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Castagne e filo spinato

Scritto da Maria Rosa Pantè il 28.09.2015

Ieri sono andata a camminare, ho imboccato il sentiero vicino casa, io abito in un luogo dove non c’è altro che boschi e piccole case, e ho estratto lo smartphone dalla tasca. Però mi sono subito distratta, un luccichìo, strano nella giornata uggiosa di primo autunno, ha attirato la mia attenzione. Un luccichìo nella bruma che attira me che non vedo nulla è quasi miracoloso. Era infatti un piccolo miracolo: era una castagna. Che luccicava, ve lo assicuro. Era lì e l’ho presa. Mi sono chinata nonostante le vertigni (d’autunno) e l’ho presa, poi ne ho presa un’altra lì vicino.

Poi ho prestato attenzione ai continui tonfi dei ricci, che cadevano nel bosco, fra i rami e il rumore durava il tempo del loro volo e ogni rumore erano ricci e castagne. I ricci rotolavano nel sentiero, qualcuno si apriva e lì la castagna era pronta. Potevo ignorare tutto questo? Allora ho cominciato a guardare per terra, a cercare le castagne. Poi ho visto ricci semiaperti e li ho forzati un po’ e ho tratto le castagne, proprio dal riccio. Qualche riccio era chiuso e mi sono punta le dita cercando di aprirlo, così ho preso dei legnetti, degli attrezzi, per aprire un varco e poter arrivare alle castagne. Infine ho pensato che prendere tutte le castagne non andava bene, ovviamente quelle bacate, aperte e segnate le ho lasciate lì, potevo pemettermi di scegliere. Ma il passo successivo è stato che, delle tre casagne che di solito si trovano in un riccio, una l’ho lasciata lì per il ciclo della vita. Come nutrimento per gli aninali selvatici, come seme per la terra. Come grazie alla terra e al castagno.

Tutto quersto ho fatto, guardando a terra e dimenticando completamente il cellualre, la linea, i messaggi e il mondo tecnologico, perché l’istinto al raccolto, alla ricerca del sostentamento è più forte. E oltretutto ho raccolto non per me, che mangio pochissime castagne, ma per qualcun altro che invece le castagne le apprezza.

Ho dimenticato la tecnologia, per la raccolta del cibo: la sopravvivenza è questa e questo è un bell’insegnamento per tutti mi pare: l’ascolto della natura, l’armonia col ciclo della natura, il dono, l’essenza della vita.

Mi è parso di incarnare una piccola evoluzione umana, molto piccola lo so, e chiaramente il pensiero di una persona dotata di fervida immaginazione, so anche questo. Ma una bella sensazione.

Poi alla sera a casa ho visto la prima puntata di Gazebo e il servizio sui rifugiati al confine al confine con l’Ungheria: il filo spinato (che proprio mi da il voltastomaco), il muro, le famiglie divise, i pianti e i lavori forzati. Ho visto questo e ho capito che l’evoluzione è una strada così lunga che, se non ci stiamo attenti, non arriveremo a percorrerne neanche un po’ se non questo inzio. L’evoluzione fa il suo salto quando, oltre a raccogliere qualcosa, anche semino. E non parlo di castagne e basta.

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