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Parchi regionali emiliani a rischio commissariamento: la regione non rilascia dichiarazioni

Scritto da Federica di Leonardo il 03.10.2011

Una spada di Damocle pende sui parchi regionali e le aree protette dell’Emilia Romagna.
Infatti in base al decreto Milleproroghe dopo il 31 dicembre 2011 si avrà l’esclusione dei consorzi dalla gestione dei parchi naturali regionali e i parchi verranno commissariati.

I parchi regionali dell’Emilia Romagna sono 15 e le riserve regionali 16. Da 20 anni questi enti sono impegnati nella salvaguardia delle aree verdi della regione, un’area totale di più di 100.000 ettari. Aree verdi, spazi aperti, paesaggi, laghi, fiumi che i cittadini dell’Emilia

Abbazia di Monteveglio - Parco dell'Abbazia di Monteveglio

Romagna amano raggiungere nei week-end quando sentono il bisogno andar via dalle città per respirare aria pulita, passeggiare e  rigenerarsi nel silenzio della natura. Alcuni di questi parchi, oltre ad essere rifugio per il corpo, sono luoghi di interesse storico e culturale a pochi chilometri dalle città con monumenti e testimonianze  storiche di grande importanza. Tutto il lavoro del personale dei parchi, direttori, amministrativi, vigilanza, responsabili scientifici, rischia di andare perduto a causa di un ritardo nella scrittura di una legge.

In realtà è ormai un anno che la situazione dei parchi regionali e delle aree protette è in stallo perchè la legge regionale necessita di essere modificata. Ma, su questo, tutti i lavori sono fermi. La scadenza imminente e improrogabile del “milleproroghe” aggrava la situazione.

I primi a rischiare sono gli 80 dipendenti a tempo indeterminato e i 100 precari che dal 31 dicembre non sapranno a quale gestione rispondere e a quali mansioni saranno indirizzati.

Val Dardagna - Parco del Corno alle Scale

Ma questo, se pur grave, non è probabilmente il tasto più dolente. Il commissariamento dei parchi implicherebbe la vanificazione di 20 anni di lavoro sulla conservazione.
Entrando più nello specifico i parchi si occupano di conservazione e quindi di preservare la biodiversità anche e soprattutto laddove prescritto con un’apposita normativa dalla Comunità Europea. Questo significa che grazie al lavoro dei parchi la Regione non rischia di pagare sanzioni da parte dell’ Unione Europea.

I parchi inoltre gestiscono e tutelano la risorsa idrica, sorvegliando e monitorando le possibili fonti inquinanti, gestendo la struttura dei fiumi, favorendo un uso della risorsa sostenibile; si occupano della tutela delle foreste che riducono l’emissione globale di anidride carbonica: su scala nazionale è stato calcolato che per ogni ettaro, lo Stato risparmia in media 578 euro di costi per lo smaltimento di anidride carbonica. Alcuni parchi poi, come quello dei Gessi Bolognesi, essendo vicinissimo al capoluogo è fondamentale per mitigare le emissioni della città.

I parchi si sono inoltre impegnati, in questi anni, a recuperare e restituire le aree estrattive all’uso pubblico, alla natura e quindi alle funzioni ambientali caratteristiche degli ecosistemi naturali.

Parchi e riserve hanno anche offerto i servizi di didattica alle scuole, hanno formato volontari ed esperti in diversi settori ambientali, promuovono il turismo e i prodotti tipici creando opportunità ricreative e turistiche di notevole valore sociale, oltre che per le economie locali.

Ultima osservazione, di grande importanza, è che tutto questo incide sul bilancio totale della Regione in una percentuale irrisoria dello 0,03%.

