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	<title>Gaianews.it</title>
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		<title>Home schooling, un’opzione che fa discutere</title>
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		<pubDate>Wed, 22 May 2013 12:30:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Elisa Corbi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura e società]]></category>
		<category><![CDATA[bambini]]></category>
		<category><![CDATA[Educazione]]></category>
		<category><![CDATA[scuola home schooling]]></category>

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		<description><![CDATA[ Uno studio di Madalen Goiria  ha analizzato la situazione della scuola a casa, una realtà sociale che manca di regolamentazione giuridica nello stato spagnolo. Concentrandosi in  particolare sulla flexi-scuola o  istruzione a tempo parziale e sulle ragioni  della de-scolarizzazione, presentando le possibili soluzioni per superare le difficoltà delle famiglie che scelgono di educare i loro [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: 1em; line-height: 1.1em;"> Uno studio di Madalen Goiria  ha analizzato la situazione della scuola a casa, una realtà sociale che manca di regolamentazione giuridica nello stato spagnolo. Concentrandosi in  particolare sulla flexi-scuola o  istruzione a tempo parziale e sulle ragioni  della de-scolarizzazione, presentando le possibili soluzioni per superare le difficoltà delle famiglie che scelgono di educare i loro figli a casa.</span></p>
<p><img class="alignnone size-large wp-image-37102" alt="bambini_scuola" src="http://gaianews.it/wp-content/uploads/file9951283667057-400x290.jpg" width="400" height="290" /></p>
<p>La dottoressa Goiria è l&#8217;autrice del blog  ‘L&#8217;opzione di educare a casa’. Come lei stessa ha sottolineato, &#8220;è diventato un blog di riferimento sulla scuola a casa in Spagna&#8221;. Essendo un’ esperta di legge, gran parte del blog si concentra sugli aspetti legali di questa scelta, ma offre anche temi che hanno a che fare con la pedagogia, la sociologia e l&#8217;antropologia.</p>
<p>Il blog non è solo un punto di riferimento per chi cerca informazioni , ma è anche il punto di partenza e lo strumento di base di una tesi di dottorato di ricerca che guarda al movimento della de-scolarizzazione. Analizza le ragioni per cui le famiglie scelgono di educare i loro figli a casa, guarda la situazione giuridica nell&#8217;ambito della legislazione spagnola, e propone possibili soluzioni per superare le difficoltà che derivano da questa mancanza di riconoscimento giuridico.</p>
<p>&#8220;Fondamentalmente, l&#8217;idea di creare il blog è nata dalla necessità di creare un canale di comunicazione con le famiglie che optano per la scuola a casa, in quanto è difficile entrare in contatto con loro perché rischiano di essere perseguite dall&#8217;amministrazione,&#8221; spiega Goiria.  &#8220;Oltre ad essere stato una risorsa fondamentale per la produzione di una tesi,  continua ad essere indispensabile per continuare a ricercare le nuove realtà che  emergeranno nel breve e medio termine. &#8220;</p>
<p>La tesi ha infatti rivelato che la realtà è in continua evoluzione:&#8221;Fino ad ora, nessuno aveva condotto uno studio empirico per scoprire che tipo di famiglie decidono per la scuola a casa e perché . Nel lavoro  ho avuto  l&#8217;opportunità di conoscere queste persone, tanti sono di origine straniera e la loro ideologia si oppone al consumismo, per questo decidono di educare la prole al di fuori del sistema. Decidono di seguire questa scelta perché il sistema educativo non è riuscito a soddisfare le loro esigenze, o perché i loro figli soffrono insuccesso scolastico, bullismo, ecc, oppure a causa delle differenze culturali,&#8221; conclude Madalen.</p>
<p>Una delle possibili soluzioni da lei  proposte  è la flexi-scuola, si tratta di una proposta che è emersa in Gran Bretagna. Ovvero la possibilità di una scuola part-time in modo che  gli studenti  possano però completare la loro educazione a casa.</p>
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		<title>Scoperti predittori genetici della depressione post-partum</title>
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		<pubDate>Wed, 22 May 2013 12:16:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione di Gaianews.it</dc:creator>
				<category><![CDATA[Salute]]></category>
		<category><![CDATA[depressione]]></category>
		<category><![CDATA[depressione post-partum]]></category>
		<category><![CDATA[Genetica]]></category>
		<category><![CDATA[gravidanza]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;alterazione di 2 geni, rilevabili dalla semplice analisi del sangue durante la gravidanza, avrebbe predetto la depressione post partum con l&#8217;85 per cento di certezza in uno studio. Le modificazioni epigenetiche, che alterano la funzione dei geni  senza cambiare la sequenza sottostante,  possono essere rilevate nel sangue delle donne incinte durante ogni trimestre, fornendo potenzialmente [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;alterazione di 2 geni, rilevabili dalla semplice analisi del sangue durante la gravidanza, avrebbe predetto la depressione post partum con l&#8217;85 per cento di certezza in uno studio.</p>
<p>Le modificazioni epigenetiche, che alterano la funzione dei geni  senza cambiare la sequenza sottostante,  possono essere rilevate nel sangue delle donne incinte durante ogni trimestre, fornendo potenzialmente un modo semplice per predire la depressione nelle settimane dopo il parto, e l&#8217;opportunità di intervenire prima che i sintomi diventino debilitanti.</p>
<p><img class="alignnone size-large wp-image-40713" alt="neonato_gravidanza" src="http://gaianews.it/wp-content/uploads/file0001213611731-400x300.jpg" width="400" height="300" /></p>
<p>I risultati dello studio di piccole dimensioni che coinvolge 52 donne in gravidanza sono descritti  sulla rivista <em>Molecular Psychiatry</em>.</p>
<p>&#8220;La depressione post-partum può essere dannosa sia per la madre che per il bambino&#8221;, ha spiegato il leader dello studio Zachary Kaminsky, Ph.D., professore assistente di psichiatria e scienze comportamentali presso la Johns Hopkins University School of Medicine. &#8220;Ma non abbiamo un modo affidabile per lo screening  prima che causi danni, e un test come questo potrebbe proprio fungere da screening.&#8221;</p>
<p>Non è chiaro che cosa causi la depressione post-partum, una condizione caratterizzata da persistenti sentimenti di tristezza, disperazione, stanchezza e ansia che inizia entro quattro settimane dal parto e può durare settimane, mesi o fino a un anno. Si stima che il 10-18 per cento di tutte le nuove mamme sviluppino una condizione di tristezza, e il tasso sale al 30 &#8211; 35 per cento tra le donne con disturbi dell&#8217;umore precedentemente diagnosticati. Gli scienziati hanno creduto a lungo che i sintomi fossero correlati al grande calo dei livelli di estrogeni della madre dopo il parto, ma gli studi hanno dimostrato che le donne sia depresse che non depresse hanno livelli di estrogeni simili.</p>
<p>Studiando i topi, i ricercatori del Johns Hopkins hanno sospettato che gli estrogeni inducano cambiamenti epigenetici nelle cellule dell&#8217;ippocampo, una parte del cervello che regola l&#8217;umore. Kaminsky e il suo team hanno poi creato un modello statistico che ha portato all&#8217; identificazione di due geni, conosciuti come TTC9B e HP1BP3, di cui poco si sa se non del loro coinvolgimento nell&#8217; attività ippocampale.</p>
<p>Kaminsky ha spiegato che i geni in questione possono avere qualcosa a che fare con la creazione di nuove cellule nell&#8217;ippocampo e con la capacità del cervello di riorganizzare e adattarsi di fronte a nuovi ambienti &#8211; due elementi importanti dell&#8217;umore. In qualche modo, spiega, gli estrogeni possono comportarsi come un antidepressivo, in modo che quando inibiti, colpiscano negativamente l&#8217;umore.</p>
<p>I ricercatori hanno poi confermato i loro risultati negli esseri umani, cercando i cambiamenti epigenetici in migliaia di geni nei campioni di sangue di 52 donne in gravidanza con disturbi dell&#8217;umore. Jennifer L. Payne, MD, direttore del Mood Disorders Center della Johns Hopkins, ha raccolto i campioni di sangue. Le donne sono state seguite durante e dopo la gravidanza per valutare se sviluppassero la depressione post-partum.</p>
<p>I ricercatori hanno notato che le donne che hanno sviluppato la depressione post-partum erano esposte a forti cambiamenti epigenetici in quei geni che sono più sensibili agli estrogeni, il che suggerisce che queste donne sono più sensibili agli effetti dell&#8217;ormone.</p>
<p><span style="font-size: 1em; line-height: 1.1em;">&#8220;Siamo stati molto sorpresi da come i geni fossero correlati con la depressione post-partum&#8221;, dice Kaminsky. &#8220;Con ulteriori ricerche, questo potrebbe rivelarsi un potente strumento.&#8221;</span></p>
<p>Kaminsky ha spiegato che il prossimo passo della ricerca sarà quello di raccogliere campioni di sangue da un gruppo più ampio di donne in gravidanza e di seguirle per un periodo di tempo più lungo. Ha spiegato anche che sarebbe utile esaminare se gli stessi cambiamenti epigenetici siano presenti nei figli di donne che sviluppano la depressione post-partum.</p>
<p>L&#8217;evidenza suggerisce che l&#8217;identificazione precoce e il trattamento della depressione post-partum possono limitare o impedire gli effetti debilitanti. Educare le donne ai fattori di rischio della depressione &#8211; così come determinare se hanno una precedente storia di malattia &#8211; è fondamentale per evitare problemi a lungo termine.</p>
<p>La ricerca mostra anche che la depressione post-partum colpisce non solo la sicurezza e la salute della madre, ma anche la salute mentale, fisico e comportamentale del suo bambino.</p>
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		<title>Viaggio verso la Stazione Spaziale per Luca Parmitano</title>
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		<pubDate>Wed, 22 May 2013 12:13:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione di Gaianews.it</dc:creator>
				<category><![CDATA[Spazio]]></category>
		<category><![CDATA[ESA]]></category>
		<category><![CDATA[ISS]]></category>
		<category><![CDATA[Luca Parmitano]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Nella prossima missione spaziale che partirà da Baikonur verso la Stazione Spaziale Internazionale è prevista la presenza di un italiano, Luca Parmitano, che resterà in orbita per 6 mesi. Grazie ad un vettore russo Soyuz, Parmitano raggiungerà la ISS in circa 6 ore con il comandante russo Fyodor Yurchikhin e l'astronauta statunitense Karen Nyberg</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Nella prossima missione spaziale che partirà da Baikonur verso la Stazione Spaziale Internazionale è prevista la presenza di un italiano, Luca Parmitano, che resterà in orbita per 6 mesi. Grazie ad un vettore russo <span style="font-size: 1em; line-height: 1.1em;">Soyuz, Parmitano raggiungerà la ISS in circa 6 ore con il comandante russo Fyodor Yurchikhin e l&#8217;astronauta statunitense Karen Nyberg.</span></p>
<div>
<p class="immagine_sx"><span style="font-size: 1em; line-height: 1.1em;"><img class="alignnone  wp-image-36313" alt="Luca_Parmitano_quad" src="http://gaianews.it/wp-content/uploads/Luca_Parmitano_quad-400x400.jpg" width="240" height="240" /></span></p>
