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La sindrome da stanchezza cronica affonda le radici nel microbioma intestinale

Scritto da Leonardo Debbia il 05.07.2016

Finora, i medici sono stati tratti in inganno dalla sindrome della stanchezza cronica o CFS (acronimo di Chronic fatigue sindrome), una condizione in cui lo sforzo normale porta ad una fatica debilitante tale da non venire alleviata dal riposo.

batteri

Le origini non sono ancora conosciute e la diagnosi necessita di test i cui punti, tuttavia, non sono ancora del tutto condivisi e accettati dalla comunità medica in genere.

Ora, per la prima volta, alcuni ricercatori della Cornell University, Ithaca, Stato di New York, riferiscono di aver identificato dei marcatori biologici della patologia in alcuni batteri intestinali e in agenti microbici presenti nel sangue.

In uno studio, pubblicato il 23 giugno scorso sulla rivista Microbiome, il team descrive com’è stato possibile diagnosticare correttamente la patologia di Encefalomielite mialgica / Sindrome da affaticamento cronico (ME / CFS) nell’83 per cento di pazienti esaminati, mediante l’analisi di campioni di feci e di sangue, arrivando quindi ad una diagnosi non invasiva e facendo un altro passo avanti verso la comprensione delle cause della malattia.

“Il nostro studio dimostra che nei pazienti affetti da sindrome da affaticamento cronico il microbioma batterico intestinale non è normale, condizione che probabilmente induce i sintomi gastrointestinali e infiammatori in chi soffre di questa sindrome”, afferma Maureen Hanson, docente del Dipartimento di Biologia molecolare e Genetica presso la Cornell e autore senior della ricerca. “Ci pare fondamentale l’aver rilevato una anomalia biologica che fornisce ulteriori prove contro il concetto ridicolo, anche se talvolta duro da esser cancellato, che la malattia possa avere un’origine psicologica”.

“In futuro, potremmo vedere questa tecnica come complementare di altre diagnosi non invasive. Ma se abbiamo un’idea migliore di quanto sta succedendo nei pazienti che hanno questi microbi intestinali, forse i medici potrebbero prendere in considerazione l’idea di modificare le loro diete, utilizzando ad esempio, probiotici come le fibre alimentari o altri prodotti simili, per aiutare il trattamento terapeutico della malattia”, ribadisce Ludovic Giloteaux, microbiologo e autore principale della ricerca.

Nello studio, i ricercatori della Cornell hanno collaborato con la dottoressa Susan Levine, esperta di ME / CFS a New York City, che ha condotto un’indagine su 48 persone con diagnosi di ME / CFS e 39 persone sane, che hanno fornito campioni di feci e di sangue.

I ricercatori hanno sequenziato regioni di DNA microbico dai campioni fecali per identificare vari tipi di batteri.

Nel complesso, la diversità della tipologia batterica era notevolmente ridotta.

Nei pazienti con ME / CFS, rispetto alle persone sane, sono state individuate molte meno specie batteriche, conosciute per le loro proprietà anti-infiammatorie; un’osservazione che è stata fatta anche nei pazienti affetti da malattia di Crohn e colite ulcerosa.

Al tempo stesso, sono stati scoperti ‘marcatori specifici di infiammazione nel sangue, imputabili probabilmente ad una anomala permeabilità intestinale, posta in relazione ai problemi intestinali, che consentirebbe ai batteri di entrare in circolo’, secondo Giloteaux.

“I batteri nel sangue innescano una risposta immunitaria che può peggiorare la sintomatologia.

Tuttavia, al momento non abbiamo alcuna prova per distinguere se il microbioma intestinale alterato sia una causa o una conseguenza della malattia”, Giloteaux aggiunge.

Per il futuro, il team di ricerca si è prefisso di rispondere a quest’ultimo, fondamentale, quesito, cercando di trovare la prova di virus e/o di funghi nell’intestino per poter finalmente capire se uno di questi, o un’associazione di batteri, possa essere la causa o la concausa della malattia.

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