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Il poeta non è un punto fermo, ma due punti!

Scritto da Maria Rosa Pantè il 06.02.2012

Il 1 febbraio è morta Wislawa Szymborska, poetessa polacca, Nobel per la letteratura. Ricordo che in una collana economica c’erano librettini di poesia, comprai anche quello con il poeta dal nome, mi parve allora, africano. Poi cominciai a leggere una poesia, poi due, poi tre, poi tutte. Mi ero innamorata dell’autore, che poi era un’autrice e non africana, ma polacca, lei: la Szymborska. Con lei è morto il più grande poeta del 1900. La vidi dal vivo al Carignano, una signora anziana, minuta, rugosa, con occhi vivacissimi, una vocina ridente e ironica e saggia e brillante e sicuramente originale. Un poeta.

Per farla conoscere a chi non la conosce ho scelto una serie di sue poesie sul poeta e sulla poesia. Leggetele sono piene di grazia, di ironia, di saggezza, di forza. Sono vera poesia.

Sono in ordine cronologico e tratte dalla raccolta di tutte le poesie, “La gioia di scrivere”, edita da Adelphi.

Serata d’autore

O Musa, essere un pugile o non essere affatto.
Ci hai lesinato un pubblico in tumulto
Ci sono dodici persone ad ascoltare,
è tempo ormai di cominciare.
Metà è venuta perché piove,
gli altri sono parenti. O Musa.

Le donne sverrebbero liete in questa serata,
non qui, però, ma solo a un mach di pugilato.
Le scene dantesche sono soltanto lì.
E le ascese in cielo. O Musa.

Non essere un pugile, essere un poeta,
avere una condanna ai valéry forzati,
in mancanza di muscoli mostrare al mondo
poesiole da leggersi a scuola tutt’al più
o Musa. O Pegaso,
angelo equino.

In prima fila un vecchietto dolcemente sogna
che la moglie buonanima rediviva,
gli sta per cuocere la crostata di prugne.
Con calore, ma non troppo, chè il dolce non bruci,
cominciamo a leggere. O Musa.

La Gioia di scrivere

Dove corre questa cerva scritta in un bosco scritto?
Ad abbeverarsi a un’acqua scritta
che riflette il suo musetto

come carta carbone?
Perchè alza la testa, sente forse qualcosa?
Poggiata su esili zampe prese in prestito dalla verità,
da sotto le mie dita rizza le orecchie.
Silenzio – anche questa parola fruscia sulla carta e scosta
i rami generati dalla parola “bosco”.
Sopra il foglio bianco si preparano al balzo
lettere che possono mettersi male,
un assedio di frasi
che non lasceranno scampo.
In una goccia d’ inchiostro c’è una buona scorta
di cacciatori con l’ occhio al mirino,
pronti a correr giù per la ripida penna,
a circondare la cerva, a puntare.
Dimenticano che la vita non è qui
Altre leggi, nero su bianco, vigono qui.
Un batter d’ occhio durerà quanto dico io,
si lascerà dividere in piccole eternità
piene di pallottole fermate in volo.
Non una cosa avverrà qui se non voglio.
Senza il mio assenso non cadrà foglia,
nè si piegherà stelo sotto il punto del piccolo zoccolo.
C’è dunque un mondo
di cui reggo le sorti indipendenti?
Un tempo che lego con catene di segni?
Un esistere a mio comando incessante?
La gioia di scrivere.
Il potere di perpetuare.
La vendetta d’ una mano mortale.

IN LODE DI MIA SORELLA

Mia sorella non scrive poesie,
né penso che si metterà a scrivere poesie.
Ha preso dalla madre, che non scriveva poesie,
e dal padre, che anche lui non scriveva poesie.
Sotto il tetto di mia sorella mi sento sicura:
suo marito mai e poi mai scriverebbe poesie.
E anche se ciò suona ripetitivo come una litania,
nessuno dei miei parenti scrive poesie.

In molte famiglie nessuno scrive poesie,
ma se accade – è raro che sia uno solo.
A volte la poesia scende a cascate per generazioni,
creando gorghi pericolosi nel mutuo sentire.
Mia sorella pratica una discreta prosa orale,
e tutta la sua opera scritta consiste in cartoline
il cui testo promette la stessa cosa ogni anno:
che al ritorno delle vacanze
tutto quanto
tutto
tutto racconterà.