<p><span style="font-size: 1em; line-height: 1.1em;">Il lancio avverrà secondo i piani martedì 28 alle 22:31 ora italiana, dal cosmodromo di Baikonur in Kazakistan. Dopo cinque minuti dal lancio si staccherà il secondo stadio  e l&#8217;equipaggio si troverà già a 170 km dalla superficie terrestre. I due astronauti e il cosmonauta russo saranno osservati con attenzione dal centro spaziale russo. Dopo nove minuti dal lancio la Soyuz sarà in orbita attorno alla Terra e potrà iniziare la fase di avvicinamento alla ISS.</span></p>
<p><span style="font-size: 1em; line-height: 1.1em;">Anche questa volta si tenterà l&#8217;attracco rapido al laboratorio spaziale, che avverrà in sole 6 ore a ben </span><span style="font-size: 1em; line-height: 1.1em;">a 400 km di altitudine.</span></p>
<p>Parmitano, 37 anni, astronauta italiano di Paternò, maggiore dell’Aeronautica Militare, martedì prossimo sarà dunque in orbita comincerà la missione &#8220;Volare&#8221;: 170 giorni in orbita. &#8220;A bordo sarò ingegnere, scienziato, assistente medico e pilota&#8221;, ha detto il novello astronauta.</p>
<p>Parmitano ha iniziato la sua velocissima ascesa verso la ISS solo nel 2009, con il conseguimento di un master Ingegneria del Volo Sperimentale presso l&#8217;Istituto Superiore dell&#8217;Aeronautica e dello Spazio a Toulose, in Francia.</p>
<p><span style="font-size: 1em; line-height: 1.1em;">Sono previste per lui in orbita anche alcune attività extraveicolari, o &#8220;passeggiate spaziali&#8221;,  insieme ad un collega americano.</span></p>
</div>
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		<title>Ecco la &#8220;formica pirata&#8221; nelle Filippine</title>
		<link>http://gaianews.it/ambiente/scoperta-la-formica-pirata-nelle-filippine-40700.html</link>
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		<pubDate>Wed, 22 May 2013 10:31:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione di Gaianews.it</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Cardiocondyla pirata]]></category>
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		<description><![CDATA[Scienziati tedeschi hanno scoperto una nuova specie di formica proveniente dalle Filippine. La Cardiocondyla pirata o formica pirata è caratterizzata da un modello di pigmentazione bizzarro che non ha equivalenti in tutto il mondo. Le femmine nelle colonie di questa specie possono essere riconosciute da una striscia scura distintiva sugli occhi che assomiglia alla benda [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Scienziati tedeschi hanno scoperto una nuova specie di formica proveniente dalle Filippine. La Cardiocondyla pirata o formica pirata è caratterizzata da un modello di pigmentazione bizzarro che non ha equivalenti in tutto il mondo. Le femmine nelle colonie di questa specie possono essere riconosciute da una striscia scura distintiva sugli occhi che assomiglia alla benda di un pirata: per questo gli scienziati hanno scelto questo nome. Ora però agli scienziati sta capire come mai le formiche, che vivono in luoghi poco luminosi, abbiano sviluppata una pigmentazione simile. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista<em> ZooKeys</em>.</p>
<div id="attachment_40701" class="wp-caption alignnone" style="width: 410px"><img class="size-full wp-image-40701" alt="formica_pirata" src="http://gaianews.it/wp-content/uploads/56804_web.jpg" width="400" height="203" /><p class="wp-caption-text">Crediti: Bernhard Seifert</p></div>
<p>&#8220;Durante un viaggio nelle Filippine abbiamo cercato diverse specie del genere Cardiocondyla che è noto per la sua sorprendente varietà morfologica e comportamentale nelle formiche maschio. Accanto alle specie già conosciute abbiamo anche individuato una specie fino ad allora sconosciuta nella scissione di grosse pietre in un torrente ombreggiato. A causa del buio della foresta pluviale e delle parti del corpo traslucido le minuscole formiche erano quasi invisibili. Sotto la luce luminosa e con una lente di ingrandimento abbiamo rilevato la bella striscia attraverso gli occhi e quindi abbiamo chiamato questa specie &#8220;pirata&#8221;, commenta Sabine Frohschammer, dottoranda alla Universität di Regensburg.</p>
<div id="attachment_40702" class="wp-caption alignnone" style="width: 410px"><img class="size-full wp-image-40702" alt="Crediti: Bernhard Seifert" src="http://gaianews.it/wp-content/uploads/56805_web.jpg" width="400" height="223" /><p class="wp-caption-text">Crediti: Bernhard Seifert</p></div>
<p>Ciò che rimane un mistero per gli scienziati è il significato del modello adattativo della straordinaria pigmentazione. Il fatto che le formiche no abbiano una buona vista e che vivano in luoghi bui fa escludere l&#8217;ipotesi che la macchia scura servisse per distinguere il sesso nel periodo dell&#8217;accoppiamento.</p>
<p>Una possibile ipotesi sulla funzione di questo bizzarro schema di colorazione è che serve come strumento per distrarre e confondere il nemico. La combinazione delle strisce scure con un corpo piuttosto traslucido potrebbe dare l&#8217;impressione ai predatori che le parti del corpo anteriore e posteriore siano due oggetti separati.</p>
<p>Tuttavia, anche se questa ipotesi fosse vera il modello di pigmentazione enigmatico della Cardiocondyla pirata continuerà a coinvolgere gli scienziati nella ricerca. Infatti gli autori si chiedono:&#8221;Quale predatore con un&#8217;ottima vista potrebbe nutrirsi di queste piccole formiche?&#8221;,</p>
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		<title>Fondazione Veronesi: quando serve il bisturi preventivo nel tumore al seno?</title>
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		<pubDate>Wed, 22 May 2013 10:11:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione di Gaianews.it</dc:creator>
				<category><![CDATA[Salute]]></category>
		<category><![CDATA[angelina jolie]]></category>
		<category><![CDATA[mastectomia]]></category>
		<category><![CDATA[predisposizione genetica]]></category>
		<category><![CDATA[tumore al seno]]></category>

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		<description><![CDATA[La Fondazione Umberto Veronesi ha lanciato una campagna informativa sul tumore al seno, dopo il grande clamore mediatico dovuto ala dichiarazione dell&#8217;attrice Angelina Jolie, che ha dichiarato di essersi fatta asportare entrambi i seni per ridurre il suo rischio genetico di sviluppare un tumore. Di cosa parliamo veramente quando ci riferiamo al rischio genetico nel [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>La Fondazione Umberto Veronesi ha lanciato una campagna informativa sul tumore al seno, dopo il grande clamore mediatico dovuto ala dichiarazione dell&#8217;attrice Angelina Jolie, che ha dichiarato di essersi fatta asportare entrambi i seni per ridurre il suo rischio genetico di sviluppare un tumore.</p>
<p><img src="http://gaianews.it/wp-content/uploads/file1368550602_85.jpg" alt="tmore_seno" width="375" height="250" class="alignnone size-full wp-image-40698" /><br />
Di cosa parliamo veramente quando ci riferiamo al rischio genetico nel caso del tumore al seno? E&#8217; necessari premettere che solo il 5% dei tumori del seno è legato ad alterazioni genetiche. Le ricerche hanno dimostrato, ed è il caso dell&#8217;attrice americana, che l&#8217;alterazione di due geni (Brca1 e Brca2) è associata ad un aumentato rischio di tumore del seno e dell’ovaio. Il rischio in questi casi può essere molto superiore alla media, anche dell’80-85% nell’arco della vita.<br />
Ma, spiegano dalla Fondazione Veronesi,&#8221;va detto che non sempre il test genetico dà un responso chiaro e non tutti i casi positivi sono poi destinati a sviluppare un tumore. Inoltre secondo molti esperti mancano dati definitivi che dimostrino la superiorità del bisturi preventivo in termini di sopravvivenza rispetto a un piano di controlli personalizzato, seguito quando occorre da chirurgia e radioterapia.&#8221;<br />
Pur confermando la scientificità del calcolo del rischio non ci sono invece prove che l&#8217;asportazione del seno diminuisca il rischio rispetto ai controlli preventivi.</p>
<p>Il dato interessante riportato dalla Fondazione è che si ricorre all&#8217;intervento per sollevarsi dalla paura della perdita e del dolore. Fra le donne che ricorrono all&#8217;intervento sono molte di più coloro che hanno perso la madre a causa del tumore e che a loro volta sono madri.</p>
<p>A dirlo è una ricerca pubblicata sull’<em>American Journal of Obstetrics and Gynecology</em>: la scelta dell’asportazione preventiva è undici volte più frequente della media nelle figlie, sorelle, nipoti di donne decedute per tumore mammario, 4 volte più frequente nelle madri rispetto alle donne senza figli. Tutto il resto, l’età, gli interventi precedenti, conta poco.&#8221; Le conclusioni degli autori&#8221;, spiegano dalla Fondazione, &#8220;sono quasi un appello: la percezione del rischio è influenzata da aspetti soggettivi che possono spingere verso la chirurgia profilattica più dello stesso rischio clinico reale. E’ fondamentale che la donna sia accompagnata in una scelta ponderata dalla consulenza di esperti nei vari settori, il senologo, il genetista, lo psicologo, il chirurgo plastico.&#8221;</p>
<p>Cosa fare quindi? LA donna con predisposizione genetica non è &#8220;dannata&#8221;, spiegano dalla Fondazione. E sana e deve sottoporsi a dei controlli periodici.Emma D&#8217;Andrea, della Struttura per i Tumori eredo-familiari di mammella e ovaio presso l’Istituto Oncologico Veneto di Padova, raccomanda: «Dai 25 anni ai 35, le linee guida nazionali ed internazionali suggeriscono ecografia, risonanza magnetica nucleare (con e senza contrasto) e visita clinica, annuali. Si tratta di persone sane, che non si devono sentire ammalate (neanche in pericolo) e, in assenza di una sintomatologia precisa, non devono frequentare troppo i presidii sanitari. In quasi ogni regione italiana ci sono unità di lavoro sui tumori ereditari della mammella e dell’ovaio»</p>
<p>La consulenza ha importanza anche secondo un&#8217;altra ricerca internazionale: i revisori della Cochrane Collaboration, l’organizzazione internazionale che si occupa di fare il punto sull’efficacia delle terapie sulla mastectomia profilattica ha pubblicato alcuni anni fa una revisione di 39 studi su oltre 7.300 donne. Nella maggior parte dei casi «la mastectomia bilaterale profilattica può ridurre l’incidenza del cancro al seno e migliorare la sopravvivenza delle donne ad alto rischio, ma gli studi condotti finora presentano limiti metodologici. Dopo l’intervento, la maggior parte delle donne è soddisfatta della sua decisione, meno sul piano dell’estetica e della percezione corporea. Molte procedure necessitano di ulteriori interventi. La gran parte delle donne si sente sollevata, ma dato che potrebbero sovrastimare il loro rischio di cancro al seno, hanno bisogno di comprendere il loro reale rischio quando considerano la possibilità di un intervento preventivo».</p>
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		<title>Stati Uniti: quante alghe si possono coltivare per produrre biocarburante?</title>
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		<pubDate>Wed, 22 May 2013 09:28:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione di Gaianews.it</dc:creator>
				<category><![CDATA[Energia]]></category>
		<category><![CDATA[alghe]]></category>
		<category><![CDATA[biocarburante]]></category>
		<category><![CDATA[energia rinnovabile]]></category>

