Maremma, area del grossetano. Ma anche Alta Tuscia e Riserva Naturale Selva del Lamone. Le abbondanti piogge dei mesi scorsi e le conseguenti inondazioni hanno lasciato strutture e territorio in ginocchio. Un’oasi di verde che rischia di subire gli effetti devastanti del cambiamento climatico, effetti che sono spesso anche conseguenza dell’azione dell’uomo. In particolare, la sede della Riserva Naturale del Lamone, sita in parte presso un antico lavatoio riqualificato, usata un tempo come location del Pinocchio di Comencini, rischia l’inagibilità permanente.

La riserva naturale Selva del Lamone si estende su oltre duemila ettari di territorio forestale all’estremo limite del Lazio, in quella regione nota come Alta Tuscia. L’area, che forma parte integrante della Maremma tosco-laziale, costituisce una delle più importanti testimonianze residuali delle antiche foreste planiziali (foreste miste con prevalenza di querce e con specie rustiche indigene, come l’olmo e l’acero campestre, il frassino maggiore, il pioppo bianco, il pioppo nero, l’ontano e il salice) che coprivano in passato buona parte dell’Italia medio-tirrenica. La zona è unica anche per le caratteristiche geomorfologiche, dominate da eccezionali formazioni vulcaniche. Un macro-ecosistema complesso che appare superficialmente omogeneo, ma che invece racchiude biotopi circoscritti e una incredibile biodiversità di flora, fauna e habitat. Proprio per tutelare e gestire questo delicato ecosistema, la Riserva Naturale Selva del Lamone sta investendo nella conoscenza del suo territorio le migliori risorse umane, svolgendo attività di ricerca e monitoraggio degli habitat, in primis quelli definiti di interesse comunitario, in ottemperanza delle direttive europee.
Ora però la Riserva è rimasta senza la sua sede storica. La sede ha subito infatti gravi danni a seguito degli eventi calamitosi avvenuti in data 12 ottobre e 12 novembre scorsi, ed è stata trasferita presso l’edificio scolastico del Comune di Farnese. A seguito di precipitazioni eccezionali (180 millimetri di pioggia nel primo caso e 170 nel secondo, registrati in poco più di due ore , rispetto alla media annuale nell’area pari a 930 millimetri) il regime idraulico e l’assetto idrogeologico di questo settore dell’Alta Tuscia è stato messo in crisi ed è sostanzialmente “esploso”. “In particolare, per quanto riguarda l’area dove si ubica la sede istituzionale, oggetto di inondazioni che ne hanno reso l’attuale inagibilità, i lavori effettuati nella prima metà degli anni ’80, realizzati dall’allora giunta comunale, per la creazione di un parcheggio a servizio del paese, hanno di fatto “tombato” un fosso – spiega il direttore della Riserva Naturale Diego Mantero – più specificamente, la realizzazione di un parcheggio attraverso la messa in posto di enormi quantità di materiali di riporti nel luogo del canyon, alveo del fosso preesistente, ha interrotto il normale deflusso delle acque e il sistema di imbrigliamento realizzato tramite collettore è risultato deficitario nella misura in cui le precipitazioni assumono carattere tropicale. Il risultato è stato il dissesto e lo smottamento di tutte le pertinenze della sede della Riserva Naturale e del parcheggio comunale determinando danni evidenti. Inoltre le alluvioni hanno causato danni al sistema viario e dei percorsi escursionistici dell’area protetta e al parco automezzi di servizio, in quanto l’autorimessa è stata inondata.”
La morfologia e l’orografia tipica del paesaggio vulcanico dell’Alto Lazio prevede l’esistenza di plateau vulcanici profondamente incisi dal reticolo fluviale, reticolo che drena le acque di scorrimento superficiali. Le portate della maggior parte dei corsi d’acqua sono incostanti, in quanto direttamente collegati al regime pluviometrico della regione, quindi alla falda superficiale. Questo si applica a tutti i corsi d’acqua non strettamente collegati al regime della falda freatica profonda dei grandi acquiferi vulcanici, come il bacino di Bolsena. Il cambiamento climatico che si sta registrando in questi anni ci fa capire la portata di quello che sta accadendo nella zona. “L’episodio si inquadra infatti perfettamente nella dinamica evolutiva in corso: da gennaio a settembre c’è stato, in generale – per quel che riguarda l’Italia centro-meridionale – un periodo di assoluta siccità con registrazioni di piovosità nella stazione meteo ubicata nell’area protetta, di 330 mm (meno della metà del periodo normalmente calcolata) con anomalie incredibili in mesi come febbraio con piovosità pari a zero. Risultato: suoli inariditi, di fatto poco permeabili, stress per le fitocenosi, vere e proprie morie arboree, danni incalcolabili alle colture, riduzione drastica della produzione dell’olivicoltura, danni alla fauna selvatica e agli allevamenti zootecnici con aggravio di spese per l’approvvigionamento degli armenti, corsi d’acqua e zone umide prosciugati. Il tutto seguito da una fase calda e piovosa di tipo monsonico nel periodo dal 10 ottobre al 25 novembre con piovosità accentuata e concentrata in episodi a carattere ciclonico.” dice Mantero.
La concomitanza di questi fattori determina nel territorio danni diffusi, dovuti allo scorrimento delle acque superficiale agevolato dalle pedologie non in grado di assorbire, ma di particolare intensità laddove l’azione antropica ha precedentemente stravolto le condizioni idrogeologiche e le morfologie orografiche. Conclude il direttore “l’eventuale ripristino è demandato all’attuale giunta comunale con fondi regionali qualora si rendessero disponibili. Attualmente le uniche risorse sono quelle che come Riserva Naturale abbiamo ricevuto dalla direzione ambiente della regione Lazio. Si tratta tuttavia di fondi appena sufficienti (50.000 €) al ripristino dei locali e delle immediate pertinenze. Il recupero dell’assetto idrogeologico dell’area necessiterebbe di ben altri investimenti (non meno di 500.000 €).”