Tremarella

I poeti e gli scrittori.
Così infatti si dice.
Ma, se non scrittori, i poeti chi sono –
I poeti – la poesia, gli scrittori – la prosa.
Nella prosa può esserci tutto, anche poesia,
ma nella poesia deve esserci solo poesia –
In sintonia col manifesto, che l’annuncia
con lo svolazzo liberty d’una P maiuscola,
iscritta nelle corde d’una lira alata,
dovrei, più che entrare, arrivare volando –
E non sarebbe meglio scalza,
che con queste scarpe da quattro soldi,
pesanti, scricchiolanti,
goffa sostituzione d’un angelo? –
Avessi almeno un vestito più lungo, più lieve,
e versi che escono così, dalla manica,
da festa, da parata, da grande occasione,
un don dan don,
ab ab ba –
Ma là sul palco già guata un tavolino
da seduta spiritica, coi piedini dorati,
su cui fuma un piccolo candeliere –
Ne deduco che
dovrò leggere al lume di candela
ciò che ho scritto a macchina
tac tac tac alla luce d’una lampadina –
Senza preoccuparmi in anticipo
se sia poesia
e quale poesia –
Se del genere in cui la prosa è malvista –
O del genere che è benvista in prosa –
E qual è la differenza,
percepibile oramai solo nella penombra
nello sfondo del sipario bordò
con frange viola?

Ad alcuni piace la poesia

Ad alcuni –
cioè non a tutti.
E neppure alla maggioranza, ma alla minoranza.
Senza contare le scuole, dove è un obbligo,
e i poeti stessi,
ce ne saranno forse due su mille.

Piace –
ma piace anche la pasta in brodo,
piacciono i complimenti e il colore azzurro,
piace una vecchia sciarpa,
piace averla vinta,
piace accarezzare un cane.

La poesia –
ma cos’è mai la poesia?
Più d’una risposta incerta
è stata già data in proposito.
Ma io non lo so, non lo so e mi aggrappo a questo
Come alla salvezza di un corrimano.

L’orribile del poeta

Immagina un po’ che cosa ho sognato.
All’apparenza tutto è propriamente come da noi.
La terra sotto i piedi, acqua, fuoco, aria,

verticale, orizzontale, triangolo, cerchio,

lato sinistro e destro.
Tempo passabile, paesaggi non male

e parecchi esseri dotati di linguaggio.
Però il loro linguaggio non è quello della Terra.
Nelle frasi domina il modo incondizionale.
I nomi aderiscono strettamente alle cose.
Nulla da aggiungere, togliere, cambiare e spostare.
Il tempo è sempre quello dell’orologio.
Passato e futuro hanno un ambito stretto.
Per i ricordi il singolo secondo passato,

per le previsioni un altro,

che sta appunto cominciando.

Parole quante è necessario. Mai una di troppo,

e questo significa che non c’è poesia,

e non c’è filosofia, e non c’è religione.
Là simili trastulli sono inammissibili.
Niente che si possa anche solo pensare

o vedere a occhi chiusi.
Se si cerca, è quel che già si vede lì accanto.
Se si chiede, è quello a cui c’è risposta.
Si stupirebbero molto,

se sapessero stupirsi

dell’esistenza chissà dove di motivi di stupore.
Il vocabolo “inquietudine”, da loro ritenuto triviale,
non avrebbe il coraggio di comparire nel dizionario.
Il mondo si presenta in modo chiaro

anche nel buio profondo.
Si dà a ciascuno per un prezzo accessibile.
E nessuno pretende il resto alla cassa.
Dei sentimenti – la soddisfazione. E niente parentesi.
La vita con un punto al piede. E il rombo delle galassie.
Ammetti che nulla di peggio

può capitare al poeta.
E poi nulla di meglio

che svegliarsi in fretta.

In effetti, ogni poesia

In effetti ogni poesia
potrebbe intitolarsi “Attimo”.

Basta una frase
al presente,
al passato o perfino al futuro:

 

basta che qualsiasi cosa
portata dalle parole
stormisca, risplenda,
voli nell’aria, guizzi nell’acqua,
o anche conservi
un’apparente immutabilità,
ma con mutevole ombra;

basta che si parli
di qualcuno accanto a qualcuno
o di qualcuno accanto a qualcosa,

di Pierino che ha il gatto

o che non ce l’ha più;

o di altri Pierini

di gatti e non gatti

di altri sillabari
sfogliati nel vento;

basta che a portata di sguardo
l’autore metta montagne provvisorie
e valli caduche;

che in tal caso
accenni al cielo
solo in apparenza eterno e stabile;

che appaia sotto la mano che scrive
almeno un’unica cosa
chiamata cosa altrui;

che nero su bianco,
o almeno per supposizione
per una ragione importante o futile,
vengano messi punti interrogativi,
e in risposta –
i due punti:

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