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		<description><![CDATA[Molte delle forze di coloro che si occupano di energie rinnovabili si rivolgono alla produzione di biocarburante. Le domande riguardano l&#8217;efficienza dei biocarburante, ma anche la facilità e la possibilità di produrlo. Una ricerca statunitense ha indagato la possibilità di coltivare alghe per creare biocarburante negli Stati Uniti e secondo una stima si potrebbe creare [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Molte delle forze di coloro che si occupano di energie rinnovabili si rivolgono alla produzione di biocarburante. Le domande riguardano l&#8217;efficienza dei biocarburante, ma anche la facilità e la possibilità di produrlo. Una ricerca statunitense ha indagato la possibilità di coltivare alghe per creare biocarburante negli Stati Uniti e secondo una stima si potrebbe creare energia per il fabbisogno di biocarburante relativo ad un mese. La ricerca è pubblicata sula rivista <em>Environmental Science and Technology</em>.</p>
<p><img src="http://gaianews.it/wp-content/uploads/biocarburanti-alghe-400x250.jpg" alt="Biocarburanti da alghe" width="400" height="250" class="alignnone size-large wp-image-29935" /></p>
<p>La ricerca ha analizzato quante e quali risorse idriche sarebbero necessarie per coltivare le alghe in appositi stagni molto grandi e poco profondi. </p>
<p>&#8220;Anche se ci sono ancora molti dettagli da elaborare, le questioni relative all&#8217;acqua non sono un problema per lo sviluppo di un settore delle alghe per la produzione di biocarburanti in molte aree del paese&#8221;, ha detto il primo autore Erik Venteris del Pacific Northwest National Laboratory del Dipartimento di Energia.</p>
<p>I luoghi idonei alla coltivazione delle alghe devono essere caldi e molto umidi. I luoghi migliori sembrerebbero essere la Costa del Golfo e la costa sud-orientale</p>
<p>&#8220;La costa del Golfo offre una buona combinazione di temperature calde, bassa evaporazione, l&#8217;accesso a una grande varietà di acqua, e molti impianti di elaborazione del carburante&#8221;, ha dichiarato Mark Wigmosta idrologo, leader della squadra che ha condotto l&#8217;analisi.</p>
<p>Sono diversi gli ambiti di ricerca relativi allo studio delle alghe come combustibili. Dalla lavorazione del carburante, alla separazione dalle sostanze inutili, all&#8217;uso in composti ibridi con combustibili fossili. Ma, ancora prima, la ricerca di cui parliamo si occupa della crescita delle alghe, quindi la scelta del luogo non deve essere nè troppo caldo nè troppo freddo, e deve avere il giusto clima.</p>
<p>Lo studio si concentra sulle risorse idriche attuali e guarda a una serie di possibili fonti di acqua, tra cui le acque sotterranee dolci, le acque sotterranee salate e l&#8217;acqua di mare. Il gruppo stima che potrebbero essere prodotti ogni anno fino a 25 miliardi di galloni di olio algale, con un incremento di 4 miliardi di galloni rispetto alla stima di uno studio precedente. Il nuovo importo è sufficiente a colmare le esigenze attuali di biocarburante della nazione per un mese &#8211; circa 600 milioni di barili &#8211; ogni anno. Gli autori dello studio fanno notare che la nuova stima è una stima, appunto, basata su un&#8217;ipotesi relativa a dei dati su acqua e terra disponibili.</p>
<p>&#8220;Sono fiducioso che i biocarburanti algali possano essere parte della soluzione ai nostri bisogni energetici, ma i biocarburanti algali di certo non sono la soluzione a tutto&#8221;, ha detto Wigmosta. lA difficoltà più grande secondo l&#8217;esperto, è che i costi di produzioni non sono ancora competitivi con quelli del petrolio.</p>
<p>Una fabbrica delle alghe sarebbe probabilmente costituita da numerosi stagni, con l&#8217;acqua profonda fra 6 e 15 cm. Alcune aziende hanno costruito fabbriche di alghe più piccole e stanno cominciando a produrre enormi quantità di alghe da convertire in combustibile. All&#8217;inizio di quest&#8217;anno, una società ha venduto l&#8217;olio a base di alghe a clienti californiani. </p>
<p>Exxon-Mobil ha lanciato uno progetto di ricerca da 600,000,000 dollari quattro anni fa e la Intel Science Talent Search ha sviluppato alghe che producono più carburante di quello che farebbero normalmente.</p>
<p>La disponibilità di acqua è stata una delle più grandi preoccupazioni per quanto riguarda l&#8217;adozione di produzione su larga scala di biocarburanti algali. Gli scienziati stimano che il combustibile creato con alghe userebbe molta più acqua dei processi industriali utilizzati per sfruttare l&#8217;energia da petrolio, vento, luce del sole. Per produrre 25 miliardi di galloni di olio di alghe, il team stima che il processo annualmente richiederebbe l&#8217;equivalente di circa un quarto della quantità di acqua che viene ora utilizzata ogni anno in tutti gli Stati Uniti per l&#8217;agricoltura. Anche se si tratta di una quantità enorme, la squadra osserva che l&#8217;acqua proverrebbe da fonti diverse. L&#8217;acqua dolce è utilizzata nella percentuale minore fissata al 5% che potrebbe però variare a seconda della zona.</p>
<p>Secondo gli esperti se l&#8217;acqua dolce è presente in minore quantità dell&#8217;acqua salata, quest&#8217;ultima presenta però dei problemi: quelle sotterrane a sono a volte a profondità eccessive, mentre l&#8217;acqua di mare richiede molte infrastrutture. </p>
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		<title>Piano del Parco in Abruzzo: le Regione in netto ritardo sull&#8217;approvazione</title>
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		<pubDate>Wed, 22 May 2013 07:02:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione di Gaianews.it</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dai parchi]]></category>
		<category><![CDATA[Parco Nazionale d'Abruzzo]]></category>
		<category><![CDATA[piano del parco]]></category>
		<category><![CDATA[Regione Abruzzo]]></category>

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		<description><![CDATA[Il Parco Nazionale d&#8217;Abruzzo, con un comunicato ha fatto sapere che &#8220;la settimana passata, con nota inviata ai Presidenti e agli Assessori delle tre regioni del Parco (Abruzzo, Lazio e Molise), e per conoscenza al Ministero dell’Ambiente, l’Ente ha sollecitato l’adozione del Piano del Parco, inviato il 15 marzo 2011, dopo aver ottenuto il parere [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Il Parco Nazionale d&#8217;Abruzzo, con un comunicato ha fatto sapere che &#8220;la settimana passata, con nota inviata ai Presidenti  e agli Assessori delle tre regioni del   Parco (Abruzzo, Lazio e Molise), e per conoscenza al Ministero dell’Ambiente, l’Ente ha sollecitato l’adozione del Piano del Parco, inviato il 15 marzo 2011, dopo aver ottenuto il parere favorevole della Comunità del Parco.&#8221;</p>
<p><img src="http://gaianews.it/wp-content/uploads/640px-Parco_Nazionale_dAbruzzo_Lazio_e_Molise-400x300.jpeg" alt="Parco_Nazionale_d&#039;Abruzzo,_Lazio_e_Molise" width="400" height="300" class="alignnone size-large wp-image-30170" /></p>
<p>&#8220;L’articolo 12 della legge Quadro 394/91&#8243; spiegano dall&#8217;Ente Parco, &#8220;prevede che l’adozione da parte delle regioni debba avvenire entro  90  giorni dall’inoltro da parte dell’Ente.Sono trascorsi ormai oltre due anni e non ci sono in proposito segnali di sorta.&#8221; </p>
<p>E la situazione è gravi visto che quello di cui si parla è solo l&#8217;inizio di un inter. Spiegano infatti dal Parco: &#8220;Occorre considerare che l’adozione di un così importante strumento di gestione – per la elaborazione del quale sono stati necessari purtroppo diversi anni – è fondamentale per permettere il prosieguo dell’iter di elaborazione definitiva e approvazione, previo il deposito presso le sedi dei comuni, delle comunità montane e delle regioni interessate; ciò affinchè “chiunque possa prenderne visione ed estrarne copia” anche allo scopo di presentare eventuali osservazioni scritte, sulle quali l’Ente Parco è chiamato a esprimere il proprio parere entro trenta giorni”. Successivamente le regioni, d’intesa con l’Ente Parco e, per la zona D anche con i comuni, emanano il provvedimento definitivo di approvazione.&#8221;</p>
<p>In mancanza del Piano è scritto infatti nella nota dell’Ente, il Parco “non può e non potrà espletare al meglio le proprie attività di amministrazione e gestione territoriale, con le inevitabili conseguenze sia sulla conservazione della natura e specialmente delle preziosissime specie animali e vegetali, alcune delle quali autoctone e a grave rischio di estinzione, sia sulla promozione economica sostenibile delle attività locali”.</p>
<p>In fondo, sostiene l’Ente Parco, l’adozione del Piano quale primo passaggio intermedio rispetto ai successivi provvedimenti, costituisce praticamente “un atto dovuto” propedeutico all’iter di approvazione definitiva.<br />
Perciò l’Ente, ribadendo la piena disponibilità ad agire d’intesa,  invita le tre Regioni a “voler sollecitamente procedere alla adozione del Piano del Parco”.</p>
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		<title>Orso marsicano: un convegno per coordinare il monitoraggio</title>
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		<pubDate>Wed, 22 May 2013 06:54:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione di Gaianews.it</dc:creator>
				<category><![CDATA[Osservatorio sull'Orso Marsicano]]></category>
		<category><![CDATA[orso]]></category>
		<category><![CDATA[Orso marsicano]]></category>
		<category><![CDATA[pettorano sul gizio]]></category>

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		<description><![CDATA[Si terrà l&#8217;8 giugno a Pettorano sul Gizio, in provincia di L&#8217;Aquila, in Abruzzo, una conferenza dal titolo “Gestione e monitoraggio dell’orso bruno marsicano nelle aree esterne al Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise”. La popolazione di orso marsicano stimata in 49 individui nel 2011, vive principalmente nel Parco D&#8217;Abruzzo, e perchè possa uscire dal [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Si terrà l&#8217;8 giugno a Pettorano sul Gizio, in provincia di L&#8217;Aquila, in Abruzzo, una conferenza dal titolo “Gestione e monitoraggio dell’orso bruno marsicano nelle aree esterne al Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise”.</p>
<p>La popolazione di orso marsicano stimata in 49 individui nel 2011, vive principalmente nel Parco D&#8217;Abruzzo, e perchè possa uscire dal pericolo di estinzione, è necessario che possa espandersi anche all&#8217;esterno del Parco.</p>
<p><img src="http://gaianews.it/wp-content/uploads/640px-BärenspurP1050395-400x300.jpg" alt="orma-orso-bruno" width="400" height="300" class="alignnone size-large wp-image-38242" /></p>
<p>Da qui la volontà da parte del Centro Studi per le Reti Ecologiche della Riserva Naturale Regionale Monte Genzana Alto Gizio di organizzare questa conferenza.</p>
<p>In un comunicato della Riserva si spiega infatti:&#8221;La decisione di organizzare questo incontro, trae origine proprio dalla consapevolezza, ormai ampiamente diffusa, che la salvezza dell’orso marsicano è legata anche ad una corretta gestione della specie nelle zone di espansione rispetto all’areale principale. </p>
<p>La conferenza rappresenta la prima occasione in cui verrà fatto un resoconto della situazione del plantigrado al di fuori del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise.</p>
<p>&#8220;In particolare è di fondamentale importanza mettere a sistema tutte le informazioni raccolte nelle diverse aree protette che, pur con diversa continuità e intensità, sono interessate dalla presenza della specie. Solo così sarà possibile dare un valore scientifico anche a quei dati che se isolati restano delle sporadiche osservazioni, ma se analizzati in un contesto più ampio possono fornire preziose indicazioni gestionali.&#8221;</p>
