Gaianews

L’alba del pensiero, puntate settimanali tra filosofia e natura – puntata 3, la caverna di Platone

Scritto da Alba Fecchio il 22.10.2010

Alba del pensiero - rubrica settimanale di filosofia e natura

Socrate finalmente -penserete-! E invece no…
Questa mia scelta può sembrare stramba, di primo acchito, ma in realtà non lo è. Socrate fu per lo più un pensatore etico e politico. Il problema ontologico e con esso il concetto di natura interessava poco al “tafano” di Atene. Per attenermi quindi al percorso che abbiamo deciso di seguire, ossia quello di analizzare come il concetto di Natura muti nel corso dei secoli, faremo un balzo in avanti, arrivando al discepolo prediletto di Socrate: Platone.

Innanzitutto dobbiamo a Platone la conoscenza stessa del personaggio storico Socrate che, contrario alla scrittura, lasciò la grandezza del suo pensiero all’oralità. E’ bene, inoltre, sottolineare fin da ora che nei testi platonici Socrate incarna sempre la figura del maestro, portatore di verità. Spesso Platone di appropria di questa figura come una marionetta: dobbiamo pensare che molti concetti, molti idee in realtà siano dell’autore stesso Platone, e che vengano legittimate dal fatto di essere dette dalla bocca del maestro.

Ma arriviamo subito al punto. Platone parla di Natura nella Repubblica (libro settimo) e lo fa introducendo il famoso Mito della Caverna. Riporto parti del mito per non tradire con una parafrasi le parole di Platone. Qui Socrate parla con Galucone: “Dentro una dimora sotterranea a forma di caverna, con l’entrata aperta alla luce e ampia quanto tutta la larghezza della caverna, pensa di vedere degli uomini che vi stiano dentro fin da fanciulli, incatenati gambe e collo, sí da dover restare fermi e da poter vedere soltanto in avanti, incapaci, a causa della catena, di volgere attorno il capo. Alta e lontana brilli alle loro spalle la luce d’un fuoco e tra il fuoco e i prigionieri corra rialzata una strada. Lungo questa pensa di vedere costruito un muricciolo, come quegli schermi che i burattinai pongono davanti alle persone per mostrare al di sopra di essi i burattini. – Vedo, rispose. – Immagina di vedere uomini che portano lungo il muricciolo oggetti di ogni sorta sporgenti dal margine, e statue e altre figure di pietra e di legno, in qualunque modo lavorate; e, come è naturale, alcuni portatori parlano, altri tacciono. – Strana immagine è la tua, disse, e strani sono quei prigionieri. – Somigliano a noi, risposi; credi che tali persone possano vedere, anzitutto di sé e dei compagni, altro se non le ombre proiettate dal fuoco sulla parete della caverna che sta loro di fronte? – E come possono, replicò, se sono costretti a tenere immobile il capo per tutta la vita? – E per gli oggetti trasportati non è lo stesso? – Sicuramente. – Se quei prigionieri potessero conversare tra loro, non credi che penserebbero di chiamare oggetti reali le loro visioni? – Per forza.”

Uno di questi uomini però si libera, esce dalla caverna e, dopo l’iniziale fastidio dovuto alla luce diretta, vede il sole. Grazie alla luce solare dunque, gli oggetti e le cose che prima erano giudicate reali, appaiono ora per quello che sono oggettivamente, ombre.

Fermiamoci qui un attimo a ragionare. Che c’entra questo mito con la Natura?
Bene, c’entra eccome, in quanto qui nasce il concetto di dualismo tipico della filosofia platonica, che caratterizzerà per secoli la nostra tradizione occidentale. Dualismo, che significa? Significa che Platone non crede che le cose del mondo, nella loro globalità (quindi anche la Natura), siano reali, né tantomeno apportatori di verità, ma che siano soltanto ombre. Esattamente come narra nel mito appena letto. La condizione dei prigionieri è quella degli uomini qualunque. La nostra condizione, quindi.

Quello che noi consideriamo veritiero e “reale” è al contrario frutto di un’illusione. Le cose mondane sono delle copie della loro vera essenza che è l’idea di esse. L’essere non è di questo mondo, ma ne sta al di fuori, non alla portata di tutti, solo chi si eleva a conoscere la verità potrà comprendere e vedere direttamente l’Idea più alta di tutti: il Bene.
In altre parole: da una parte c’è il mondo, da noi conosciuto tradizionalmente tramite i sensi, dall’altro il mondo delle Idee, conoscibile solo da pochi eletti.

Cosa ne consegue? La prima conseguenza logica è che la materia sia svalutata e svilita, essendo solo mimesis-copia- dell’Idea stessa. Se vogliamo portare agli estremi questa conseguenza: la Natura è pura e mera materialità, materia bruta e copia dell’idea. Non è necessario darci troppa importanza. In questo tipo di ragionamento resteremo imprigionati per molto tempo e forse ancora oggi non ne siamo totalmente liberi.

Ultimo punto da chiarire è in che modo si si formata la materia. Platone per ovviare a tale problema, propone nel Timeo la figura del Demiurgo. Un divino artigiano che fa da mediatore fra mondo delle idee e materialità. Attenzione però, il Demiurgo non è un Dio per Platone. Non a caso, infatti, una volta creato l’universo scompare.

Anche questa figura creatrice avrà larga importanza ed influenza. Prima di Platone nessuno aveva mai parlato di una forza creatrice, né tanto meno di atto di creazione. Sarà, evidentemente, il cristianesimo a rielaborare questo concetto, sino ad arrivare alla figura del Dio benevolo e creatore dell’universo giunta fino a noi.
Addio eternità dell’universo, a mai più rivederci( o quasi…)!

Il film di questo mese ripropone modernamente il concetto di caverna e di scoperta della “realtà”: The Truman Show, di Peter Weir.
Al prossimo venerdì!

© RIPRODUZIONE RISERVATA