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Il “male oscuro” che uccide gli orsi

"Purtroppo, l’elevata mortalità di orsi marsicani - quattro individui solo nell’ultimo anno per cause antropiche – ancora una volta, rimarca la fragilità e l’inconsistenza delle azioni messe in campo, a fronte di un rilevante dispendio di risorse umane ed economiche"

Scritto da Aldo Di Benedetto il 26.09.2014

Uno dei problemi che affrontai durante la mia attività alla direzione del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise fu di ricostruire una possibile strategia per la tutela e la conservazione dell’Orso marsicano. Per questo, nel corso del 2005, sotto la guida del Ministero dell’Ambiente,  avviammo l’iter per la definizione di un programma attraverso cui coinvolgere le istituzioni competenti, le associazioni ambientaliste, la società civile.  Il percorso si è concluso, in seguito, con la stipula del PATOM (Piano d’Azione per la Tutela dell’Orso marsicano), che aveva l’obiettivo d’individuare le minacce e i rischi incombenti sulla pregiata specie e mettere in atto iniziative e misure di protezione, concordate tra tutti gli attori coinvolti, tra cui regioni, province, aree protette, CFS e servizi di sorveglianza, associazioni.

Orso_marsicano

Purtroppo, l’elevata mortalità di orsi marsicani – quattro individui solo nell’ultimo anno per cause antropiche – ancora una volta, rimarca la fragilità e l’inconsistenza  delle azioni messe in campo,  a fronte di un rilevante dispendio di risorse umane ed economiche.  Anche la drammatica sorte toccata, in Trentino, all’orsa Daniza appalesa  l’incongruenza del progetto Life Arctos, finanziato dall’EU, che coinvolge le due popolazioni di orsi presenti sul territorio nazionale, quella delle Alpi e quella dell’Appennino, il cui budget ha impegnato la cospicua somma di 3,5 milioni di euro e la partecipazione di  nove partner istituzionali e associativi.

L’Orso è un grande mammifero, capace di muoversi e occupare ampi territori, i maschi fino a trecento chilometri quadrati; per questo le sue esigenze ecologiche ed etologiche impattano su un ampio ventaglio di situazioni ambientali e sociali complesse e multiformi. La sua indole a volte entra in contrasto con le attività umane e con modelli culturali e comportamentali insensibili e conflittuali verso la fauna selvatica.  Allora, mentre la folla delle istituzioni coinvolte, organizza estenuanti tavoli di lavoro, per decidere inconcludenti strategie e piani d’azione, qualcuno, nel segreto dell’anonimato, imbottisce polpette con miscele di veleni a base di pesticidi, che marcheranno la tragica sorte di un altro plantigrado.

Citiamo, ancora, il caso eclatante di bestiame domestico, non sottoposto ad adeguati controlli sanitari e capace di diffondere patologie infettive che hanno procurato la morte di un altro orso marsicano per tubercolosi bovina; ciò che denota una gestione promiscua dei pascoli all’interno di un’area protetta. Per ultimo, il caso abruzzese di Pettorano,  dell’operaio che uccide l’orso con schioppettate e pallettoni, iniquamente etichettato come “confidente”, perché ha violato il suo pollaio; un evento questo di cronaca nera che palesa un successo investigativo, unico e raro, condotto dalle forze dell’ordine.  Tuttavia,  si tratta pur sempre di un’attività repressiva cui, si auspica, segua una retta condanna, ma resta la grave perdita di un altro individuo di orso marsicano.   Allora cos’è che non funziona? Dove si annida il “male oscuro” che uccide gli orsi”?

Ebbene, credo che esso si nasconda in tre ambiti:  il primo, le pastoie burocratiche e la scarsa cooperazione  delle istituzioni;  il secondo,  la  poca attenzione della scuola e delle agenzie formative verso la cultura della conservazione della natura e della protezione delle specie selvatiche;  il terzo, la limitata efficacia delle attività di comunicazione e sensibilizzazione della pubblica opinione,  emergente solo sotto la spinta mass-mediatica dell’emotività,  quando il misfatto è già compiuto.  Per questo, non possiamo certamente essere ottimisti,  ma forse sarà l’orso stesso in grado di segnare il proprio destino, attraverso l’acquisizione di quella consapevolezza che le istituzioni e la società civile, ciecamente rifiutano.

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