<p>Al convegno interverranno rappresentanti delle aree protette interessate dalla presenza dell&#8217;orso, il dottor Adriano Argenio, che parlerà dei problemi di carattere sanitario dell&#8217;orso marsicano, e il dottor Paolo Ciucci, dell&#8217;Università La Sapienza.</p>
<p>La Riserva del Monte Genzana è coinvolta nell&#8217;area della presenza dell&#8217;orso: nel comunicato si riporta infatti che &#8220;Queste considerazioni, su cui gli addetti ai lavori riflettono ormai da tempo, hanno recentemente trovato un riscontro pratico nel monitoraggio di un esemplare munito di radiocollare i cui spostamenti, principalmente collocabili tra Scanno (Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise), la Riserva Naturale Monte Genzana Alto Gizio e le aree sud occidentali del Parco Nazionale della Majella, sono stati costantemente seguiti in modo coordinato dagli operatori dei tre Enti permettendo tra l’altro di documentare con certezza uno dei primi casi di svernamento di una femmina all’esterno del Parco d’Abruzzo, avvenuto nella Riserva del Genzana.</p>
<p><a href="http://www.riservagenzana.it/" target="_blank">Qui</a>  potete trovare il programma della giornata.</p>
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		<title>Politica e ambiente</title>
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		<pubDate>Wed, 22 May 2013 06:25:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Renzo Moschini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie dai parchi]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[condono edilizio]]></category>
		<category><![CDATA[greeneconomy]]></category>
		<category><![CDATA[parchi]]></category>

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		<description><![CDATA[Tra le molte e complicate situazioni che il nuovo governo e il nuovo parlamento e con loro le regioni dovranno affrontare rientra -e non tra le ultime- l&#8217;ambiente. E se per altri aspetti si tratterà come già sta accadendo di rimettere mano a vecchie agende bisognose di revisione e aggiornamento nel caso dell&#8217;ambiente urge trovargli [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Tra le molte e complicate situazioni che il nuovo governo e il nuovo parlamento e con loro le regioni  dovranno affrontare rientra -e non tra le ultime- l&#8217;ambiente.</p>
<p>E se per altri aspetti si tratterà come già sta accadendo di rimettere mano a vecchie  agende bisognose di revisione e aggiornamento nel caso dell&#8217;ambiente urge trovargli finalmente un posto che finora non ha avuto né nei programmi di governo quanto negli impegni parlamentari al punto da essere stato del tutto snobbato persino in campagna elettorale.</p>
<div id="attachment_19771" class="wp-caption alignnone" style="width: 650px"><img src="http://gaianews.it/wp-content/uploads/Parco_Naturale_dei_Monti_Aurunci_lazio.jpg" alt="Parco Naturale dei Monti Aurunci    Foto:  Gabriele Altimari" width="640" height="427" class="size-full wp-image-19771" /><p class="wp-caption-text">Parco Naturale dei Monti Aurunci    Foto:  Gabriele Altimari</p></div>
<p>Che per qualcuno si debba ripartire con un condono la dice lunga sui tempi che corrono e sui rischi che ancora una volta le cose non cambino. Qui per uscire dal tunnel bisogna sia chiara soprattutto una cosa e cioè che la crisi sociale con i suoi effetti da macelleria dipende al pari dei disastri ambientali da  una politica economico-finanziaria che si è messa sotto i piedi con i diritto al lavoro e alla solidarietà i valori dei beni comuni, della sicurezza, della salute, del paesaggio  e della natura. Due facce insomma della stessa medaglia.</p>
<p>Ne deriva quindi l&#8217;estrema necessità e urgenza di una nuova politica economico-sociale ma anche e non di meno di politiche di programmazione e pianificazione del governo del territorio di cui da tempo si sono perse  le tracce.</p>
<p>Per essere più chiari onde evitare possibili ambiguità ed equivoci che in qualche misura si avvertono già da tempo bisogna finalmente imboccare politiche che puntino sulla greeneconomy che da sole tuttavia non rispondono alle esigenze complessive di nuove politiche ambientali in grado di fronteggiare adeguatamente e finalmente la gestione dei beni comuni, del suolo, del paesaggio, della natura. Politiche che non possono dipendere in nessun caso esclusivamente da quelle economiche che devono  &#8216;sottostare&#8217; costituzionalmente al governo pubblico.</p>
<p>Qui è indispensabile   una riflessione seria sul carattere di queste nuove politiche ambientali con le quali si devono misurare le istituzioni e la politica ma anche i tanti movimenti i quali  hanno l&#8217;indiscutibile merito di non essersi rassegnati a quel che finora ha passato il convento. Essi hanno il merito con le loro denunce, comitati, petizioni di essersi opposti a impianti insicuri o pericolosi, a infrastrutture invasive e molto altro ancora. Ma dall&#8217;insieme di queste iniziative locali o anche più ampie innegabilmente legittime  spesso non emergono proposte, progetti, ipotesi in grado di configurare per aree vaste, regionali e nazionali quelle nuove politiche di cui ha bisogno oggi il governo del territorio. Vale sul piano nazionale ma anche regionale.</p>
<p>Se guardiamo in questo momento alle vicende toscane abbiamo conferma di questa contraddizione che vede regione e comuni quasi ai ferricorti sul paesaggio che si teme possa anche per certi atteggiamenti anche ma non solo  delle sopraintendenze un impedimento ad interventi e operazioni a cui i comuni non possono sottrarsi. Qui si avverte subito quanto la rete istituzionale si sia smagliata in questi anni rispetto anche al passato che aveva visto entrare in gioco con la regione e i comuni le province, i parchi e le aree protette, le autorità di bacino come interlocutori fondamentali di nuove politiche nazionali. Protagonisti oggi sempre più deboli o scomparsi o in via di sparizione e il cui ruolo appare sempre meno incisivo nonostante -spesso- normative importanti che lo stato ha però spesso smantellato o messo in mora; la legge sul mare, la legge sul suolo, la legge sui parchi e le aree protette e tutte le nuove disposizioni comunitarie.</p>
<p>Qui la politica per le sue responsabilità istituzionali e non solo sul piano nazionale  ha bisogno di riconquistare credibilità, fiducia, consenso. E tanto maggiori sono le responsabilità dei singoli protagonisti tanto maggiore deve essere la loro capacità di farlo e presto.</p>
<p>Renzo Moschini-Gruppo di San Rossore</p>
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		<title>Lince a sorpresa in Appennino: intervista a Silvano Toso, esperto ISPRA</title>
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		<pubDate>Tue, 21 May 2013 14:17:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Federica di Leonardo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Conservazione]]></category>
		<category><![CDATA[ISPRA]]></category>
		<category><![CDATA[Lince]]></category>
		<category><![CDATA[Silvano Toso]]></category>

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		<description><![CDATA[Un individuo di lince è stato fotografato il 19 aprile scorso a Santa Sofia, in provincia di Forlì, nell’Appennino settentrionale. Sebbene fossero stati diversi gli avvistamenti segnalati finora, la presenza dell’animale non era mai stata accertata. La lince è però considerata estinta nell&#8217;Italia peninsulare a partire dal XVII secolo. L&#8217;individuo adulto di lince è stato [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Un individuo di lince è stato fotografato il 19 aprile scorso a Santa Sofia, in provincia di Forlì, nell’Appennino settentrionale.<br />
Sebbene fossero stati diversi gli avvistamenti segnalati finora, la presenza dell’animale non era mai stata accertata. La lince è però considerata estinta nell&#8217;Italia peninsulare a partire dal XVII secolo.</p>
<p><img src="http://gaianews.it/wp-content/uploads/image2.jpeg" alt="lince" width="309" height="240" class="alignnone size-full wp-image-40666" /></p>
<p>L&#8217;individuo adulto di lince è stato fotografato nel territorio dell’Azienda faunistico-venatoria “Sasseto Mortano&#8221;.  La foto, scattata dall’Avv. Gian Raniero Paulucci di Forlì, è la prima prova certa della presenza di questo predatore in Appennino da secoli.</p>
<p><em>Gaianews.it</em> ha intervistato il dottor Silvano Toso, dirigente dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Tutela e la Ricerca Ambientale).</p>
<p>Il Dottor Toso ci ha spiegato “che è molto probabile che la lince fotografata sia stata reintrodotta illegalmente o che sia frutto della riproduzione di individui reintrodotti illegalmente.<br />
“Assai più improbabile è che si tratti di un individuo in dispersione proveniente dalla piccola popolazione delle Alpi. In effetti la distanza che l’animale avrebbe dovuto percorrere sarebbe stata molto grande, ma è un’ipotesi che non si può escludere fino a quando non potremo effettuare delle analisi genetiche”, ha spiegato l’esperto.</p>
<p>Cosa dire invece dell’ipotesi, secondo molti fantasiosa, della permanenza della popolazione della lince in Appennino per tutti questi decenni? Silvano Toso ha spiegato che “è davvero molto improbabile che una popolazione di lince sia rimasta vitale e non contattata per tutti questi decenni. Ma in natura, fino a prova contraria, non è possibile escludere nulla in assoluto. Pertanto prima di qualsiasi pronunciamento con carattere definitivo, sarà necessario attendere i risultati delle analisi genetiche”.</p>
<p>Per ora l’ISPRA sta predisponendo un monitoraggio da effettuarsi con fototrappole e sistemi  per la cattura del pelo tramite sfregamento. In questo modo sarà possibile determinare la provenienza e eventualmente il numero degli individui presenti nel territorio.</p>
<p>Cosa si farà dopo? Silvano Toso ha spiegato che è troppo presto per dire quali saranno le azioni successive. Si può però affermare che le condizioni presenti nell’Appennino settentrionale potrebbero essere favorevoli alla specie, grazie anche alla presenza di  abbondanti popolazioni di ungulati, soprattutto di caprioli, che rappresentano una parte importante della dieta della lince.</p>
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		<item>
		<title>Un composto della dieta mediterranea ‘uccide’ le cellule tumorali</title>
		<link>http://gaianews.it/salute/un-composto-della-dieta-mediterranea-uccide-le-cellule-tumorali-40678.html</link>
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		<pubDate>Tue, 21 May 2013 13:58:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Elisa Corbi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Salute]]></category>
		<category><![CDATA[apigenina]]></category>
		<category><![CDATA[Cancro]]></category>
		<category><![CDATA[dieta mediterranea]]></category>

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		<description><![CDATA[Un nuovo studio evidenzia che un composto, che possiamo trovare nella dieta mediterranea, è in grado di far ‘morire’ le cellule tumorali . Alterando un passo molto preciso nella regolazione genica, questo composto essenzialmente ri-educa le cellule tumorali facendole diventare cellule normali. La ricerca condotta dall’Ohio State University ha sottolineato che il composto, presente in [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Un nuovo studio evidenzia che un composto, che possiamo trovare nella dieta mediterranea, è in grado di far ‘morire’ le cellule tumorali . Alterando un passo molto preciso nella regolazione genica, questo composto essenzialmente ri-educa le cellule tumorali facendole diventare cellule normali.<br />
