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Le nuove orme fossili di Laetoli rivelano una passeggiata di gruppo

Scritto da Leonardo Debbia il 29.12.2016

Le impronte fossili sono strumenti estremamente utili come prova paleontologica.

Le loro caratteristiche fisiche possono aiutare ad identificare chi le ha lasciate e la meccanica della sua locomozione, ma possono essere utilizzate anche per dedurre informazioni biologiche, quali l’anatomia del piede e le dimensioni dell’individuo e, per estensione, anche le abitudini di vita e la socialità dell’individuo nel gruppo.

Impronte di ominidi, gruppo cui appartengono i nostri antenati, sono piuttosto rare.

Quasi tutte le impronte scoperte finora sono attribuite a specie del genere Homo, da cui discendono gli esseri umani moderni.

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Ricostruzione della ‘passeggiata’ dei cinque ominidi di Laetoli (credit: Dawid A. Iurino/CC BY 4.0)

Uniche eccezioni sono le impronte rinvenute nel 1978 a Laetoli, in Tanzania, su uno strato di cenere deposto a seguito di un’eruzione vulcanica.

Le tracce degli ominidi, attribuite ad Australopithecus afarensis, furono scoperte da Mary Laekley nel sito G di Laetoli e furono considerate risalenti a 3,6 milioni di anni fa.

Qui si parla ora di altre tracce, lasciate da tre individui bipedi, due dei quali andrebbero nella stessa direzione, rinvenute a sud di Laetoli, nel sito S.

I ricercatori ritengono che anche queste ultime siano state lasciate da Australopithecus afarensis, la stessa specie della famosa Lucy.

Che si trattasse di una famigliola in fase di spostamento? E’tutto da dimostrare, ma non appare una ipotesi inverosimile.

La misura in cui variano la forma del corpo e la dimensione tra i diversi membri di A. afarensis – per esempio, tra maschi e femmine – è stata a lungo dibattuta, senza peraltro giungere ad un accordo.

Sulla base dei resti rinvenuti finora in Africa orientale, c’è stato chi affermava che il dimorfismo, cioè le differenze morfologiche, sia stato elevato, al pari di quanto avviene nei gorilla attuali, mentre per altri si trattava di differenze piuttosto modeste.

Ora, grazie ad una nuova ricerca congiunta delle Università di Perugia e di Pisa, in collaborazione con ricercatori delle Università della Sapienza di Roma, di Firenze e di Dar es Salaam, sono state scoperte altre orme attribuite a due individui bipedi, impresse a circa cento metri di distanza dalle orme degli anni Settanta.

Fidelis Masao, antropologo dell’Università di Dar es Salaam, in accordo con i colleghi, ha rivalutato le nuove impronte bipedi lasciate dai due individui che avevano camminato nella stessa direzione.

L’altezza dell’individuo adulto è stata stimata in 1,65 metri, una variazione notevole all’interno della stessa specie.

Masao suggerisce che le nuove impronte possano essere considerate un tutto unico con quelle rinvenute negli anni Settanta e propone una spiegazione: l’individuo alto potrebbe essere stato un maschio dominante su un gruppo di femmine, più piccole e più giovani.

Così, si potrebbe accettare una variabilità elevata in questi antenati remoti, similmente a quanto accade nei gorilla moderni.

“Il dimorfismo sessuale si ricava dalla lunghezza delle impronte e dalla lunghezza del passo”, spiega Giorgio Manzi, professore di paleoantropologia presso il Dipartimento di Biologia della Sapienza di Roma. “Se si uniscono le nostre scoperte con quelle degli anni Settanta, si ottengono cinque individui, di tre taglie diverse: un maschio, una femmina e tre giovanissimi. Il divario tra il maschio e la femmina è grande”.

In conclusione, la comunità di questi australopitechi doveva somigliare molto a quella degli attuali gorilla, specie poligama e ad alto dimorfismo sessuale, piuttosto che alle comunità degli scimpanzé o dei bonobo, che prediligono la promiscuità o agli esseri umani moderni in cui prevale la monogamia.

La coppietta romantica a passeggio assume quindi un’altra connotazione, secondo lo studioso italiano.

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