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Studio microbiologico rivela il percorso di Annibale attraverso le Alpi

Scritto da Leonardo Debbia il 13.04.2016

Quale fu il punto più favorevole della catena alpina che consentì ad Annibale di valicarla con il suo esercito e i suoi elefanti per entrare in Italia?

E’ una domanda che da sempre si sono posti gli studiosi di storia e che è rimasto sempre un mistero da chiarire.

Di recente, i microbiologi dell’Institute for Global Food Security at School of Biological Sciences presso la Queen’s University di Belfast hanno pubblicato i risultati di una loro ricerca, il cui intento era quello di cercare di rispondere al quesito e gettare luce su uno dei più grandi enigmi della storia antica.

annibale

Annibale attraversa le Alpi su un elefante, in una raffigurazione di Nicolas Poussin

Ma partiamo da lontano, oltre i 2200 anni fa; dal tempo che vide due antiche città, Roma e Cartagine, impegnate in una serie di sanguinosi conflitti, sulla terra e sul mare, per il dominio del Mediterraneo, noti anche come ‘Guerre Puniche’, tramandati dalla narrazione scritta degli storici e sopravvissuti sui testi scolastici nella trattazione storica del nostro passato remoto.

Annibale era il comandante in capo dell’esercito cartaginese durante la seconda guerra punica

(218 – 201 a.C.) ed è passato alla storia, oltre che come il grande nemico giurato di Roma, soprattutto per la realizzazione di uno stratagemma che, da solo, gli valse l’ammirazione di generazioni di studiosi.

E’ noto, infatti, che Annibale riuscì a condurre il suo esercito di trentamila uomini, trentasette elefanti e oltre quindicimila, tra cavalli e muli, attraverso le Alpi con l’obbiettivo di invadere l’Italia e puntare direttamente alla conquista di Roma.

Anche se poi il grande generale venne definitivamente sconfitto a Zama nel 202 a.C., questa campagna è considerata ancor oggi uno dei migliori sforzi militari dell’antichità.

Possiamo dire, a posteriori, che questi eventi, in ultima analisi, gettarono le basi per la supremazia della Repubblica romana prima e dell’Impero romano poi nell’area mediterranea e in tutta l’Europa, preparando l’avvento di Cesare e quindi della civiltà europea come la conosciamo.

Ma torniamo al periodo in cui Annibale pensò di valicare la catena alpina e battere i Romani proprio sul loro territorio.

Per più di duemila anni, storici, politici e accademici hanno discusso su quale percorso avesse potuto compiere Annibale per mettere in atto il suo piano.

Fino ad oggi, nessuna prova archeologica era venuta a sostegno di una tesi anziché di un’altra.

Ora, una pubblicazione sulla rivista on-line Archaeometry a firma del dr Chris Allen, della Queens University, e del prof. Bill Mahaney, della York University di Toronto, Canada, ha fornito solide prove di un probabile passaggio di Annibale attraverso il passo del Colle delle Traversette, un valico delle Alpi Cozie a quota 3000 metri che unisce la Valle del Guil, in territorio francese, con la Valle del Po, in Italia.

Non è la prima volta che si cita questo valico, che venne già proposto più di mezzo secolo fa da un biologo, Sir Gavin de Beer, ma ebbe scarso consenso tra gli studiosi del settore.

Questa volta, il team di ricerca ha impiegato una vasta gamma di indagini.

Combinando analisi metagenomiche sulle comunità microbiche, chimica ambientale, investigazioni geomorfologiche e pedologiche, analisi dei pollini e altre tecniche geofisiche, i ricercatori hanno dimostrato che un evento di ‘eccezionale deposito di una massa animale’ si è effettivamente verificato nei pressi del Colle delle Traversette, approssimativamente 2168 anni fa; vale a dire intorno al ‘fatidico’ anno 218 a.C., l’anno dell’invasione cartaginese.

“La deposizione si trova inglobata in un ammasso di fango alluvionale dello spessore di un metro e appare prodotta da un consistente calpestio conseguente al transito prolungato di migliaia di animali e di esseri umani”, dichiara Chris Allen. “Il 70 per cento dei microbi rinvenuti nel letame animale – in prevalenza equino – dell’ammasso, appartengono ad un gruppo conosciuto come clostridi, microrganismi molto stabili nel suolo, avendo una capacità di sopravvivenza di migliaia di anni. Riteniamo di aver individuato con metodi scientifici la prova significativa che questi germi possono considerarsi una ‘firma genetica’, un’impronta microbica risalente, per l’appunto al tempo dell’invasione Punica”.

 

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