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Bruno D’Amicis vince il World Press Photo
La fotografia naturalistica al servizio della conservazione

Scritto da Redazione di Gaianews.it il 06.03.2014

Bruno D’Amicis, biologo e fotografo naturalista italiano si è aggiudicato il primo premio nella categoria Natura dell’edizione 2014 del prestigioso concorso di fotogiornalismo World Press Photo. Grazie al supporto del National Geographic Magazine e di Kathy Moran, responsabile editoriale per la sezione Natural History della rivista, D’Amicis ha potuto portare avanti un progetto, coltivato per anni e non ancora concluso, documentando con le sue immagini le condizioni in cui versa il fennec, la volpe del deserto, minacciata perché commerciata come animale da compagnia.

Il fennec  è il più piccolo canide del mondo, e pesa solo un chilo e mezzo. Alto 30 centimetri al garrese, è lungo 40 centimetri. La coda è lunga 25 cm, mentre le orecchie possono raggiungere i 15 centimetri. Il colore del pelo gli permette di mimetizzarsi perfettamente nel deserto. Le lunghe orecchie servono per disperdere il calore e gli permettono di possedere un ottimo udito. La pelliccia riesce a respingere la luce del sole durante il giorno e a conservare calore durante la notte. Le zampe nella parte inferiore sono coperte da un pelo molto spesso che le protegge dal calore della sabbia. Conduce una vita notturna, durante il giorno si ripara dal caldo e dal sole all’interno della sua tana sotterranea. È un animale estremamente curioso e intelligente. Per questa sua caratteristica e per la sua abitudine a scomparire di colpo in una delle sue lunghe gallerie sotto la sabbia, i nomadi lo chiamano “folletto del deserto”.

Fotografare nel deserto

Domanda: Bruno, come ci si sente a passare dalle montagne abruzzesi, i camosci e gli orsi, al deserto, per fotografare una piccola volpe? Quali sono state le difficoltà maggiori a realizzare questo progetto?

Bruno D’Amicis: In realtà il mio lavoro si è sempre svolto sia in Italia, che all’estero, per cui sono abituato a dover fronteggiare le situazioni più disparate. In questo caso la maggiore difficoltà è stata legata all’ambiente, che presenta spesso condizioni avverse: le tempeste di sabbia, per fare un esempio, fermano del tutto il lavoro e possono rappresentare un pericolo per l’attrezzatura.

Fotografare il fennec è un sogno che mi accompagna sin da bambino. Per realizzare questo progetto ho lavorato tre anni documentandomi in maniera approfondita e cercando i giusti contatti. Il fennec è particolarmente difficile da fotografare e la foto vincitrice del concorso è parte di un lavoro frutto di lunghe ricerche, tanti appostamenti e scatti mancati. Il fennec, se disturbato, cambia la propria tana continuamente: in inverno si nasconde e scava tunnel in un minuto. Con le sue grandi orecchie riesce a sentire un coleottero a decine di metri di distanza, figuriamoci un fotografo intento a scattare una foto.
Inoltre, mentre in Abruzzo salto in macchina e vado da solo a fotografare, e tutto dipende da me, in nord Africa la situazione è molto diversa, e la gestione dei rapporti e dei contatti è tanto importante quanto difficile.

La foto vincitrice – www.brunodamicis.com

D: Ricordi un evento che ti ha colpito particolarmente?

B.D’A.: Si, direi l’emozione fino alle lacrime la prima volta che ho visto un fennec tra la sabbia dopo anni di preparazione. Un altro momento emozionante è stato quando ho fotografato una femmina che dava il latte ai suoi piccoli, si può vedere tra le foto del mio sito, durante l’ultima piccola finestra di luce del giorno, essendo i fennec animali notturni. Credo sia la prima e unica immagine che sia mai stata scattata sinora a testimonianza di questo comportamento.

Fotografia e conservazione della natura

D: Il ruolo del fotografo in questo frangente è stato molto importante per fare arrivare il messaggio a destinazione, ma altrettanto importante è stato il fatto che sei voluto andare oltre il solo scatto.
Il tuo sembrerebbe quasi un impegno sociale, possiamo parlare di  fotografia al servizio della conservazione?

B.D’A.: Certo, penso questa sia una grande responsabilità per un fotografo naturalista e  lo tengo sempre presente nella mia professione. E’ anche per questo che sono membro di una nota lega internazionale di fotografi per la conservazione, la International League of Conservation Photographers.

Io credo nel potere delle immagini e nell’applicabilità dell’arte: in questo caso la fotografia può essere uno strumento per educare alla conservazione. A maggio infatti tornerò nel deserto per portare avanti delle iniziative con delle ONG africane.
Quello sul fennec in Africa vuole diventare un progetto educativo nelle scuole, con proiezioni e azioni pratiche sul campo.
L’obiettivo è quello di sensibilizzare i bambini su un ambiente così fragile, quello del deserto, la cui conservazione è indispensabile per la sopravvivenza del fennec e di molte altre specie, non ultimo l’uomo stesso.
Cerchiamo anche di combattere quel turismo “adrenalinico” che tanto è in voga nel Sahara, per porre l’attenzione su altri aspetti più sottili e delicati, che raccontano e fanno percepire il deserto in un modo nuovo, non più come un grande parco giochi dove fare di tutto, ma un luogo di scoperta e contemplazione.

D: Non hai mai avuto paura che ti potesse accadere qualcosa? Ti hanno mai intimato di smettere di fare foto?

B.D’A.: Io ho sempre fatto il possibile per non pagare per scattare le foto. Mi avvicinavo dicendo che facevo ricerche culturali, poi però cercavo di spiegare che tenere animali selvatici in gabbia o in cattività non è giusto.
Con i bambini ho avuto grande successo; ma anche con gli adulti, inizialmente cacciatori di fennec, che mi hanno aiutato nelle ricerche e che poi si sono ravveduti.
La prima situazione davvero critica è stata quando lo scorso anno, nel periodo in cui era morto il leader tunisino Belaid, mi hanno fermato i soldati dell’esercito pensando che portassi vettovaglie (che in realtà era la mia scorta di cibo nel deserto!) ai gruppi islamisti.
Un altro momento critico è stato quando un cacciatore di fennec, che aveva anche piccoli di gazzella da vendere ad alcuni ricchi possidenti arabi per i loro giardini, all’inizio era contrario ad aiutarmi a fare delle foto, poi ha accettato e infine mi ha cacciato malamente.

www.brunodamicis.com

Le difficoltà di comunicare la natura in Italia

D:  Tu sei Italiano, ma lavori anche all’estero e questo progetto è stato reso possibile da un finanziamento americano. Come lavora un fotografo naturalista in Italia? Ci sono differenze rispetto a ciò che succede all’estero?

B.D’A.: In Italia non ci sono aiuti. I Paesi che maggiormente aiutano e sostengono progetti di questo tipo sono l’America, la Germania e l’Inghilterra. In Italia ho un grande sostegno a parole, ma la realtà è che la comunicazione sullo stato del nostro ambiente è condotta in maniera sempre più superficiale e non riceve adeguati finanziamenti.
Ad esempio, quando si parla della mia immagine vincitrice, la vera presa di coscienza dovrebbe andare oltre il dispiacere, del tutto legittimo e sacrosanto, per il “povero animale catturato”. Si dovrebbe capire, per esempio, che un turismo consapevole potrebbe fare la differenza in questi paesi e che un boicottaggio di certe pratiche da parte dei visitatori potrebbe influenzare in maniera incisiva le abitudini delle popolazioni locali.

 

 

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