<img src="http://gaianews.it/wp-content/uploads/file0001283627038-400x266.jpg" alt="dieta mediterranea" width="400" height="266" class="alignnone size-large wp-image-40679" /><br />
La ricerca condotta dall’Ohio State University  ha  sottolineato che  il  composto, presente  in alcuni alimenti a base vegetale, chiamato apigenina, potrebbe fermare le cellule del cancro al seno.<br />
Il prezzemolo, il sedano e la camomilla sono le fonti più comuni di apigenina, ma possiamo trovarla in molti altri alimenti.  In che modo però le molecole reali all&#8217;interno di questi cibi  lavorino nel corpo è ancora un mistero in molti casi, soprattutto intorno alle modalità che possano contrastare il cancro.<br />
&#8220;Sappiamo che abbiamo bisogno di mangiare sano, ma nella maggior parte dei casi non conosciamo i motivi reali del perché abbiamo bisogno di farlo&#8221;, ha affermato  Andrea Doseff, professore associato di medicina interna e di genetica molecolare presso la Ohio State e co-autore principale dello studio. &#8220;Noi qui possiamo vedere che l&#8217;effetto benefico sulla salute è attribuito a questo elemento nutritivo che colpisce molte proteine​​. Nella sua relazione con una serie di proteine ​​specifiche, l&#8217;apigenina ristabilisce il profilo normale per quanto riguarda le  cellule tumorali. Pensiamo che questo possa avere un grande valore per la prevenzione del cancro&#8221;.<br />
Doseff ha supervisionato il lavoro con Erich Grotewold, professore di genetica molecolare e direttore dell’  Ohio State&#8217;s Center for Applied Plant Sciences (CAPS). I due collaborano allo studio della genomica dell&#8217; apigenina e di altri flavonoidi, una famiglia di composti vegetali che si ritiene possano prevenire la malattia.<br />
La ricerca  è stata pubblicata nella prima edizione online della rivista <em>Proceedings of National Academy of Sciences</em>.Scoprire che l&#8217;apigenina possa influenzare il comportamento delle cellule del cancro è stato un risultato importante del lavoro, di Grotewold e Doseff. I ricercatori hanno paragonato la nuova tecnica a una “pesca” di  proteine ​​umane in cellule che interagiscono con le piccole molecole disponibili nella dieta.<br />
“Potete immaginare tutte le proteine ​​potenzialmente interessate, come piccoli pesci in una grande ciotola.  Se introduciamo questa molecola nella ciotola il richiamo è efficace solo per le proteine ​​veramente interessate sulla base di caratteristiche strutturali che costituiscono un’attrazione”, ha spiegato  Doseff. “Sappiamo che si tratta di una vera e propria partnership, perché possiamo vedere le proteine ​​che si legano a vicenda all’apigenina”  .<br />
Il team ha stabilito inoltre  che l’apigenina ha avuto rapporti con le proteine ​​che hanno tre funzioni specifiche. Tra le  più importanti, c’è una proteina chiamata hnRNPA2.<br />
Questa, infatti  influenza l’attività di RNA messaggero o mRNA, che contiene le istruzioni necessarie per produrre una proteina specifica. La natura della giunzione influisce in definitiva sulle istruzioni che l&#8217;mRNA della proteina contiene.<br />
Doseff spiega che lo splicing anomalo è il colpevole in circa l&#8217;80 per cento di tutti i tumori. Nelle cellule tumorali, due tipi di splicing si verificano quando solo uno si svolgerà in una cellula normale, un trucco da parte delle cellule tumorali per la riproduzione.<br />
In questo studio, i ricercatori hanno osservato che la connessione dell&#8217;apigenina alla proteina hnRNPA2, ha ripristinato questa caratteristica di singola giunzione a cellule di carcinoma mammario, suggerendo che quando  lo splicing è normale, le cellule muoiono in modo programmato o diventano più sensibili ai farmaci chemioterapici.<br />
“Quindi, applicando questo nutriente, possiamo attivare la  morte regolare delle cellule. Il nutriente ha  eliminato la forma di splicing che ha inibito la morte delle cellule”, ha detto Doseff, “Così, questo suggerisce che quando si mangia sano, in realtà stiamo promuovendo forme più normali di splicing all’interno delle cellule del nostro corpo.”</p>
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		<title>Inquinamento da traffico in gravidanza favorirebbe la comparsa di malattie respiratorie nei nuovi nati</title>
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		<pubDate>Tue, 21 May 2013 12:28:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Camilla Di Barbora</dc:creator>
				<category><![CDATA[Salute]]></category>
		<category><![CDATA[gravidanza]]></category>
		<category><![CDATA[Inquinamento]]></category>
		<category><![CDATA[malattie respiratorie]]></category>
		<category><![CDATA[Neonati]]></category>

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		<description><![CDATA[Vivere vicino a una grande arteria stradale durante il periodo prenatale si associa a un aumentato rischio di sviluppare infezioni respiratorie nei bambini di 3 anni. A sostenerlo è un nuovo studio condotto da ricercatori di Boston presentato il 20 maggio all’edizione 2013 della Conferenza internazionale dell’American Thoracic Society di Philadelphia. &#8220;Il collegamento tra esposizione [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Vivere vicino a una grande arteria stradale durante il periodo prenatale si associa a un aumentato rischio di sviluppare infezioni respiratorie nei bambini di 3 anni. A sostenerlo è un nuovo studio condotto da ricercatori di Boston presentato il 20 maggio all’edizione 2013 della Conferenza internazionale dell’<em>American Thoracic Society di Philadelphia.</em><br />
<img src="http://gaianews.it/wp-content/uploads/Morning-traffic-400x268.jpg" alt="Traffico_inquinamento" width="400" height="268" class="alignnone size-large wp-image-39028" /><br />
&#8220;Il collegamento tra esposizione al fumo di sigaretta in utero e nei primi mesi di vita ed esiti avversi respiratori infantili è ormai consolidato, ma la relazione tra esposizione ad ambiente caratterizzato da inquinamento atmosferico e rischio di infezione respiratoria infantile è molto meno studiata&#8221;, osserva l&#8217;autore dello studio Mary Rice, ricercatore presso il Massachusetts General Hospital e Beth Israel Deaconess Medical Center. &#8220;Il nostro studio estende i risultati di precedenti indagini dimostrando che il fatto di vivere in prossimità di una strada importante durante il periodo prenatale è associato a un aumentato rischio di future infezioni respiratorie nei bambini&#8221;.<br />
Lo studio ha preso in considerazione una coorte pre-parto, composta da 1.271 coppie di madre-bambino della zona di Boston che tra il 1999 e il 2002 hanno partecipato durante il primo trimestre di gravidanza al Progetto Viva del Massachusetts orientale. La distanza tra luogo di domicilio e strade federali di grandi dimensioni è stata calcolata utilizzando il sistema informativo territoriale (GIS), mentre sono state definite infezioni respiratorie tutte le diagnosi mediche ricevute di polmonite, bronchiolite, ostruzione della larige o altri disturbi respiratori dalla nascita fino ai 3 anni di età. L&#8217;analisi statistica del rapporto tra esposizione a un&#8217;autostrada e infezione respiratoria è stata aggiustata per sesso, peso alla nascita, educazione materna, reddito familiare, reddito e istruzione media del quartiere di appartenenza, fumo materno in gravidanza, fumo passivo post-natale, allattamento al seno, frequenza all’asilo nido, presenza di altri figli con meno di 12 anni nel nucleo familiare e periodo di nascita.<br />
Delle 1271 coppie di madre-bambino studiate, il 6,4% viveva a meno di 100 metri da un&#8217;autostrada, il 6,5% a una distanza compresa tra 100 e 200 metri, il 33,7% a 200-1000 metri e il 53,4% a 1.000 metri o più.  A 3 anni, 678 (53,3%) bambini avevano avuto almeno una diagnosi di infezione respiratoria. Dopo l’aggiustamento per possibili fattori confondenti e fattori di rischio di infezione delle vie respiratorie, i bambini le cui madri avevano vissuto a meno di 100 metri da un&#8217;autostrada durante la gravidanza risultarono avere 1,74 volte più probabilità di sviluppare disturbi alle vie respiratorie rispetto a quelli nati da madri residenti a 100 metri o più da un&#8217;autostrada. Coloro che vivevano a 100, 200 metri di distanza da una strada importante avevano un rischio aumentato di 1.49 volte.<br />
&#8220;La ricerca futura dovrà chiarire se gli apparenti effetti postnatali nocivi del vivere vicino a una strada trafficata durante la gravidanza sono dovuti all’inquinamento atmosferico imputabile ai veicoli o ad altre esposizioni connesse alle vie di scorrimento. Abbiamo in programma di esplorare ulteriormente questa relazione chiarendo le associazioni tra esposizione pre e post natale a inquinamento atmosferico e sviluppo nei primi anni di vita di infezioni respiratorie. L’obiettivo è quello di approfondire queste conoscenze ricorrendo alla misura del carbonio elementare, un indicatore di inquinamento atmosferico da polveri ultrafini.<br />
Fonte: M.B. Rice et alii, “Exposure To Traffic And Early Life Respiratory Infection: A Cohort Study”. ATS Journals, 20 maggio 2013.</p>
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		<title>Comprimere l&#8217;aria per creare energia dall&#8217;eolico: due soluzioni negli Stati Uniti</title>
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		<pubDate>Tue, 21 May 2013 11:04:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione di Gaianews.it</dc:creator>
				<category><![CDATA[Green economy]]></category>
		<category><![CDATA[aria compressa]]></category>
		<category><![CDATA[energe alternativa]]></category>
		<category><![CDATA[eolico]]></category>
		<category><![CDATA[siti di stoccaggio sotterraneo]]></category>

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		<description><![CDATA[Una ricerca americana si propone di realizzare un metodo che possa comprimere l&#8217;energia elettrica proveniente dagli impianti eolici di modo che possa essere riutilizzata nei momenti in cui l&#8217;energia viene a mancare. La ricerca ha sviluppato due metodi differenti, disegnati su due siti di stoccaggio sotterraneo, in cui l&#8217;aria compressa potrà essere conservata anche per [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Una ricerca americana si propone di realizzare un metodo che possa comprimere l&#8217;energia elettrica proveniente dagli impianti eolici di modo che possa essere riutilizzata nei momenti in cui l&#8217;energia viene a mancare. La ricerca ha sviluppato due metodi differenti, disegnati su due siti di stoccaggio sotterraneo, in cui l&#8217;aria compressa potrà essere conservata anche per lunghi periodi.</p>
<p><img src="http://gaianews.it/wp-content/uploads/file000170337090-400x288.jpg" alt="eolico" width="400" height="288" class="alignnone size-large wp-image-36512" /></p>
<p>L&#8217;energia eolica sufficiente per alimentare circa 85.000 case per un mese potrebbe essere immagazzinata in rocce porose in profondi sotterranei per un uso successivo. Lo sostengono i ricercatori del Dipartimento del Laboratorio Nazionale di Energia del Pacifico nord-occidentale e la Bonneville Power Administration che hanno individuato due metodi unici per realizzare questo approccio di stoccaggio dell&#8217;energia e due luoghi a Washington in cui realizzarli.</p>
<p>Gli impianti di stoccaggio dell&#8217;energia eolico potrebbero contribuire a salvare l&#8217;energia eolica che spesso è prodotta di notte, quando i venti sono forti e la domanda di energia è bassa, perchè venga riutilizzata quando la domanda è alta.<br />
