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Se la politica snobba l’ambiente

Scritto da Renzo Moschini il 08.12.2014

Fino a qualche anno fa non si sarebbe potuto rivolgere questa accusa indistinta alla politica ma alle politiche ossia alle  diverse posizioni dei partiti e degli schieramenti politici impegnati nella gestione delle istituzioni nazionali, regionali e locali.

Oggi invece basta leggere le critiche  più autorevoli e prestigiose che spesso  si occupano da anni di questi problemi per trovarvi conferma di questo giudizio severo  alla destra come alla sinistra e al centro accomunati ormai senza alcuna distinzione.

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Eppure che per l’ambiente urga una svolta e non soltanto in Italia dovrebbe essere chiaro tanto sono  evidenti i nostri guai in qualsiasi comparto dal suolo alla cementificazione  e via rovinando.

Gira gira tutto o quasi sembra dipendere dal piatto che piange salvo poi scoprire anche dopo Genova e il resto che cifre notevoli in bilancio o dei fondi comunitari non riusciamo a utilizzarle e non per la burocrazia nostra o comunitaria ma perché non abbiamo predisposto piani e progetti e quando in più d’un caso l’abbiamo non come dovevamo. Situazioni dove non c’è scaricabarile che tenga perché lo stato da anni non riesce a far meglio delle regioni e degli enti locali.

Si scopre inoltre dopo le tante chiacchere sulla green economy che anche dal comparto delle energie rinnovabili sostenute con notevoli sostegni e incentivi le emissioni sono poco calate ma in compenso occupano spazi agricoli e costieri con tanti saluti alla proposta di legge Catania che è sparita dall’orizzonte. Intanto sono riprese e si vorrebbero riprendere trivellazioni in parecchie aree marine anche protette e in montagna si continuano a sfruttare le acque ben oltre ogni limite ragionevole, con pullulare di nuove centraline, perfino in aree protette.

Se passiamo ai parchi il quadro è esemplare per capire l’abdicazione governativa e parlamentare i cui risultati sono sotto gli occhi al punto che dopo molti anni si è tornati a parlare di ‘parchi di carta’ ossia di realtà di fatto inesistenti perché gli enti di gestione spesso non a regime non hanno piani, progetti di interventi previsti dalla legge a cui nessuno in nessuna sede ha lavorato e lavora e non solo certo per ragioni di cassa. Da anni si sta trafficando velleitariamente e poco responsabilmente per modificare la legge 394 da anni già modificata in peggio per alcuni aspetti fondamentali; la gestione ministeriale che ha rinunciato ormai da tantissimi anni a qualsiasi gestione concertata e cooperativa con le regioni e gli enti locali come aveva richiesto la legge Bassanini totalmente ignorata e sottratto alle aree protette qualsiasi competenza sul paesaggio.

La terza Conferenza nazionale dei parchi che doveva servire a rimettere i parchi in condizione  di operare è sparita dall’orizzonte e anche in recenti indagini persino parlamentari dei parchi quasi nessuno ha parlato neppure il ministro e tanto meno l’associazione dei parchi. Delle regioni, dei comuni e anche delle province conosciamo proposte sostenute nelle varie sedi ma per i parchi non ci sono proposte e tanto meno sedi dove si possa decidere.

Nel dibattito avviato sulla riforma della pubblica amministrazione è stato già osservato criticamente che rari e inadeguati sono i cenni alla necessaria e profonda riforma del centro, nelle sue parti amministrative, nelle sedi di cooperazione (conferenze permanenti, ruolo della Presidenza del consiglio), nei grandi corpi dello Stato, in modo da farne il centro del sistema e non solo il centro (fragile, peraltro) della amministrazione statale.

Torna qui un altro passaggio cruciale venuto meno da anni e cioè il raccordo stato -regioni perché il sistema delle aree protette possa funzionare come un sistema nazionale e oggi anche comunitario. Stato e regioni e con loro gli enti locali da anni non hanno sedi o strumenti in cui questa ‘leale collaborazione’ possa finalmente decollare. Del resto la Carta della Natura e poi il piano della biodiversità come l’integrazione terra-mare non aveva proprio questo obiettivo oggi assunto anche dall’Unione europea con Rete Natura 2000?

Dinanzi a questa situazione finora non si è trovato di meglio che proporre una modifica alla legge 394 per togliere alle regioni qualsiasi competenza sulle aree protette marine la cui gestione attuale fa il paio con il santuario dei cetacei.

Ecco perché alla ‘politica’ che concretamente significa partiti, governo, parlamento, regioni, enti locali bisogna proporre e chiedere conto del loro operato e impegni smettendola di cianciare su retorici slogan  che lasciano il tempo che trovano, tipo i parchi sono un volano, un modello economico e altre sciocchezze. I parchi sono soggetti istituzionali preposti  al governo del territorio  in ambienti molto pregiati dei nostri beni comuni a cui devono sottostare le attività economiche come tutte le altre che devono fare i conti con l’ambiente. Un ambiente che non solo non le mortifica ma le aiuta e le qualifica.

Renzo Moschini

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