Parco dei Gessi Bolognesi

“La preoccupazione in cui stiamo vivendo nasce proprio dall’assenza di informazioni da parte della Regione, nonostante i tempi ormai strettissimi” afferma Lucia Montagni, direttore del Parco dei Gessi Bolognesi. “Ci aspettavamo un confronto, anche dialettico, su una o più proposte, mentre l’unico documento regionale sull’ipotesi di riordino e riorganizzazione dei parchi regionali resta quello di un anno fa.Personalmente credo che la soluzione migliore sia quella di creare Enti di diritto pubblico, come nei parchi nazionali e come previsto dalla nuova legge della regione Lombardia, per fare un esempio.Viceversa credo che l’affidamento ai Comuni non sia una strada praticabile, se si vuole ancora parlare di parchi, se si vuole conservare ciò che faticosamente si è costruito in 20 anni. L’importante, a questo punto, è cominciare a discuterne”.

Secondo il direttore del Parco del Taro, Michele Zanelli, “vi sono tante possibili soluzioni. Il Parco svolge funzioni regionali, di conseguenza la “regionalizzazione” sarebbe la soluzione più auspicabile.Questo può avvenire creando Enti Regionali, così come ha fatto la Regione Lombardia; oppure creando le agenzie regionali, magari accorpando le realtà a livello provinciale; oppure accorpando tutto ai già esistenti servizi tecnici di bacino regionali, ampliandone le funzioni. Il percorso – continua Zanelli – andrebbe condiviso con tutti gli ‘attori’ che ne fanno parte: amministratori, associazioni ambientaliste, sindacati, dipendenti anche se è indubbio che qualsiasi decisione venga presa, può scontentare qualcuno. I Consorzi, in quanto enti pubblici, hanno in essere molteplici attività ed il passaggio ad un nuovo ente è un procedimento che non può avvenire in due mesi.”

Occhione (Burhinus oedicnemus) Parco del Taro

Per ciò che riguarda la “comunalizzazione” già prevista dalla Finanziaria nel caso in cui la Regione non decida nulla entro il 31 dicembre, ci spiega Zanelli,  prevedrebbe  il passaggio di tutte le funzioni ai Comuni consorziati. La finanziaria però non prevede come i Comuni si dovranno suddividere il “Pacchetto Parco”. I territori protetti, ricadono spesso su più Comuni, di conseguenza i Parchi verrebbero gestiti in vari modi diversi. Questo, secondo Zanelli, produrrebbe una gestione sommaria e frammentata che darebbe spazio ad eccessivi localismi e personalismi.

Anche il responsabile del settore di Vigilanza del Parco del Taro, Renato Carini, mette l’accento sul silenzo della Regione, affermando che “l’AIGAP ha chiesto all’assessore Freda un incontro già nel giugno 2010 presentandole un dossier sui Guardiaparco dell’Emilia Romagna, ma non abbiamo mai avuto risposta.Teniamo presente che ad oggi siamo solo 10 operatori su 15 parchi e siamo distribuiti solo nella metà delle aree protette. Chi fa la vigilanza negli altri parchi? Praticamente nessuno, eccetto convenzioni con volontari o altre forze di Polizia.Una cosa è certa” continua Carini “la gestione deve essere fatta con un livello decisionale alto, non certamente demandato ai comuni, che si troverebbero in difficoltà a gestire territori ampi e con finalità di lungo respiro.” E conclude affermando che “la tutela della natura, non la si fa solamente con buone leggi, ma anche con tanta dedizione nell’applicarle e dando strumenti efficaci agli operatori che vivono quotidianamente sul territorio. Altrimenti i parchi rischiano di diventare scatole vuote, qualche tabella di confine e niente più.”

L’assessore regionale all’Ambiente, Sabrina Freda, da più di un anno non risponde alle sollecitazioni venute dalle associazioni ammbientaliste ( WWF LIPU, Italia Nostra e Legambiente) e a tutt’oggi rifiuta di rilasciare qualsiasi dichiarazione.
A tre mesi dal commissariamento di tutti i parchi regionali e delle aree protette della regione, con 180 dipendenti lasciati in sospeso, l’assessore sembra contraddire una tradizione fondata sul dialogo e il lavoro condiviso che da decenni ha portato l’Emilia Romagna ad essere una regione modello nell’ambito della conservazione.

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