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Sotto la minaccia di un pericolo, il ‘sesto senso’ dà l’allarme

Scritto da Leonardo Debbia il 04.01.2016

Quello che comunemente viene chiamato ‘sesto senso’ sembra esista davvero!

Quante volte ci accade di sentirci osservati da qualcuno o avere l’impressione che stia accadendoci qualcosa di sgradevole?

Bene, ora sappiamo che non si tratta solo di ‘impressioni’ o di percezioni sbagliate della realtà.

Questo è quanto viene affermato da uno studio francese in materia.

La rivista eLife ha reso noti i risultati di una ricerca condotta dal team di Marwa El Zein, dell’Istituto francese di sanità e ricerca medica (Inserm) e della Scuola Normale Superiore di Parigi.

Cervello, corteccia prefrontale

Secondo i ricercatori francesi, è durante i momenti difficili che scopriamo di avere dentro di noi risorse inaspettate, come se i nostri neuroni si impegnassero a lavorare con maggiore impegno di fronte ad una situazione di pericolo incombente rispetto ad una emozione positiva.

Questo ‘sesto senso’, che scatta automaticamente di fronte ad una minaccia, è stato individuato in una precisa area del nostro cervello, capace di captare le insidie in tempi velocissimi, 200 millisecondi.

Quello che ha più stupitogli studiosi è stata l’osservazione che, mentre nelle persone ansiose il segnale d’allarme viene elaborato nella regione del cervello responsabile dell’azione, nelle persone più calme l’elaborazione avviene nei circuiti deputati al riconoscimento facciale.

In altri termini, viene riconosciuto come minaccioso un viso che guarda dritto verso di noi e il nostro cervello ne interpreta anche l’espressione ‘arrabbiata’ o corrucciata, ritenendola quindi potenzialmente pericolosa.

El Zein spiega: “Tra la folla, sarete più sensibili ad una faccia arrabbiata che vi sta guardando, mentre non presterete attenzione ad un’altra faccia, ugualmente accigliata, che guarda da un’altra parte”.

Per verificare questa reazione, il team francese ha esaminato i segnali elettrici cerebrali di un gruppo di 24 volontari cui veniva chiesto di interpretare le emozioni mentre venivano mostrate loro varie foto digitalizzate di volti, cui venivano cambiate le espressioni, ma soprattutto la direzione degli sguardi.

E’ stato osservato che le reazioni divenivano più rapide se lo sguardo veniva diretto verso i volontari. Si percepiva lo sguardo come un segnale di pericolo, cui il cervello reagiva automaticamente in modo più rapido rispetto a quanto avrebbe fatto se fosse stata trasmessa un’emozione positiva.

Per spiegare questa reazione è stata chiamata in causa l’evoluzione.

Quando i nostri antenati vivevano a contatto con altri predatori che potevano costituire una minaccia alla loro incolumità, riconoscere istantaneamente i sentimenti di paura su altri volti poteva significare l’individuazione di un pericolo e conseguentemente il mettersi al sicuro.

“Abbiamo passato molto tempo accanto a predatori che potevano attaccare, mordere o pungere”, dichiara la ricercatrice. “La reazione rapida da parte di chi aveva provato quella paura ci ha aiutato, nel corso dell’evoluzione , ad evitare quel pericolo”.

La rapidità è stata quindi essenziale per la sopravvivenza.

Con il passare del tempo, secoli dopo secoli, pur modificandosi l’ambiente e le minacce attorno a noi, il primordiale istinto di sopravvivenza ha comunque lasciato una traccia nel nostro cervello.

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