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Alla luce del sole

Scritto da Maria Rosa Pantè il 12.09.2011

Spopolano i video con protagonisti gli animali: video belli, commoventi, divertenti. Da sempre le storie con gli animali paiono più belle, accattivanti, educative. Mi pare che fosse De Sica a dire che un animale buca lo schermo.
Oltre alle storie edificanti, sempre più numerose sono le notizie di abusi sugli animali, forse perché davvero sono più frequenti; forse, e lo spero, perché ora si notano di più, perché c’è una maggiore e crescente coscienza animalista.
Penso a queste cose e penso all’ultimo video che ho visto, quello degli scimpanzé liberati dopo 30 anni di segregazione in un laboratorio di vivisezione.
Segregati, dunque non avevano mai visto il sole, o forse l’avevano visto, ma erano così piccoli che non se lo ricordavano più.

Non mi soffermerò sulla crudele e assurda pratica (soprattutto dal punto di vista dell’utilità scientifica) della vivisezione, vorrei scrivere come ho accolto quel video.

Dapprima si vede l’interno del luogo ove gli animali erano alloggiati. Uno stanzone, che rispetto alla luce dell’aperto, pareva buio, un luogo con liane e “alberi”, insomma una pallidissima imitazione dell’habitat naturale di uno scimpanzé.

Qualcuno ha aperto la porta che dava su un giardino. Dopo poco si vedono delle facce che guardano fuori. Sono gli scimpanzé. Si capisce che sono guardinghi, titubanti, ma curiosi.

È questo secondo me il momento più emozionante: i volti che guardano fuori e dopo 30 anni vedono la luce reale, respirano un’aria libera. L’aria di fuori!
Guardano e poi qualcuno esce, qualcuno no, dovrà essere incoraggiato. Escono, fuori è meglio che dietro una porta chiusa, la luce del sole è più bella, il profumo dell’aria migliore. C’è l’acqua in un piccolo stagno, la tastano. Ma soprattutto gli scimpanzé sorridono, sì sorridono, e si abbracciano, si toccano come a dire la loro contentezza e il bisogno di condividere tanta gioia con gli altri. È più facile capire gli scimpanzé, sono uguali a noi, avrei avuto più difficoltà a capire quanto sarebbe stata felice una farfalla. Ma probabilmente si sarebbe fatta comprendere anche lei.

Dal mio punto di vista limitatamente umano, perché è un limite sia pure necessario, ho pensato al mito della caverna narrato da Platone nella Repubblica.
Ho visto in quelle scimmie che sono uscite da una realtà finta alla realtà vera e che sono uscite dalla caverna per vedere il mondo alla luce del sole, non alla luce delle torce, ho visto tutti noi.

Senza dimenticare che la gioia delle scimmie era reale, perché davvero uscivano da una caverna per vedere e godere finalmente della realtà, ho pensato che siamo tutti come loro. Chiusi in una caverna, incatenati da catene che nemmeno ci accorgiamo di avere, a guardare delle ombre alla luce di una torcia. E pensiamo che questo sia il mondo, che questa sia la realtà, la verità.

Qualcuno forse ci libererà, ci farà uscire, ma non a tutti succederà, e la luce ci abbaglierà, ci farà male (gli scimpanzé, loro, parevano solo contenti): la verità fa soffrire e molto. Ma poi si spalancherà un mondo da gustare, toccare anche patire.

E allora ecco l’esortazione di Platone, come hanno fatto alcune di quelle scimmie uscite per prime, chi esce dalla caverna deve tornarci e portare fuori chi sta ancora chiuso lì dentro a illudersi di vivere.

Uscire dalla caverna non basta. Bisogna liberare anche gli altri.
Svuotare un centro di vivisezione non basta bisogna aprirli e svuotarli tutti.
Gabbie caverne vuote: che futuro da sogno!

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