Gaianews

Sciroppo d’acero e alci: gli effetti locali dei cambiamenti climatici

Cosa hanno a che fare gli alci con lo sciroppo d'acero e gli impianti sciistici di risalita? La risposta ci dà la misura di quanto possano essere complessi gli effetti dei cambiamenti climatici. Secondo alcuni scienziati, su scala locale, sono necessari decine di anni di studi per poter fare delle previsioni affidabili

Scritto da Redazione di Gaianews.it il 26.11.2012

Recentemente l’Unione Europea ha pubblicato un documento sui cambiamenti climatici che sarà utile per comprendere come adattarsi e reagire alle emergenze. Secondo una ricerca americana, però, per comprendere gli effetti dei cambiamenti climatici sono necessari dati raccolti su decine di anni. L’argomento è infatti di una tale complessità che richiede studi a lungo termine.

Secondo i 21 scienziati che hanno effettuato uno studio pubblicato su Bioscience senza studi a lungo termine su scala locale sarà difficile poter far fronte ai cambiamenti climatici. Nell’esempio dello studio sono davvero tanti gli effetti presi in considerazione: malattie della fauna selvatica, parassiti degli alberi, risorse di legname e commercio dei prodotti delle foreste oltre al turismo legato allo sci. 

La ricerca, che ha tenuto in considerazione dati raccolti su un periodo di quasi 50 anni, nella Hubbard Brook Experimental Forest, che si trova nelle White Mountains del New Hampshire, sostiene che  gli attuali modelli di cambiamento climatico non tengono conto di aspetti inattesi di vita reale che invece accadono nelle foreste.

L’autore principale,  il dottor Peter Groffman, un ecologo microbico presso l’Istituto del Cary Institute of Ecosystem Studies ha commentato: “Il cambiamento climatico arriva in un palcoscenico che è influenzato da modelli di uso del territorio e dalle dinamiche degli ecosistemi. Abbiamo scoperto che i modelli climatici globali omettono elementi cruciali per la comprensione della risposta della foresta, come l’idrologia, le condizioni del suolo e le interazioni pianta-animale. “

Nella foresta studiata le primavere sono sempre più lunghe e gli autunni sempre più corti. Nel corso dell’ultimo mezzo secolo, il clima si è riscaldato e si è registrato un aumento delle precipitazioni e una diminuzione delle nevicate. Gli inverni sono sempre più brevi e più miti, con la neve che si scioglie con circa due settimane di anticipo.  Ma il disgelo del suolo non è più strettamente connesso con la crescita primaverile delle piante, con la creazione di un periodo transitorio che provoca la perdita di importante sostanze nutritive del suolo.

Le radici sono più esposte al congelamento e gli alberi ne risentono. Il 50% degli aceri ne soffrono. Gli inverni più miti incoraggiano la diffusione di parassiti e agenti patogeni. Ad esempio, con poca neve i cervi sono più attivi nella foresta e dagli alberi un parassita letale viene trasmesso agli alci. La scarsità della neve inoltre limita anche l’attività delle stagioni sciistiche che già fanno affidamento sull’innevamento artificiale.

Groffman conclude, “Per gestire le foreste del futuro sarà necessario andare oltre i modelli climatici su temperatura  e precipitazioni, e bisognerà prendere in considerazione studi a lungo termine che rappresentano la complessità del mondo reale.” Aggiungendo “Questi studi possono essere utilizzati , per dare un quadro più preciso delle grandi sfide del cambiamento climatico, fornendo allo stesso tempo un approccio più realistico per affrontare i problemi su scala regionale”.

© RIPRODUZIONE RISERVATA