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Statua di donna di 3000 anni fa riportata alla luce in Turchia

Scritto da Leonardo Debbia il 24.08.2017

I resti di una maestosa statua femminile, scoperta nel sito archeologico di Tayinat, in Turchia,

75 chilometri ad ovest della città siriana di Aleppo, possono aiutarci a comprendere meglio il ruolo pubblico delle donne nel mondo antico.

Gli scavi, condotti da un team di archeologi dell’università di Toronto, hanno riportato alla luce la testa e la parte superiore del busto di una figura femminile, in gran parte intatti, anche se il volto e il petto sembrano essere stati mutilati intenzionalmente – una probabile pratica rituale – già nell’antichità.

La scultura è scolpita in una roccia basaltica e misura poco più di un metro di lunghezza per 70 centimetri di larghezza, suggerendo che l’intera statua si ergesse per quattro-cinque metri in altezza. La parte inferiore del corpo manca.

La statua è stata rinvenuta all’interno di un complesso monumentale che costituiva la porta di accesso alla parte più alta della cittadella di Kunulua, ribattezzata poi Tayinat, capitale del regno neo–Ittita di Patina (circa 1000-738 a.C.).

“Tra le sue caratteristiche spicca un anello di riccioli sporgenti da sotto uno scialle che copre la testa, le spalle e la schiena”, descrive Timothy Harrison, docente di Archeologia del Vicino Oriente presso il Dipartimento delle Civiltà del Vicino e Medio Oriente dell’Università di Toronto, e direttore del Tayinat Archaeological Project (TAP), il progetto internazionale per il recupero dei beni culturali, portato avanti congiuntamente dal Ministro della Cultura Turco e da numerose Università e Istituti di ricerca di vari Paesi.

“La statua giaceva a faccia in giù in un letto di pietrisco basaltico, che includeva frammenti degli occhi, del naso e del viso mescolati a frammenti di sculture già recuperate nella stessa area”, dice Harrison, “insieme alla testa del re neo-Ittita Suppiluliuma, che era stata scoperta nel 2012. Il recupero di questi minuscoli frammenti consentirà la ricostruzione, se non di tutto, almeno di una parte del volto e del busto della figura originale”.

“Il fatto che queste monumentali sculture siano state trovate frammentate nello stesso deposito, suggerisce che siano il risultato di uno stato di abbandono o di smantellamento che preludeva alla loro distruzione”, dichiara Harrison.

Non si conosce l’identità della figura femminile, anche se gli archeologi qualche idea in proposito se la sono fatta.

“E’ possibile si tratti di una rappresentazione della dea Kubaba, la madre delle divinità dell’antica Anatolia”, ipotizza Harrison. “Tuttavia, potrebbe anche trattarsi di un personaggio reale; ad esempio, della moglie di Suppiluliuma o – ipotesi ancor più intrigante – di una donna di nome Kupapiyas, che era la moglie o forse la madre di Taita, il fondatore della dinastia dell’antica Tayinat”.

Due monumenti con incisioni nell’antica lingua degli Ittiti, trovati vicino ad Hama, in Siria, più di 50 anni fa, forniscono una descrizione di Kupapiyas, l’unica donna della regione conosciuta nella prima metà del 1° millennio a.C. di cui si abbia notizia. La donna era vissuta più di 100 anni e la sua figura matriarcale aveva dominato la regione, anche se non viene menzionata in alcuna delle fonti storiche di quel periodo.

“La scoperta di questa statua fa intravedere la possibilità che le donne svolgessero un ruolo politico nella vita politica e religiosa di queste arcaiche comunità della prima Età del ferro e che questo ruolo avesse una importanza maggiore di quanto le prove storiche ammettano”, sostiene Harrison.

La statua offre anche una visione preziosa del carattere innovativo e della trasformazione delle culture indigene dell’Età del ferro che stavano emergendo nel Mediterraneo orientale dopo il crollo delle civiltà dell’Età del bronzo, verso la fine del 2° millennio a.C.

La presenza di leoni, sfingi e statue umane colossali nelle città reali neo-Ittite dell’Età del ferro in Anatolia continua una tradizione Ittita dell’Età del bronzo che aveva accentuato il ruolo simbolico di questi spazi quali zone di confine tra la classe dominante e i propri sudditi.

Dal nono e dall’ottavo secolo a.C. questi complessi monumentali così imponenti assumono la funzione di parate dinastiche, che ratificavano il potere della classe dirigente.

Il complesso della porta di Tayinat reca i segni della distruzione che seguì alla conquista della regione da parte degli Assiri nel 738 a.C., allorché l’area venne lastricata e trasformata in un recinto sacro assiro.

Tayinat fu trasformata quindi  nella capitale di una provincia assira, sede dello stesso governatore e dell’amministrazione imperiale.

Gli studiosi hanno a lungo ipotizzato che il riferimento alla biblica Calneh, identificato come uno dei ‘regni degli idoli’ nell’orazione del profeta Isaia contro l’Assiria, alluda alla devastazione assira di Kunulua (Tayiat). La distruzione dei monumenti e la trasformazione dell’area in un complesso religioso potrebbero essere il risultato fisico di questo evento storico.

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