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Resti di lapislazzuli tra i denti rivelano un ruolo ignoto della donna nel Medio Evo

Scritto da Leonardo Debbia il 04.02.2019

In uno studio pubblicato sulla rivista Science Advances un team internazionale di ricercatori,

in uno studio congiunto tra il Max Planck Institute per la Scienza della storia umana di Jena (Germania) e l’Università di York, nel Regno Unito, hanno fatto ua scoperta sorprendente, mettendo in luce il ruolo, finora sconosciuto, che potevano avere le donne medievali nella riproduzione di manoscritti.

Gli studiosi hanno infatti identificato tracce di un pigmento colorato, formato da microparticelle di lapislazzuli, rimasti incastonati nella placca dentaria calcificata di una donna di mezza età sepolta nel piccolo monastero femmminile di Dalheim, in Germania, tra il 1100 e il 1200 dC.

Mascella inferiore della donna medievale di Dalheim con un frammento azzurro ben visibile, incastonato tra gli incisivi (crediti: Christina Warinner)

Mascella inferiore della donna medievale di Dalheim con un frammento azzurro ben visibile, incastonato tra gli incisivi (crediti: Christina Warinner)

La donna era probabilmente una religiosa, forse una monaca, cui era demandato il compito di dipingere testi religiosi.

L’analisi chimica della placca dentale (o tartaro), formatasi durante il corso della vita della donna e fossilizzatasi dopo la sua morte, ha consentito di riconoscere i granuli blu della sostanza, inizialmente ritenuta azzurrite, che si è rivelata poi per lapislazzulo.

Per la verità, il monastero ha offerto pochi resti e la data della sua fondazione è incerta, anche se una comunità religiosa femminile avrebbe potuto essere stata fondata in quella zona dal X secolo in poi.

Dallo scarso materiale rinvenuto si ritiene comunque che il monastero ospitasse 14 religiose, dalla sua fondazione fino al 14° secolo, quando fu distrutto da un incendio quasi certamente in seguito ad una serie di battaglie che si svolsero in quella zona.

Dall’esame dei resti è stato dedotto che la donna doveva avere un’età tra i 45 e i 60 anni, quando morì intorno al 1000-1200.

Non presenta, di fatto, particolari patologie scheletriche, né traumi o infezioni.

L’unica caratteristica particolare dei suoi resti sono le piccolissime particelle blu che sono state osservate tra i suoi denti.

Una analisi attenta, usando diversi metodi spettrografici, tra cui la spettroscopia a raggi X dispersiva di energia (SEM-ED), ha rivelato la presenza dei lapislazzuli.

“Abbiamo esaminato molti scenari su come questo minerale abbia potuto finire tra i denti di questa donna”, spiega Anita Radini, bioarcheologa dell’Università di York e co-autrice dello studio.

“Basandoci sulla distribuzione del pigmento nella bocca, abbiamo concluso che la causa più probabile fosse da individuarsi nel modo in cui svolgeva la sua attività. Abbiamo immaginato che lei usasse il pigmento per dipingere, probabilmente leccando la punta del pennello mentre dipingeva”, afferma Monica Tromp, l’altra co-autrice del Max Planck Institute.

E’ giusto precisare che l’uso del pigmento blu oltremare a base di lapislazzuli era riservato, insieme all’oro e all’argento, per i manoscritti più lussuosi.

“Solo gli scribi e i pittori di eccezionale talento sarebbero stati incaricati del suo utilizzo”, aggiunge Alison Beach, storica della Ohio State University, che ha partecipato alla ricerca.

L’inaspettata scoperta di un così prezioso pigmento nella bocca di una donna dell’ XI secolo nella Germania rurale non ha precedenti.

Mentre è noto che durante quel periodo la Germania fosse un centro molto attivo nella produzione di libri, è invece particolarmente difficile stabilire il contributo che possono aver dato a quest’attività le donne.

Già molti scribi e pittori, in segno di umiltà, non firmavano il proprio lavoro. Figuriamoci se questa pratica non sia stata seguita anche dalle donne, il cui ruolo era molto più marginale!

Ma dove poteva esser reperito questo minerale così prezioso?

“La rete commerciale dell’epoca permetteva di far arrivare i lapislazzuli dalle miniere dell’Afghanistan alla Germania attraverso l’Egitto islamico e la Costantinopoli bizantina. La crescente economia del tempo aumentò la domanda per questo pigmento, che viaggiava per migliaia di miglia per mezzo di navi diverse per arrivare fino a questa donna artista”, conclude lo storico Michael McCormick, della Harvard University.

“I risultati di questo studio non solo sfidano convinzioni di vecchia data sull’argomento, ma rivelano anche una storia di vita individuale che, senza l’attuale tecnologia, sarebbe rimasta ignorata per sempre”, conclude Christina Warinner, del Max Panck Institute.

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