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Etiopia: catastrofe imminente nella bassa Valle dell’Omo

Scritto da Redazione di Gaianews.it il 15.04.2013

Valle dell’Omo. Le autorità britanniche non sembrano volere recedere dalla volontà di costruire una diga nella Valle dell’Omo. L’appalto è stato vinto da società italiane, Ong internazionali, fra cui Survival Internation, si stanno opponendo e oggi tre diversi studi dimostrano che la realizzazione della diga significherebbe gravissime difficoltà per 200-300 mila abitanti di quei luoghi.

Valle dell'omo

In questa storia interessi di diverso genere e grandi aziende com l’IKEA sono coinvolte, direttamente o indirettamente. Spiega Survival international, “tra le imprese concessionarie di terreni nella bassa valle dell’Omo compaiono anche due aziende italiane. La O.B.M. Ethio Renewable Energie ltd, partecipata di Nuove Iniziative Industriali S.r.l. al 70%, con una concessione di 40.000 ettari di terra destinata alla coltivazione di jatropha, e FRI-EL Green Power con 30.000 ettari. Survival ha scritto a entrambe le società un anno fa, senza mai ricevere risposta. La jatropha coltivata da O.B.M. in Africa rifornisce di biocarburanti varie aziende italiane, tra cui i negozi IKEA”.

Gibe III, così si chiama la diga, è stata affidata senza gara d’appalto all’italiana Salini Costruttori. Al progetto della diga segue il land grabbing con il quale grandi aziende vorrebbero sottrarre il terreno alle popolazioni locali per sfruttarlo in maniera intensivaMezzo 

Land Grabbing Lake Turkana and the Lower Omo – Hydrological Impacts of Major Dam and Irrigation Projects (Il lago Turkana e la bassa Valle dell’Omo – Impatti idrologici di una grande diga e dei progetti di irrigazione) è uno studio  pubblicato dal Centro Studi africani dell’Università di Oxford. Secondo lo studio, spiega Survival International, il solo Kuraz Sugar Project del governo etiope farà abbassare fino a 22 metri il livello del lago Turkana, il lago nel deserto più grande al mondo. Gran parte della sua vita acquatica, tra cui le riserve ittiche indispensabili al sostentamento dei Turkana e di altri popoli che vivono nei dintorni, sarà distrutta.

Nel nome del progetto Kuraz, un esempio di land grabbing, i popoli Bodi, Kwegu e Mursi vengono sfrattati con la forza e trasferiti in campi di reinsediamento. Una volta là, le autorità intimano loro di liberarsi del loro bestiame, ad eccezione di pochi capi. Ai Bodi è stato detto che, una volta trasferiti, dipenderanno esclusivamente dagli aiuti alimentari.

La diga – Humanitarian Catastrophe and Regional Armed Conflict Brewing in the Transborder Region of Ethiopia, Kenya and South Sudan(Catastrofe umanitaria e conflitto regionale armato nella zona di confine tra Etiopia, Kenya e Sud Sudan), pubblicato dall’Africa Resources Working Group, conclude che circa 200.000 indigeni in Etiopia, e 300.000 in Kenya, subiranno gli impatti irreversibili della diga e delle piantagioni.

Secondo lo studio, la diga metterà fine alle esondazioni naturali del fiume Omo riducendo la portata del fiume del 60-70%: le vite delle tribù che vivono lungo le sue rive, e nelle sue pianure, saranno devastate. Si preannunciano anche “gravi conflitti inter-etnici”.

Zone morte nel fiume Omo – The Downstream Impacts of Ethiopia’s Gibe III Dam – East Africa’s Aral Sea in the Making? (L’impatto a valle della diga Gibe III in Etiopia – Il futuro lago d’Aral dell’Africa Orientale?) pubblicato da International Rivers, avverte che i cambiamenti idrologici dovuti alla diga, sommati agli impianti di irrigazione messi in opera per le piantagioni e all’uso di fertilizzanti, potrebbero uccidere tratti del fiume Omo, creando zone morte.

Nel dossier si legge che “nella bassa Valle dell’Omo, la vita di circa 200.000-300.000 indigeni sarà gravemente sconvolta dalla distruzione dei mezzi di sussistenza e dalla violenza usata per appropriarsi delle terre e aprire le piantagioni.” Il rapporto chiede che i finanziamenti alla diga siano interrotti.

Sia il Regno Uniti che gli Stati uniti hanno un loro Dipartimento governativo per lo Sviluppo Internazionale. sono stati numerosi i rapporti inviati sugli abusi subiti dalla popolazione locale perciò il dipartimento britannico (DFID) è stato lo scorso anno in visita a Mursi e Bodi raccogliendo testimonianze di arresti, pestaggi, distruzioni delle riserve di grano, intimidazioni e violenze sessuali.

Poi però, spiega Survival International, “ci sono voluti ben nove mesi perché il Dipartimento britannico stendesse un “rapporto” della visita, per poi concludere che sarebbe stata necessaria un’indagine più dettagliata per “confermare” le accuse. Da allora nulla è stato fatto.”

Ma c’è di più perchè i due uffici, quello britannico e quello americano finanziano  un programma etiope “Protezione dei servizi di base”, senza il quale, probabilmente, il trasferimento forzato di migliaia di indigeni non sarebbe possibile.

“Il denaro inglese sta finanziando la distruzione di alcuni dei popoli pastori più conosciuti di tutta l’Africa” ha dichiarato oggi Stephen Corry, Direttore Generale di Survival International. “I contribuenti dovrebbero indignarsi, ma probabilmente non saranno sorpresi. Il governo inglese è rinomato per le sue promesse di facciata quando si tratta dei diritti umani dei popoli indigeni. Se si parla di diritti umani in Etiopia, i tanti impegni del Dipartimento per lo Sviluppo Internazionale sono inutili – l’agenzia continua ad ignorare sia le proprie politiche che le importanti convenzioni che ha ratificato.”

 

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