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Scienza: quando gli esperti non ci persuadono

Scritto da Redazione di Gaianews.it il 04.10.2010

Divulgazione scientificaOgni giorno il mondo dei media si occupa di divulgazione scientifica, di problemi ambientali, di salute e così via. Ma come reagiamo alle novità, alle scoperte o ai moniti degli scienziati? Un’interessante ricerca suggerisce che alcune notizie ci colpiscono di più se a dirle è uno scienziato o un divulgatore i cui valori sono simili al circolo di persone che frequentiamo.

Supponiamo che un caro amico stia cercando un libro sui cambiamenti climatici e chiedesse la nostra opinione su uno scienziato che, dai titoli accademici, sembra un esperto competente e affidabile. Guardando la copertina, potremmo verificare se l’autore ha ricevuto un dottorato di ricerca in un settore pertinente da una grande università, se è un membro di una qualche facoltà universitaria o se fa parte di un’accademia. Ma ci sentiremmo, in base a tali informazioni, di dire al nostro amico che sembra un “esperto”?

Se siete come la maggior parte delle persone, la risposta sarà, “dipende”. Da cosa dipende lo dice un recente studio americano: non è se la posizione che prende scienziato è coerente con quella sostenuta da una Accademia Nazionale. Invece, è probabile che la nostra opinione vari a seconda che la posizione dello scienziato sia coerente o meno con ciò che crede la maggioranza delle persone che condividono i nostri valori culturali.

Questo è ciò che ha messo in luce uno studio condotto da un professore di giurisprudenza di Yale, Dan Kahan, uno di scienze politiche dell’Università dell’Oklahoma, Hank Jenkins-Smith e un professore sempre di giurisprudenza della George Washington, Donald Braman. Le ricerche chiariscono le cause della persistente e netta suddivisione da parte del pubblico su argomenti in cui gli scienziati invece sono concordi, per via dei dati a loro disposizione.

“Sappiamo da ricerche precedenti,” ha detto Dan Kahan, “che le persone con valori individualistici, che hanno un forte attaccamento al commercio e all’industria, tendono ad essere scettici nell’ammettere l’esistenza di rischi ambientali, mentre le persone con valori egualitari, sensibili alla disuguaglianza economica, tendono a credere che il commercio e l’industria danneggino l’ambiente”.

Nello studio, i soggetti con valori individualistici sono stati di oltre 70 punti percentuali meno numerosi rispetto agli “egualitari” nell’identificare uno scienziato come un esperto se fosse stato dipinto come uno che descrive il cambiamento climatico come un rischio accertato. Allo stesso modo, i soggetti egualitari avevano oltre il 50% di probabilità in meno rispetto agli individualisti di vedere uno scienziato come un esperto se fosse stato descritto come uno che sostiene di non essere convinto degli elementi a favore del cambiamento climatico.

I risultati dello studio sono risultati simili quando ai soggetti sono state mostrate informazioni e sono state fatte domande su altre questioni che hanno un ampio  “consenso scientifico”. I soggetti sono stati molto più propensi a vedere uno scienziato con ottime credenziali come un “esperto” quando ha preso una posizione vicina ai propri valori culturali, come ad esempio il rischio di smaltimento dei rifiuti nucleari o (siamo in USA) le leggi che permettono ai cittadini di procurarsi legalmente armi.

“Queste sono tutte questioni”, ha detto Kahan, “sulle quali l’Accademia Nazionale delle Scienze ha pubblicato rapporti in cui esprimeva il ‘consenso degli esperti’.”

In un sondaggio separato, lo studio ha anche riscontrato che il pubblico americano è culturalmente diviso in argomenti in cui il “consenso scientifico” è abbastanza unanime, come il cambiamento climatico, lo smaltimento dei rifiuti nucleari e le leggi sul porto d’armi.

“Il problema non è che una parte diffida della scienza e l’altra parte no”, ha detto Kahan in riferimento a una teoria alternativa del perché vi sia un conflitto politico su questioni che sono state ampiamente studiate dagli scienziati.

La ragione più probabile per questa polarizzazione, come sostenuto dai risultati della ricerca, “è che la gente tende a mantenere un giudizio parziale su quello che gli esperti ritengono vero, considerando uno scienziato come un ‘esperto’ solo quando lo scienziato ha una posizione che trovano culturalmente affine.”

Capendo questo, i ricercatori hanno quindi potuto trarre alcune conclusioni sul perché il consenso scientifico sembra non riuscire a risolvere i dibattiti pubblici quando il soggetto del dibattito è rilevante per le diverse posizioni culturali.

“E’ un errore pensare che ‘il consenso scientifico’ abbia una propria forza, che sia in grado di dissipare la  polarizzazione culturale su questioni inerenti la ricerca scientifica”, ha detto Kahan. “Le stesse dinamiche psicologiche che si attuano tra il pubblico per formare una particolare posizione sui cambiamenti climatici, l’energia nucleare e il controllo delle armi, si forma anche sulla loro percezione di ciò che ‘il consenso scientifico’ è”.

“Il problema non verrà risolto semplicemente cercando di aumentare la fiducia negli scienziati o la consapevolezza da parte del pubblico si ciò che gli scienziati dicono”, ha aggiunto Braman. “Per essere sicuri che si formi la percezione imparziale di quello che gli scienziati stanno scoprendo, è necessario utilizzare strategie di comunicazione che riducano la probabilità che cittadini con valori diversi possano trovare le scoperte scientifiche come una minaccia per il loro ‘credo’ culturale”.

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