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L’Italia si distendeva dinanzi a lei come una terra promessa

Scritto da Maria Rosa Pantè il 24.10.2011

Italia nel 1800L’incanto della costa del Mediterraneo aumentava, per la nostra eroina, ad esser conosciuto, perché era la soglia dell’Italia, la porta di tutto quello che c’era da ammirare. Ancora imperfettamente vista e compresa, l’Italia si distendeva dinanzi a lei come una terra promessa, un paese in cui l’amore della bellezza poteva essere soddisfatto da una infinità di cose da apprendere.

(da Ritratto di signora di Henry James)

Henry James è un autore statunitense del 1800, innamorato dell’Europa, innamorato dell’Italia. Una  parte del suo capolavoro “Ritratto di signora” è ambientato in Italia: a Firenze e Roma. Non casualmente giacché l’autore indulge nel descrivere il paesaggio, l’arte, l’ammirazione di questi turisti americani e inglesi per la bellezza italiana. E poi Roma diviene con le sue rovine il contraltare della vita dell’eroina, diviene la sua consolazione, il paesaggio romano è personaggio del romanzo a tutti gli effetti.

Le parole di James illustrano il pensiero che molti turisti, forse ancora oggi, hanno avuto mentre si accingevano a entrare in Italia. È un pensiero che noi Italiani non abbiamo quasi mai, o raramente in un momento di grazia del paesaggio, della natura, di noi stessi. Noi Italiani ci siamo nati in questa bellezza e ci siamo abituati. Forse ci rendiamo contro di essa quando andiamo all’estero. All’estero ci sono meraviglie, ma diluite rispetto all’Italia. In Italia la bellezza è fatta di angoli imprevisti e soprattutto di concentrazione di cose belle come in nessun altro luogo.

Sono orrendamente campanilista temo, ma vorrei godere un istante di essere nata e di vivere nel paese più bello di questa terra, nel paese che raccoglie testimonianze di tutta la storia dell’uomo nel suo cammino e nelle sue conquiste di arte e bellezza. Al Louvre la sala più famosa è popolata di quadri del Rinascimento italiano. E ciò ci dovrebbe riempire di orgoglio.

L’Italia è la mia patria, vera culla di civiltà.

L’Italia del cemento, l’Italia degli scarichi nei mari più belli, l’Italia che crolla e non solo metaforicamente. Nel frangente che ci sovrasta l’ennesimo crollo dì un muro a Pompei è poca cosa. Nella lunga durata invece è un attentato, l’ennesimo, al tempo, alla storia, alla bellezza. Siamo terroristi della bellezza noi Italiani. L’abbiamo, non so perché, nel DNA e la distruggiamo come cosa solo nostra. Ma non è così. La bellezza che ci circonda è di tutti, è dell’umanità, ne abbiamo troppa forse per poterla gestire da soli. Da tempo io spero che l’Europa, il mondo si faccia carico delle bellezze italiane e di tutti quei luoghi ove un governo, un popolo da solo non riesce ad arrivare.

Che mi importa d’avere un Tedesco a custodire la Valle dei Templi ad Agrigento? Io voglio solo che la Valle dei Templi resista all’abusivismo. Che quando andassi ancora una volta in Sicilia, potessi vederla da lontano spiccare tra terra e cielo e quasi volare via tanta è la leggerezza dei templi greci, la loro fusione col paesaggio. Che m’importa se a Pompei arrivano dei Cinesi, che investano dei soldi, potrebbero godere non solo della grande muraglia, ma anche di qualche muro più breve e ugualmente prezioso.

Con questo non voglio dire che il governo italiano debba vendere i nostri monumenti (ne sarebbe capace), ma che prima di essere italiani questi monumenti sono umani e dunque non sono di nessuno, nessuno può vederli o comprarli, sono da custodire, da curare, da lasciare nel tempo a chi verrà dopo. Chiunque riesca a fare ciò è benvenuto. Senza contare che il turismo è un affare economico importante.

In realtà la bellezza è di tutti. La bellezza deve essere riconosciuta. Bisogna educare alla bellezza, ma non lo si fa perché la bellezza, com’è noto, è arma molto pericolosa: la bellezza pura quella che, come dice Simone Weil, guardi senza volerla toccare, solo per il piacere che esista e già così ti rende migliore. Ma nessuno forse ci vuole migliori, soprattutto oggi, in Italia. A questo dobbiamo ribellarci, anche per questo indignarci.

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