<div id="attachment_40668" class="wp-caption alignnone" style="width: 410px"><img src="http://gaianews.it/wp-content/uploads/56760_web.jpg" alt="Crediti: Pacific Northwest National Laboratory" width="400" height="388" class="size-full wp-image-40668" /><p class="wp-caption-text">Crediti: Pacific Northwest National Laboratory</p></div><br />
Questi nuovi impianti potrebbero anche passare da un accumulo di energia alla produzione di energia in pochi minuti, fornendo la necessaria flessibilità per fornire energia costante per tutta la giornata.</p>
<p>Tutti gli impianti di stoccaggio di energia ad aria compressa lavorano con la stessa premessa di base. Quando l&#8217;alimentazione è abbondante, viene prelevata dalla rete elettrica e utilizzata per alimentare un compressore d&#8217;aria di grandi dimensioni, che spinge l&#8217;aria a pressione all&#8217;interno di una struttura geologica di stoccaggio sotterranea.<br />
<div id="attachment_40669" class="wp-caption alignnone" style="width: 410px"><img src="http://gaianews.it/wp-content/uploads/56759_web.jpg" alt="Crediti: Pacific Northwest National Laboratory" width="400" height="388" class="size-full wp-image-40669" /><p class="wp-caption-text">Crediti: Pacific Northwest National Laboratory</p></div><br />
Successivamente, quando la richiesta di potenza è alta, l&#8217;aria accumulata viene rilasciata indietro verso la superficie, dove viene riscaldata e attraversa le turbine per generare elettricità. Così si può rigenerare ben l&#8217;80 per cento dell&#8217;energia elettrica.<br />
Esistono due impianti di aria esistenti al mondo che immagazzinano energia con aria compressa, uno in Alabama, l&#8217;altro in Germania. Usano caverne di sale artificiale per immagazzinare l&#8217;elettricità in eccesso. Lo studio in questione invece utilizza bacini di roccia porosa che si trovano in profondità per immagazzinare l&#8217;energia rinnovabile.</p>
<p>L&#8217;interesse per la tecnologia è aumentata notevolmente negli ultimi dieci anni. Circa il 13 per cento, o quasi 8.600 megawatt dell&#8217; alimentazione del nord-ovest viene dal vento. </p>
<p>Per trovare siti potenziali, il team di ricerca ha esaminato la Columbia Plateau Province, uno spesso strato di basalto vulcanico che copre gran parte della regione. Il team ha esaminato i serbatoi di basalto sotterranei che erano almeno a 1.500 metri di profondità, con 30 metri di spessore e vicino a linee di trasmissione ad alta tensione.</p>
<p>Hanno quindi esaminato i dati pubblici provenienti dai pozzi perforati per l&#8217;esplorazione di gas o di ricerca presso il sito di Hanford nel sud-est di Washington. I dati sono stati inseriti nel modello di computer STOMP PNNL, che simula il movimento dei fluidi sottoterra, per determinare la quantità di aria che i vari siti avrebbero potuto contenere in maniera affidabile.</p>
<p>L&#8217;analisi ha individuato due luoghi particolarmente promettenti nel Washington orientale.</p>
<p>Ma il team di ricerca ha determinato due tipi molto diversi di impianti di stoccaggio ad aria compressa. Uno brucerebbe una piccola quantità di gas naturale per riscaldare l&#8217;aria compressa che viene rilasciato dal deposito sotterraneo. L&#8217;aria riscaldata potrebbe quindi generare più del doppio della potenza di una centrale a gas naturale.</p>
<p>L&#8217;altro invece utilizzerà l&#8217;energia geotermica. Questo impianto ibrido estrae il calore geotermico dal profondo del sottosuolo per alimentare un refrigeratore che raffredda i compressori d&#8217;aria della struttura, rendendoli più efficienti. L&#8217;energia geotermica potrebbe anche riscaldare nuovamente l&#8217;aria che ritorna in superficie.</p>
<p>Lo studio indica che entrambe le strutture potrebbero fornire uno stoccaggio di energia per periodi di tempo prolungati.</p>
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		<title>Fotografata lince nel forlivese. ISPRA &#8220;reintrodotta illegalmente&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 21 May 2013 10:30:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione di Gaianews.it</dc:creator>
				<category><![CDATA[Conservazione]]></category>
		<category><![CDATA[ISPRA]]></category>
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		<description><![CDATA[Fotografata nel forlivese una lince. L&#8217;ISPRA, riportando la notizia, ha spiegato che la presenza dell&#8217;animale è dovuta probabilmente ad una reintroduzione visto che la lince è considerata estinta nell&#8217;Italia peninsulare a partire dal XVII secolo. Non sarebbe autoctona e, molto probabilmente, neanche proveniente dalle vicine popolazioni alpine la lince fotografa nei giorni scorsi nel comune [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Fotografata nel forlivese una lince. L&#8217;ISPRA, riportando la notizia, ha spiegato che la presenza dell&#8217;animale è dovuta probabilmente ad una reintroduzione visto che la lince è considerata estinta nell&#8217;Italia peninsulare a partire dal XVII secolo.</p>
<p>Non sarebbe autoctona e, molto probabilmente, neanche proveniente dalle vicine popolazioni alpine la lince fotografa nei giorni scorsi nel comune di Santa Sofia in provincia di Forlì, secondo una notizia riportata dall&#8217;ISPRA.</p>
<p><img src="http://gaianews.it/wp-content/uploads/leadImage.jpeg" alt="Lince" width="287" height="240" class="alignnone size-full wp-image-40665" /></p>
<p>L&#8217;individuo adulto di lince è stato fotografato nel territorio dell’Azienda faunistico-venatoria “Sasseto Mortano&#8221;.  La foto, scattata lo scorso 19 aprile dall’Avv. Gian Raniero Paulucci di Forlì, è la prima prova certa della presenza di questo predatore in Appennino da secoli. &#8220;Questa sorprendente presenza è però con tutta probabilità dovuta a rilasci illegali operati dall’uomo in anni recenti, visto che la specie è estinta nell’Italia peninsulare a partire dal XVII secolo. Anche l’immigrazione dall’area alpina &#8211; dove sono presenti pochissimi esemplari &#8211; appare assi poco probabile per ragioni geografico-ambientali e demografiche.&#8221; spiega ISPRA nella notizia</p>
<p><img src="http://gaianews.it/wp-content/uploads/image2.jpeg" alt="lince" width="309" height="240" class="alignnone size-full wp-image-40666" /></p>
<p>Le foto sono state scattate al margine di una vecchia carrareccia, in un area del medio Appennino forlivese (altitudine 400 m s.l.m.) caratterizzata da fasce boscose, calanchi cespugliati, pascoli e campi coltivati, ricca di ungulati (caprioli, daini, cervi e cinghiali), lepri, fagiani e pernici rosse, tutti animali che rientrano nello spettro alimentare di questo predatore.</p>
<p>Le foto sono state precedute da diversi avvistamenti nell’Appennino tosco-emiliano e tosco romagnolo, mai però confermate da prove certe.</p>
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		<title>Antropocene e crisi idrica: un&#8217;emergenza globale</title>
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		<pubDate>Tue, 21 May 2013 09:14:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione di Gaianews.it</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[acqua]]></category>
		<category><![CDATA[antropocene]]></category>
		<category><![CDATA[crisi idrica]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;epoca geologica attuale è stata definita Antropocene a partire dagli anni &#8217;80. La definizione si riferisce al fatto che le azioni della popolazione umana influenzano il clima a livello globale. Le azioni umane hanno effetti importanti anche sulla gestione dell&#8217;acqua a livello planetario. E&#8217; proprio per parlare di questo che da oggi fino al 24 [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;epoca geologica attuale è stata definita Antropocene a partire dagli anni &#8217;80. La definizione si riferisce al fatto che le azioni della popolazione umana influenzano il clima a livello globale.<br />
Le azioni umane hanno effetti importanti anche sulla gestione dell&#8217;acqua a livello planetario. E&#8217; proprio per parlare di questo che da oggi fino al 24 maggio, esperti provenienti da tutto il mondo si riuniranno a Bonn: l&#8217;obiettivo è cercare di capire come la scienza possa aiutare le persone a mitigare o adattarsi ai grandi cambiamenti legati alla gestione delle acque da parte dell&#8217;uomo.</p>
<p><img src="http://gaianews.it/wp-content/uploads/file000287150930-400x266.jpg" alt="Fiume_acqua" width="400" height="266" class="alignnone size-large wp-image-40644" /></p>
<p>&#8220;L&#8217;elenco delle attività umane e il loro impatto sui sistemi di acqua del Pianeta Terra è lunga e importante&#8221;, ha spiegato Anik Bhaduri, Responsabile esecutivo del progetto sul sistema globale dell&#8217;acqua (GWSP).</p>
<p>&#8220;Abbiamo modificato la climatologia della Terra e la sua chimica, il suo manto nevoso, il permafrost, il mare e l&#8217;estensione del ghiaccio e il volume dell&#8217;oceano, tutti elementi fondamentali del ciclo idrologico. Abbiamo accelerato i processi importanti come l&#8217;erosione, applicato massicce quantità di azoto che fuoriescono dal terreno alle acque sotterranee e superficiali e, a volte, abbiamo letteralmente sottratto tutta l&#8217;acqua ai fiumi, li abbiamo svuotati per usarli prima che raggiungessero l&#8217;oceano. Abbiamo dirottato ingenti quantità di acqua dolce per sfruttare l&#8217;energia fossile, arginato i principali corsi d&#8217;acqua, e distrutto ecosistemi acquatici.&#8221;</p>
<p>&#8220;L&#8217;idea dell&#8217;Antropocene sottolinea il punto che le attività umane e il loro impatto hanno un significato globale per il futuro di tutte le specie viventi &#8211; la nostra compresa. Gli umani stanno cambiando il carattere del sistema idrico del mondo in modi significativi e con una scarsa conoscenza del sistema con i conseguenti cambiamenti. Da una posizione di ricerca, le interazioni uomo-acqua devono essere visti come un continuum e un sistema accoppiato, che richiede un&#8217;indagine interdisciplinare come quella che ha caratterizzato la GWSP sin dal suo inizio &#8220;.</p>
<p>Secondo alcuni studi l&#8217;umanità utilizza un&#8217;area delle dimensioni del Sud America per l&#8217;agricoltura e un&#8217;area delle dimensioni dell&#8217;Africa per l&#8217;allevamento del bestiame.<br />
Pee pompare l&#8217;acqua utile all&#8217;estrazione degli idrocarburi nelle zone costiere, due terzi dei delta dei grandi fiumi stanno scomparendo.<br />
Spostiamo rocce dai loro luoghi naturali e le utilizziamo pee creare dighe e miniere<br />
Molte inondazioni trovano la loro causa in attività umane. Fra queste l&#8217;alluvione dell&#8217;Indo del 2010 (che ha ucciso 2.000 persone), e l&#8217;inondazione di Bangkok del 2011 (che ha provocato 815 morti)<br />
In media, l&#8217;umanità ha costruito una grande diga al giorno negli ultimi 130 anni. Decine di migliaia di grandi dighe ora distorcono la portata dei fiumi naturali a cui gli ecosistemi e la vita acquatica si erano adattati nel corso dei millenni<br />
Il drenaggio delle zone umide distrugge la loro capacità di alleviare le inondazioni, un servizio gratuito della natura costoso da sostituire. L&#8217;evaporazione da irrigazione mal gestita porta a siccità nelle aree dei fiumi che implicano l&#8217;estinzione di tutte le specie che in quelle aree vivono.</p>
<p>Non stiamo più parlando del problema dell&#8217;acqua intesa come acqua potabile o per i servizi sanitari, ma intesa come base imprescindibile per il proliferare della vita negli ecosistemi.</p>
