): 1-16. doi: 10.1016/0022-5193(64)90038-4

Hamilton W.D. (1964b) The genetical evolution of social behaviour II. Journal of Theoretical Biology 7(1): 17-52. doi: 10.1016/0022-5193(64)90039-6

Harman O., (2010) The Price of Altruism: George Price and the Search for the Origins of Kindness. New York, NY, USA: W.W. Norton. ISBN: 9780393067781

Price GR (1970) Selection and covariance. Nature 227: 520-521. doi: 10.1038/227520a0

Burkart  J. M, et alii., (2014) The evolutionary origin of human hyper-cooperation. Nature Communications 5:4747 DOI: 10.1038/ncomms5747

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