Le associazioni ambientaliste che hanno criticato il testo in discussione al senato che modifica la 394 sono state accusate di eccesso polemico. Insomma di bullismo istituzionale. Che la critica venga dal senatore che ne porta la maggiore responsabilità passi. Ma torna a metterci un carico anche Federparchi con il solito fervorino che il testo contiene anche cose buone conferma il ruolo anestetizzante di una rappresentanza che in 4 anni non è stata in grado di fare proposte serie se non accomodanti e insignificanti emendamenti. Tanto è vero che in 4 anni anziché migliorare le cose sono per più versi addirittura peggiorate. Al punto che neppure la tardiva, ma importante presa di posizione della Conferenza delle regioni con un ampio documento ha fatto breccia in una gestione parlamentare che non ha eguali.

Parco Naturale dei Monti Aurunci Foto: Gabriele Altimari
Proprio la 394 infatti non ci ricorda infatti solo un percorso legislativo lungo e travagliato, ma dimostra anche all’opposto della attuale vicenda che il confronto alla fine fu appagante per quasi tutti. E lo fu innanzitutto perché sulle questioni più controverse e complicate ci si avvalse con la massima disponibilità della documentazione e delle proposte che mai come nel caso del senato si è rivelata non insufficiente, ma assolutamente assente e non dignitosa. Ricordo per l’ennesima volta agli amici di Federparchi di guardare nei loro archivi e scopriranno così quanto la rappresentanza dei parchi seppe concorrere non con predicozzi o accomodanti sostegni a quella svolta a cui oggi si è messo mano per penalizzarla e azzopparla.
E veniamo così al nuovo testo che ha suscitato tante e meritate critiche e impacciate e imbarazzate difese.
Va ricordato intanto che la prima stesura riguardava principalmente le aree protette marine ossia il comparto più malmesso non dai difetti della legge 394, ma dalla inadeguata e sbagliata politica ministeriale. La 394 prevedeva e prevede come è noto anche un ruolo regionale sia pure riservato ‘a brevi tratti di costa prospicenti’ le regioni. Il testo del senato in apertura e senza alcuna motivazione e spiegazione di sorta perché di fatto mancante anche di una relazione di presentazione cancellava questa norma dalla 394. Insomma sfratto alle regioni. Ora quella norma è stata ripristinata, ma non è cambiata assolutamente la musica.
Qui bisogna intenderci perché sorprendentemente nessuno dei sostenitori del testo a questo nodo ha fatto finora e continua a non fare alcun riferimento e neppure gli amici dell’AIDAP che pure hanno presentato un loro documento critico molto puntuale su questo si sono pronunciati.
Il ministero già ai tempi della prima Conferenza nazionale aveva deciso- interpretando scorrettamente e strumentalmente la legge quadro come poi sentenziò la Corte dei conti- di non affidare la gestione dell’area marina di Portofino al Parco di Portofino prima nazionale e dopo regionale. Il ministro Ronchi sostenne infatti che la legge consentiva di farlo solo con i parchi nazionali. Era una balla, ma la cosa è andata avanti fino ad oggi in barba alla stessa pronuncia della Corte dei Conti.

Parco Naturale Regionale del Beigua
Se c’era e c’è quindi qualcosa da cambiare non è la legge 394, ma la pervicace e ottusa inadempienza politica del ministero. Invece nel testo del senato prima si era tolto addirittura qualsiasi riferimento alle stesse regioni, ma anche quando lo si è ripristinato il resto è rimasto invariato. E il resto – e qui bisogna intenderci bene- significa che la gestione delle aree protette marine anziché imboccare finalmente la via della integrazione a partire dal Santuario dei cetacei così come chiede da tempo l’unione europea riconduce più che mai la gestione delle aree protette marine e riserve marine al ministero sulla base addirittura di uno specifico piano triennale e specifica Relazione annuale che fuoriesce così dalla quella nazionale sui parchi TUTTI; bagnati, asciutti e umidi. E’ vero che questa relazione ministeriale è da tempo dimenticata anche se al senato nessuno ne ha fatto cenno, ma è da lì che bisogna ripartire non accentuando ulteriormente la separazione e separatezza tra i vari tipi di parchi e di aree protette. Integrazione e interrelazione come avviene in tutta Europa e non solo. Si sono persino rispolverate ipotesi gestionali di aree protette marine che precedettero con la legge 979 la legge quadro ossia Consorzi costituiti per il 70% da enti locali e per il resto da soggetti privati a cui il ministero può direttamente affidare poi la gestione di particolari attività dell’area protetta. Tutto questo senza alcuna intesa con le regioni che saranno solo sentite forse si tratta di una anticipazione del ‘nuovo’ titolo V a cui a Roma più d’uno pensa.

Parco regionale della Riviera d’Ulisse: spiaggia di Sant’Agostino
Qui si avvertono chiaramente i segni di una impostazione politica, istituzionale e culturale che ha già messo a rischio la gestione dei beni comuni a cui aveva dato una risposta inconfondibilmente chiara il referendum sull’acqua. E’ il tema della proprietà collettiva, proprietà privata e interesse pubblico a cui ha dedicato recentemente un bel libro Paolo Maddalena ‘Il territorio bene comune degli italiani’. Lì si tocca con mano il rischio a cui il cosiddetto ‘demanio federale’ espone i nostri beni comuni in svendita. Rischio a cui sono particolarmente esposti quelli riguardanti proprio le aree protette marine. Il testo del senato che qualche opposizione comincia a incontrarla fortunatamente anche in sede parlamentare dopo gli entusiasmi ‘bipartisan’ conferma anche sotto questo profilo la sua pericolosità. In particolare dove prevede che si possano effettuare all’interno dei parchi interventi incompatibili ambientalmente purchè si paghi. Che su questa linea si siano ormai mollati gli ormeggi lo conferma d’altronde l’immissione di una rappresentanza di categoria –quella agricola nell’ente parco. La domanda più immediata e spontanea è perché gli agricoltori e non i pescatori, gli addetti al turismo, all’educazione ambientale etc etc. Ma la domanda vera è perché si intende snaturare il ruolo dell’ente parco rispetto a quello chiaramente delineato e voluto dalla 394. I portatori di interesse a cui ci si richiama non hanno nulla a che vedere con le finalità del parco che discendono dagli art 9 e 32 della costituzione. Quegli interessi riguardano il bello, il sano, la natura, la sua usufruibilità, mare, fiumi e laghi non inquinati, una pesca sostenibile, acque non inquinate. E qui i portatori di interessi sono i cittadini come tali e il loro diritto di avvalersi dei beni comuni che sono tali a prescindere dall’essere pubblici o privati.
Certo nella nel testo ci sono altre cose peraltro anch’esse discusse; la gestione della fauna etc.
Ma in discussione e da cambiare e togliere è innanzitutto ciò che snatura oggi nel bel mezzo di una crisi ambientale micidiale proprio il ruolo peculiare e fondamentale dei parchi.
Chiedo agli amici di Federparchi; perché non hanno finora ricordato le proposte che l’associazione presentò proprio sulle aree protette marine alla seconda Conferenza nazionale di Torino messe a punto da Coste Italiane Protette ( di Federparchi) che furono accolte anche dal ministero a cui tanto per cambiare non dette seguito.