<p>Claudia Pahl-Wostlco-presidente del GWSP ha spiegato: &#8220;Il fatto è che, con il peggioramento dei problemi idrici mondiali, ci mancano adeguati sforzi per controllare la disponibilità, la condizione e l&#8217;uso dell&#8217;acqua &#8211; una situazione che presenta dei costi a lungo termine estremi e pericolosi.&#8221;</p>
<p>&#8220;La sicurezza idrica umana è spesso raggiunta nel breve termine a spese dell&#8217;ambiente, con conseguenze dannose a lungo termine. I problemi sono in gran parte causati dal fallimento della governance e da una mancanza di pensiero sistemico sia nei paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo. Lo sviluppo economico senza un concomitante sviluppo istituzionale  porterà a una maggiore insicurezza sull&#8217;acqua nel lungo periodo. E&#8217; necessaria una leadership mondiale per affrontare le sfide dell&#8217;acqua del 21°secolo&#8221;.</p>
<p>&#8220;L&#8217;umanità cambia il modo in cui l&#8217;acqua si muove in tutto il mondo come mai accaduto prima, causando un danno drammatico&#8221;, ha spiegato Joe Alcamo, Chief Scientist del Programma per l&#8217;Ambiente delle Nazioni Unite ed ex co-presidente della GWSP. &#8220;Deviando l&#8217;acqua dolce per uso agricolo, industriale e comunale, per esempio, le nostre zone umide costiere ricevono sempre meno acqua dolce, e spesso inquinata. I risultati includono una diminuita biodiversità costiera e nell&#8217;entroterra, un aumento della salinità costiera e della temperatura, e suoli agricoli contaminati.&#8221;</p>
<p> Carlo Vörösmarty, co-presidente e membro fondatore della GWSP, che riceve input da più centinaia di scienziati internazionali, ha detto: &#8220;Aggiungendo cemento, tubi, pompe, e sostanze chimiche ai nostri problemi sull&#8217;acqua, per mezzo trilione di dollari ogni anno, abbiamo prodotto un divisorio tecnologico che separa l&#8217;acqua pulita che scorre nei nostri tubi e le acque naturali. Trattiamo i sintomi dell&#8217;abuso ambientale piuttosto che le cause sottostanti. Così, i problemi continuano a crescere nascosti, ma il pubblico è in gran parte inconsapevole di questa realtà o dei suoi costi crescenti &#8220;.</p>
<p>Il congresso &#8220;L&#8217;Acqua nell&#8217;Antropocene&#8221;, sarà costituito di più di 60 sessioni. L&#8217;onbiettivo sarà quello di fare il punto sulla ricerca finora svolta per poter dare indicazioni ai decisori politici.<br />
Il congresso inoltre costituirà il preludio al vertice scientifico di ottobre di Budapest sull&#8217;acqua, uno dei principali obiettivi è quello di elevare l&#8217;importanza delle questioni idriche nell&#8217;ambito dei negoziati generali delle Nazioni Unite sugli obiettivi di sviluppo sostenibile.</p>
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		<title>Ricaricare lo smartphone in 20 secondi: l&#8217;invenzione è di una diciottenne</title>
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		<pubDate>Mon, 20 May 2013 18:07:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione di Gaianews.it</dc:creator>
				<category><![CDATA[Flash news]]></category>
		<category><![CDATA[energia alternativa]]></category>
		<category><![CDATA[Esha Khare]]></category>
		<category><![CDATA[smartphone]]></category>

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		<description><![CDATA[Ricaricare uno smartphone in 20 secondi. Sarebbe possibile grazie all&#8217;invenzione di una ragazza californiana. Si chiama Esha Khare ed ha 18 anni. Alla sua giovane età la ragazza sembra aver trovato una soluzione ecologica a cui scienziati di tutto il mondo lavorano da anni. La ragazza sarebbe riuscita a creare un super-condensatore in grado di [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Ricaricare uno smartphone in 20 secondi. Sarebbe possibile grazie all&#8217;invenzione di una ragazza californiana.</p>
<p>Si chiama Esha Khare ed ha 18 anni. Alla sua giovane età la ragazza sembra aver trovato una soluzione ecologica  a cui scienziati di tutto il mondo lavorano da anni.</p>
<p><img src="http://gaianews.it/wp-content/uploads/Eesha-Khare-398x174.jpeg" alt="Eesha Khare" width="398" height="174" class="alignnone size-full wp-image-40640" /></p>
<p>La ragazza sarebbe riuscita a creare un super-condensatore in grado di immagazzinare grandi quantità di energia e di ricaricare i dispositivi elettronici impiegando appena 20-30 secondi.</p>
<p>“Il mio progetto fondamentalmente è un immagazzinatore di energia che permette di accumularne molta in un oggetto dal volume ridotto.” &#8211; ha spiegato la stessa Eesha &#8211; “È anche flessibile, così da poter essere impiegato su display roll up, su vestiti e tessuti. Ci sono molte differenti applicazioni e vantaggi possibili rispetto alle consuete batterie”.</p>
<p>Con l&#8217;invenzione la ragazza ha vinto l&#8217;Intel International Science and Engineering Fair e sembrerebbe che ci siano già interessi di Google sull&#8217;invenzione.</p>
<p>Il sistema della ragazza californiana, grazie al quale ha ricevuto 50.000 dollari di premio, permetterebbe di rendere autonomi tutti i dispositivi mobili, attuando una vera e propria rivoluzione.<br />
Secondo i tecnici un prototipo potrebbe essere pronto in un futuro non troppo remoto.</p>
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		<title>Si svelano le Liste Rosse, animali e piante minacciati in Italia</title>
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		<pubDate>Mon, 20 May 2013 17:07:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valeria Gatti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[22 maggio Giornata internazionale diversità biologica]]></category>
		<category><![CDATA[Biodiversità]]></category>
		<category><![CDATA[Dino Scaravelli]]></category>
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		<category><![CDATA[flora]]></category>
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		<category><![CDATA[minaccia]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 22 maggio è La Giornata Internazionale della Diversità Biologica. Si svelano le “Liste Rosse”. Le specie animali minacciate di estinzione sono 161 in totale (138 terrestri e 23 marine), pari al 28% delle specie valutate.  La biodiversità vegetale mediterranea è fortemente minacciata da cambiamenti ambientali provocati da scelte economiche sbagliate e dall&#8217;utilizzo del suolo. Vengono inscritte in [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Il 22 maggio è La Giornata Internazionale della Diversità Biologica. Si svelano le “Liste Rosse”. Le specie animali minacciate di estinzione sono 161 in totale (138 terrestri e 23 marine), pari al 28% delle specie valutate.  La biodiversità vegetale mediterranea è fortemente minacciata da cambiamenti ambientali provocati da scelte economiche sbagliate e dall&#8217;utilizzo del suolo. Vengono inscritte in due volumi, uno per gli animali, l’altro per le piante. Le specie più minacciate in Italia saranno dunque presto sotto gli occhi di tutti.</p>
<p>Il mondo scientifico, gli atenei e le aree protette aspettavano da tempo di prendere parte all’appuntamento. Il 22 maggio prossimo, in occasione della Giornata mondiale della biodiversità, si leggeranno le Liste Rosse nazionali. Dalle 10 alle 14, il Ministero dell’Ambiente e Federparchi (come Comitato IUCN Italia) presentano i due volumi a Roma, nella sala-convegni del palazzetto delle Carte Geografiche. Si tratta di due volumi che contengono le cosiddette Liste Rosse nazionali delle specie minacciate, il primo dedicato agli animali, il secondo alle piante.</p>
<p><img src="http://gaianews.it/wp-content/uploads/SeagrassClones_main_0208.jpg" alt="Posidonia oceanica" width="400" height="250" class="alignnone size-full wp-image-17343" /></p>
<p>Ma cosa sono le liste Liste Rosse? Di fatto rappresentano la valutazione del rischio di estinzione, calcolato a livello italiano, di gruppi di specie. Sono state valutate e varranno presentati i risultati per pesci d&#8217;acqua dolce, anfibi, rettili, uccelli nidificanti, mammiferi, pesci cartilaginei (squali e razze) e flora.<br />La valutazione del rischio di estinzione è basata su categorie, criteri e linee guida aggiornate periodicamente (<a href="http://www.redlist.org/" target="_blank">www.redlist.org</a>). </p>
<p>L&#8217;appuntamento del 22 maggio per il Ministero dell&#8217;ambiente s&#8217;inserisce nella più ampia cornice del rapporto di collaborazione con Federparchi, che ha posto una serie di obiettivi comuni per la valorizzazione delle aree protette e della biodiversità. “Esso rappresenta il punto di arrivo di un lungo percorso in cui l’impegno di più enti e soggetti ha prodotto un eccellente risultato ponendo le basi per attività future rivolte alla valutazione di altre importanti specie della flora e della fauna nazionale. Assume poi un doppio significato poter presentare e divulgare le Liste Rosse nazionali, promosse per la prima volta dal Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare, nella Giornata internazionale per la biodiversità”. Sulla stessa lunghezza d’onda il presidente di Federparchi-Europarc Italia Giampiero Sammuri: “E’ stato svolto un lavoro straordinario. Le caratteristiche geografiche, climatiche e storiche dell’Italia hanno consentito nel tempo l’insediamento e la permanenza di una variegata e ricca biodiversità, inclusa una gran varietà di specie endemiche e ambienti e paesaggi esclusivi. Questa ricchezza è riconosciuta a livello mondiale. Ecco perché abbiamo la responsabilità di monitorare e salvaguardare questo “capitale naturale” dalle tante minacce che si profilano. Le pubblicazioni con le Liste Rosse ci dicono quali e quante specie animali e vegetali rischiano di scomparire e soprattutto quali sono le cause che possono determinare i fattori di rischio”. Tutto il materiale relativo agli animali e alle piante sarà disponibile sul sito <a href="http://www.iucn.it/" target="_blank">Iucn.it</a> dal 22 maggio.</p>
<p><strong>Il primo volume e la Lista Rossa degli animali</strong></p>
<p>In sostanza, nel primo volume, è stato preso in esame e valutato il rischio di estinzione delle specie di vertebrati in Italia, tutti i terrestri e un gruppo di vertebrati marini. Tutte le specie di pesci d&#8217;acqua dolce, anfibi, rettili, uccelli nidificanti, mammiferi e pesci cartilaginei, native o possibilmente native in Italia, nonché quelle naturalizzate in Italia in tempi preistorici, sono state incluse nella valutazione. Le specie di uccelli presenti ma non nidificanti in Italia (svernanti, migratori) non sono state valutate.<br />Delle 672 specie di vertebrati valutate in questa ricerca (576 terrestri e 96 marine), 6 sono estinte nella regione in tempi recenti. Le specie minacciate di estinzione sono 161 in totale (138 terrestri e 23 marine), pari al 28% delle specie valutate. Il 50% circa delle specie di vertebrati italiani non è a rischio di estinzione imminente.<br />Complessivamente le popolazioni dei vertebrati Italiani sono in declino, più marcato in ambiente marino che terrestre. In ambiente terrestre le principali minacce ai vertebrati italiani sono la perdita di habitat e l&#8217;inquinamento. Il numero di specie minacciate dal prelievo e dalla persecuzione diretta è piuttosto ridotto. La principale minaccia rilevata in ambiente marino è la mortalità accidentale, ma questo dipende dal fatto che le specie qui valutate (squali, razze e chimere) hanno scarso interesse commerciale.</p>
<p><b>Il secondo volume e la Lista Rossa delle piante</b></p>
