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Non è di un alieno l’enigmatico scheletro trovato in Cile

Scritto da Leonardo Debbia il 08.04.2018

Uno scheletro umano, dall’aspetto bizzarro, forse un po’ inquietante, rinvenuto in Cile, che era stato perfino considerato di probabile origine extraterrestre, è stato sottoposto ad una attenta analisi genomica, i cui risultati sono stati resi noti in un rapporto della Stanford University School of Medicine, in California.

Le scoperte fatte cancellano ogni residuo dubbio sul pianeta natale dell’individuo: è, senza ombra di dubbio, un umano.

Il risultato più significativo, però, viene dalle risposte che i resti hanno dato alle domande poste fino ad oggi, chiarendo una volta per tutte un enigma genetico che si trascinava da tempo.

Misurazione del misterioso scheletro, soprannomianto Ata, scoperto in una città abbandonata del deserto di Atacama, in Cile (crediti: Emery Smith)

Misurazione del misterioso scheletro, soprannomianto Ata, scoperto in una città abbandonata del deserto di Atacama, in Cile (crediti: Emery Smith)

Dopo cinque anni di accurate analisi genomiche, Garry Nolan, docente di Microbiologia e Immunologia a Stanford, e Atul Buttel, direttore dell’Istituto per le Scienze computazionali della salute presso l’Università della California, S.Francisco, hanno individuato le mutazioni responsabili delle anomalie presenti nel campione.

I ricercatori hanno trovato mutazioni non solo in uno, ma in diversi geni, conosciuti per presiedere allo sviluppo osseo. Inoltre, c’è da dire che alcune di queste stranezze molecolari non erano mai state descritte da nessuno prima d’ora.

Le conclusioni dello studio sono state pubblicate su Genome Research solo pochi giorni fa.

Ma partiamo da dove ha avuto inizio la storia.

Lo scheletro, soprannominato Ata, era stato scoperto nel 2003 in una città abbandonata nel deserto di Atacama, in Cile. Era avvolto da un panno e legato con un nastro di colore blu.

Il corpo misurava poco più di 15 centimetri di altezza, il cranio si mostrava angolare e allungato, le orbite incavate e inclinate.

L’aspetto delle ossa fece subito gridare all’alieno e un appassionato di ufologia si accaparrò i resti pagando l’equivalente di circa 400 Euro.

Inizialmente trasportato in Spagna, l’esemplare mummificato andò a far parte di una collezione privata, finchè qualche studioso non si prese la briga di esaminare meglio il povero essere.

Su Internet, frattanto, si era diffusa la notizia che l’essere era un alieno e parecchi ufologi si schierarono pro o contro.

Il professor Nolan aveva visto lo scheletro solo in una foto e aveva pensato che, se fosse stato possibile eseguire una analisi del DNA, avrebbe potuto costituire un valido aiuto.

Chiesta la collaborazione di Ralph Lachman, un radiologo di Stanford esperto di malattie ossee pediatriche, si arrivò subito alla conclusione che si trattava dello scheletro, pur piccolissimo, di un essere umano di sesso femminile, probabilmente un feto, che aveva subìto gravi mutazioni genetiche.

Fu infatti notato che, sebbene si trattasse di un feto, la composizione ossea corrispondeva ad un bambino di 6-8 anni di età, indizio che indicava un raro disturbo dell’età ossea.

Per comprendere quindi le basi genetiche dell’aspetto fisico di Ata, Nolan si rivolse a Butte.

Trattandosi di resti di soli 40 anni di età, fu così possibile estrarre un piccolo campione di DNA dalle costole e sequenziare l’intero genoma che dimostrò come la composizione molecolare si allineasse con quella umana.

Sgomberato il campo dall’ipotesi fantascientifica dell’ET di turno, ipotesi cui i due scienziati non avevano mai prestato la minima considerazione, vennero tirate le somme e ricomposto il quadro, che risultò tuttavia, alquanto sorprendente.

I risultati genomici confermavano la discendenza cilena di Ata, ma hanno anche rivelato un gran numero di mutazioni in sette geni che, prese separatamente o in combinazioni tra loro, contribuiscono a varie deformità ossee, malformazioni facciali o displasia scheletrica.

Alcune di queste mutazioni, sebbene presenti in geni già noti per causare patologie, non erano mai state associate alla crescita ossea o ai disturbi dello svilupppo.

Conoscere queste nuove varianti mutazionali potrebbe rivelarsi infinitamente utile, secondo Nolan, per cercarle in esseri umani con questi tipi di ossa o questi disturbi fisici e poter trovare un modo per la cura.

“Quello che veramente è scaturito da questo studio è stata l’idea che non dovremmo mai smettere di indagare quando troviamo un gene che potrebbe spiegare un sintomo”, sentenzia Butte. “Un giono potremmo risolvere questi disturbi e vorremmo assicurarci che se è vero che dobbiamo conoscere se c’è una mutazione, dobbiamo sapere anche se ce n’è più di una”.

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