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Chip nel cervello consente ad un tetraplegico il controllo funzionale della mano

Scritto da Leonardo Debbia il 16.04.2016

Sei anni fa rimase paralizzato in un incidente subacqueo. Oggi partecipa attivamente a sessioni cliniche di studio, durante le quali riesce a suonare accordi con la chitarra o muovere le dita sulla tastiera di un computer.

E tutto questo, con il pensiero.

Quello che fino a qualche anno fa poteva costituire solo una remota speranza, si è tradotto in una splendida realtà.

Questi movimenti funzionali, semplici all’apparenza per una persona ‘normale’ e complessi come non mai in una persona affetta da paralisi, vengono guidati da un prototipo di un sistema medico, presentato nei dettagli sulla rivista Nature.

Lui si chiama Ian Burkhart, 24 anni, tetraplegico dal 2010, di Dublino, nell’Ohio.

Il ‘miracoloso’ dispositivo, battezzato NeuroLife, è stato ideato e realizzato da un team di medici e neuroscienziati della Ohio State University, Wexner Medical Center, guidato dal dr.Ali Rezail, alla ricerca di nuove tecniche per restituire il movimento in pazienti colpiti da gravi lesioni neurologiche.

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Paralizzato dalle spalle in giù, dopo un incidente subacqueo nel 2010, Ian Burkhart, 24 anni, ha riacquistato l’uso funzionale di una mano attraverso la tecnologia del bypass neurale (crediti: The Ohio State University, Wexner Medical Center)

Burkhart è il primo ed unico paziente al mondo ad usufruire di questa tecnologia, fino a poco tempo fa relegata in una sfera fantascientifica.

Nella pratica, si tratta di un by-pass neurale elettronico per le lesioni del midollo spinale che collega il cervello ai muscoli del paziente, consentendogli il controllo volontario e funzionale di un arto paralizzato, usando solo il pensiero.

Si stanno gettando le basi per il teletrasporto, verrebbe da dire.

Di fatto, il dispositivo, registrando gli impulsi neurali da una matrice di elettrodi impiantati nel cervello, interpreta e decodifica i pensieri e i segnali cerebrali e, scavalcato – o by-passato, in termini tecnici – il midollo spinale colpito, va a collegarsi ad un manicotto che avvolge l’avambraccio del paziente, trasmettendogli segnali che, a loro volta, stimolano i muscoli del braccio e della mano.

Nel giugno 2014, Burkhart aveva già dato una prima dimostrazione del funzionamento del dispositivo, limitandosi tuttavia ad aprire e chiudere una mano.

Ora, può fare molto di più, come adoperare un cucchiaio, o afferrare un cellulare e, tenendolo saldamente in mano, portarselo all’orecchio.

Tutte cose che non poteva fare prima e che ora hanno migliorato notevolmente la sua qualità di vita.

Il team del dr Rezail ha lavorato a questa tecnologia per più di un decennio.

“Sono trent’anni che sono in questo campo”, dichiara Jerry Mysiw, presidente del Dipartimento di Medicina fisica e riabilitativa della Ohio State. “Quel che cerchiamo di fare è dare un aiuto a persone colpite da paralisi perché possano ritrovare un certo controllo sui propri corpi”.

Per quanto si è visto, pare che questi studiosi siano sulla buona strada.

Con un intervento chirurgico di 3 ore, solo due anni fa, nell’aprile del 2014, il dr. Rezai impiantò un microchip più piccolo di un pisello sulla corteccia motoria di Burkhart.

“Abbiamo imparato a decifrare i segnali in partenza dal cervello e tradotto così il pensiero in movimento”, dice il co-autore dello studio Chad Bouton. “I segnali registrati sono stati re-indirizzati, aggirando il midollo spinale, e permettendo così il ripristino del movimento funzionale dell’arto”.

Nel frattempo, il paziente ha collaborato, esercitandosi per mesi per ricostruire i muscoli atrofizzati e ripristinare un minimo di movimento funzionale.

Burkhart è stato il primo di un gruppo di cinque partecipanti allo studio clinico e già si parla del paziente successivo.

“Speriamo che questa tecnologia possa presto evolversi in un sistema senza fili che colleghi cervello e pensieri con il mondo esterno per migliorare la qualità della vita delle persone con disabilità. Uno dei nostri obbiettivi più prossimi è fare in modo che i pazienti possano utilizzare questi dispositivi a casa loro”, dichiara, speranzoso, il dr Rezai.

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