<p>Il secondo volume, la lista rossa della flora, fa il punto delle specie vegetali minacciate. L’Italia, che si trova al centro del bacino del Mediterraneo, è uno degli hot spot di biodiversità a livello mondiale e possiede una flora molto ricca in specie, molte delle quali endemiche. La biodiversità vegetale mediterranea è però fortemente minacciata da cambiamenti ambientali provocati dalle attuali dinamiche socio-economiche e di utilizzo del suolo. Anche l’Italia possiede molte specie che necessitano di misure di conservazione per evitare un impoverimento della biodiversità con ripercussioni su scala mondiale.<br />Il risultato finale del secondo volume è una Lista Rossa parziale della flora d’Italia, che include tutte le 197 Policy Species italiane, specie inserite negli allegati della Direttiva 92/43/CEE “Habitat” e della Convenzione di Berna, entrambe ratificate dal Governo Italiano e di fatto costituenti leggi nazionali. Un secondo contingente di taxa, che include specie vascolari, licheni, briofite e funghi, tra le più minacciate d’Italia o endemiche, è stato anch’esso valutato attraverso i criteri IUCN, definendo così le categorie di minaccia in cui ricadono. Le principali minacce alla biodiversità vegetale in Italia sono rappresentate dall’urbanizzazione selvaggia, dallo sviluppo di infrastrutture, dall’allevamento intensivo e dalle attività turistiche. Alla luce di questo studio emerge tutta l’urgenza di misure di conservazione a livello normativo, l’esigenza di un monitoraggio continuo delle specie a rischio e di pratiche di gestione del territorio più appropriate. Infine i botanici coinvolti auspicano un ulteriore sforzo per la valutazione dello stato di conservazione di un maggior numero di specie.</p>
<p>Le Liste Rosse sono quindi uno strumento essenziale per identificare priorità di conservazione, ma non sono, di per sé, un elenco di priorità. Altri elementi fondamentali sono il costo delle azioni, la probabilità di successo e la percentuale della popolazione globale di ciascuna specie presente in Italia, che determina la responsabilità nazionale nella conservazione a lungo termine di quella specie. Come sostiene il professore Dino Scaravelli, esperto di chirotteri, animali fortemente minacciati, le Liste Rosse “sono un punto importante: sono state la chiave di svolta nella conservazione della fine del 900, fanno percepire e fanno ragionare chi non è uno specialista e hanno smosso l’opinione pubblica e poi la politica; sono delle parole che hanno salvato delle specie. Sono indispensabili alla moderna politica della conservazione e hanno un retroscena molto complesso a livello sociologico”.</p>
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		<title>Ludopatia: ne soffre uno su tre dei giocatori</title>
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		<pubDate>Mon, 20 May 2013 17:02:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione di Gaianews.it</dc:creator>
				<category><![CDATA[Flash news]]></category>
		<category><![CDATA[codacons]]></category>
		<category><![CDATA[ludopatia]]></category>

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		<description><![CDATA[Si è tenuto oggi pomeriggio un convegno sulla ludopatia organizzato dal Codacons. Durante il convegno il professore Matteo Temporin dell&#8217;Università Cattolica di Brescia, ha presentato una sua ricerca. Lo studio del dottor Temporin ha dimostrato che un terzo dei giocatori delle macchinette video-poker in Italia e&#8217; ludopatico, ovvero ha problemi di gioco patologico. Lo studio [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Si è tenuto oggi pomeriggio un convegno sulla ludopatia organizzato dal Codacons. Durante il convegno il professore Matteo Temporin dell&#8217;Università Cattolica di Brescia, ha presentato una sua ricerca.</p>
<p>Lo studio del dottor Temporin ha dimostrato che  un terzo dei giocatori delle macchinette video-poker in Italia e&#8217; ludopatico, ovvero ha problemi di gioco patologico.</p>
<p><img src="http://gaianews.it/wp-content/uploads/gioco_azzardo.jpeg" alt="Gioco d&#039;azzardo" width="275" height="183" class="alignnone size-full wp-image-10905" /></p>
<p>Lo studio ha coinvolto 20 sale distribuite su tutto il territorio italiano considerando un campione di 300 persone. Tutti i ludopatici identificati non si sottoponevano ad alcun trattamento specifico per curare la malattia.Secondo la ricerca il giocatore medio spenderebbe 300 euro al giorno, che diventano 1000 nel caso delle lotterie on line che creano quindi più dipendenza.</p>
<p>Il ludopatico &#8220;tipo&#8221; è in prevalenza maschio, straniero, disoccupato, con meno scolarizzazione e con problemi di relazione.<br />
&#8220;Si tratta di un&#8217;indagine limitata compiuta su un piccolo campione &#8211; ha spiegato Temporin &#8211; e certamente ha bisogno di essere ampliata, ma sono comunque dei dati preoccupanti poichè parliamo di una situazione in cui il numero dei giocatori ludopatici è un terzo dei giocatori presenti in un certo momento in una determinata sala. E&#8217; un numero molto elevato, ma è necessario sviluppare l&#8217;indagine per analizzare il fenomeno nella complessità della popolazione&#8221;.</p>
<p>Secondo i calcoli effettuati dagli esperti nello studio l&#8217;85% dei giocatori ha una perdita media giornaliera di 40 euro, mentre il restante 15% che vince guadagna in media 120 euro. </p>
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		<title>Veronesi sull&#8217;asportazione della prostata e del seno per prevenire il cancro</title>
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		<pubDate>Mon, 20 May 2013 16:07:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione di Gaianews.it</dc:creator>
				<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[angelina jolie]]></category>
		<category><![CDATA[Cancro]]></category>
		<category><![CDATA[salute]]></category>
		<category><![CDATA[veronesi]]></category>

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		<description><![CDATA[Umberto Veronesi si è espresso ancora una volta sulla questione venuta alla ribalta dei media dopo che l&#8217;attrice Angelina Jolie si è fatta rimuovere il seno per diminuire il suo rischio di sviluppare un tumore e dopo che un manager di Londra ha fatto sapere di essersi fatto asportare la prostata per lo stesso motivo. [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Umberto Veronesi si è espresso ancora una volta sulla questione venuta alla ribalta dei media dopo che l&#8217;attrice Angelina Jolie si è fatta rimuovere il seno per diminuire il suo rischio di sviluppare un tumore e dopo che un manager di Londra ha fatto sapere di essersi fatto asportare la prostata per lo stesso motivo.</p>
<p><img src="http://gaianews.it/wp-content/uploads/480px-Angelina_Jolie-400x342.jpg" alt="Angelina_Jolie" width="400" height="342" class="alignnone size-large wp-image-40627" /></p>
<p>Secondo il dottor Veronesi l&#8217;asportazione del seno può essere una soluzione valida solo in alcuni casi, mentre l&#8217;asportazione della prostata è da sconsigliare nella maggior parte dei casi.</p>
<p>Infatti l&#8217;esperto ha giudicato &#8220;folle&#8221; la scelta del manager:&#8221;Un&#8217;operazione del genererea disturbi e mille problemi&#8221;.  </p>
<p>&#8220;Togliendola si può diventare anche impotenti, quindi è un intervento più serio della mastectomia. Svuotare le ghiandole mammarie e sostituirle con due protesi, dal punto di vista chirurgico è una banalità, ma per la prostata è completamente diverso. Non lo consiglierei proprio. Meglio la sorveglianza attiva, quindi, perché se viene fuori un piccolo tumore si opera, e si guarisce nel 95% dei casi&#8221;.</p>
<p>Dunque per le donne i consigli sono diversi. Ha spiegato Veronesi: &#8220;Si tratta  di una scelta psicologica che va fatta singolarmente. Se l&#8217;idea del cancro che incombe impedisce di vivere serenamente, allora è percorribile la strada della mastectomia radicale. Ma se non ci sono ansie eccessive, e la donna può scegliere, allora obiettivamente ci sono più vantaggi con i controlli periodici&#8221;.</p>
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		<title>New York, nel 2050 le morti per il caldo supereranno quelle dovute al freddo</title>
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		<pubDate>Mon, 20 May 2013 14:50:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Elisa Corbi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Salute]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamenti climatici]]></category>
		<category><![CDATA[morti per caldo]]></category>
		<category><![CDATA[New York]]></category>

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		<description><![CDATA[A New York le ondate di caldo sembrano essere diventate più pericolose delle gelide notti invernali. Infatti secondo le proiezioni dei cambiamenti climatici dei prossimi 50 anni, l&#8217;aumento delle morti dovute al calore supereranno quelle causate dal freddo. Una ricerca condotta da un gruppo di studiosi della Columbia Università, pubblicata sulla rivista Nature Climate Change, [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>A New York le ondate di caldo sembrano essere diventate più pericolose delle gelide notti invernali. Infatti secondo le proiezioni dei cambiamenti climatici dei prossimi 50 anni, l&#8217;aumento delle morti dovute al calore supereranno quelle causate dal freddo. Una ricerca condotta da un gruppo di  studiosi della Columbia Università,  pubblicata sulla rivista <em>Nature Climate Change</em>,  sottolinea  l&#8217;importanza della gestione dei servizi sanitari in risposta ai cambiamenti climatici.</p>
<p><img src="http://gaianews.it/wp-content/uploads/file5721344633258-400x300.jpg" alt="New York" width="400" height="300" class="alignnone size-large wp-image-40624" /></p>
<p>Registrazioni giornaliere dal Central Park  di Manhattan  hanno rilevato che le temperature medie mensili  sono aumentate di 3,6 gradi Fahrenheit  dal 1901 al 2000. Molti record sono stati fissati a Manhattan recentemente. Il 2012 è stato l’anno più caldo mai registrato prima, e  ciascuno degli ultimi tre anni, ha visto temperature pari o superiori a 100 gradi F. Le proiezioni per il futuro variano, ma tutti prevedono aumenti rilevanti: 3,3-4,2 gradi F in più dal 2050, e  4,3-7,1 gradi per il 2080.</p>
<p>  L&#8217;innalzamento delle temperature  non è solo un  fenomeno climatico i cui effetti riguardano  esclusivamente piante e animali, ma ha anche gravi conseguenze per l’uomo. Nel 2003 in Europa un’ondata di caldo provocò un netto aumento dei decessi. Infatti nei primi 10 giorni di agosto, in Francia si registrarono almeno 10.000 morti  in più rispetto alla media del periodo. </p>
<p>  Con 16 possibili scenari futuri i ricercatori  hanno per la prima volta fatto un bilancio dei tassi di mortalità nell&#8217;area di Manhattan dovuti a caldo e freddo per i prossimi decenni, in particolare 2020, 2050 e 2080.</p>
<p>  Il modello stima  un aumento di vittime del caldo e una  diminuzione di quelle dovute al freddo. Dallo studio  si evidenzia  la necessità di pianificare misure sanitarie adeguate di vigilanza sopratutto per i soggetti a rischio, ovvero bambini e anziani, anche al di fuori dei mesi più caldi.</p>
<p>Patrick Kinney,  scienziato ambientale presso il  Mailman School and Earth Institute e docente dell&#8217;Istituto, ha affermato :&#8221;Penso che  tutto questo evidenzi la necessità per tutte le città di ricercare misure necessarie per aumentare la resistenza al calore da parte delle persone”</p>
<p>Leader principale dello studio è Tiantian Li, epidemiologo ora presso il Centro cinese per il controllo e la prevenzione delle malattie di Pechino, che ha sviluppato il lavoro mentre prestava servizio come ricercatore post-dottorato presso il Columbia Climate and Health Program al Mailman.</p>
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