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L’orecchio interno fornisce indizi sulla diffusione umana

Scritto da Leonardo Debbia il 16.04.2018

Non è certamente difficile distinguere, anche a prima vista, un giapponese da un europeo o un africano da un indiano. Struttura del corpo, colore della pelle, dei capelli, degli occhi sono tutti caratteri somatici ben visibili. Più difficile è intuire le differenze dei gruppi etnici se non sono così evidenti. Così, a meno di udire il linguaggio parlato, diventa facile scambiare un bolognese con un abitante del Lazio o un toscano con un pugliese.

Alcune differenze poi sono talmente ben nascoste nei nostri corpi che individuarle diventa un’impresa. Chi avrebbe mai pensato che alcune differenze anatomiche tra popoli coinvolgessero persino l’apparato uditivo?

Ora, un team di ricercatori, guidati dai paleoantropologi dell’Università di Zurigo, ha dimostrato che anche la morfologia dell’orecchio interno è un buon indicatore della storia della popolazione umana e della sua diffusione sulla Terra.

Leggere differenze morfologiche caratterizzano l'orecchio interno delle differenti popolazioni di esseri umani moderni (crediti: Marcia Ponce de Leòn, Christophe Zollikofer)

Leggere differenze morfologiche caratterizzano l’orecchio interno delle differenti popolazioni di esseri umani moderni (crediti: Marcia Ponce de Leòn, Christophe Zollikofer)

Nell’uomo, come in tutti i vertebrati, l’apparato uditivo e dell’equilibrio è alloggiato in un sistema di cavità posto nella regione basale del cranio corrispondente al labirinto osseo dell’orecchio interno.

I ricercatori svizzeri hanno analizzato le strutture del labirinto nelle popolazioni di tutto il mondo, dall’Africa meridionale e settentrionale all’Europa, dall’Asia all’Australia, al continente americano, anche a sud della Patagonia, utilizzando la tomografia computerizzata per ottenere immagini del labirinto in 3D ad alta risoluzione.

I dati ottenuti hanno mostrato che la forma del labirinto varia notevolmente, all’interno di una popolazione, con una variazione considerevolmente maggiore rispetto alla variazione esistente tra popolazioni diverse.

“Questo modello di variazione, tipicamente umana, è nota anche da dati genetici comparativi; e questo dimostra, in sostanza, che tutti gli esseri umani sono strettamente correlati e vanno giocoforza ricondotti a radici comuni, da cercarsi in Africa”, spiega l’antropologa Marcia Ponce de Leòn.

Il team ha scoperto inoltre che la forma tridimensionale del labirinto osseo offriva altre importanti informazioni sulla diffusione globale degli esseri umani ad iniziare dall’Africa.

Quanto più, infatti, una popolazione è geograficamente lontana dal Sud dell’Africa, più la forma del labirinto differisce da quella della popolazione sudafricana.

I dati del DNA mostravano già che anche la distanza genetica aumenta in relazione alla distanza dall’Africa.

I dati morfologici del labirinto, oltre ad avvalorare questo trend, indicano in più anche gli antichi percorsi delle popolazioni all’interno dei continenti.

Ad esempio, le forme labirintiche nelle popolazioni preistoriche delle Isole della Sonda (Indonesia) sono simili a quelle degli indigeni della Papuasia e dell’Australia, mentre è noto che la popolazione indonesiana odierna è costituita principalmente da gruppi etnici migrati dall’arcipelago malese.

D’altra parte le morfologie del labirinto rivelano anche che gli europei e i giapponesi di oggi hanno principalmente le loro radici nelle rispettive popolazioni locali del periodo Neolitico.

I nuovi risultati sorprendono, anche perchè finora si riteneva che la forma del labirinto fosse correlata e determinata soltanto dalla sua funzione. Ora si apprende invece che, ferma restando la validità dei suoi requisiti funzionali riguardanti l’equilibrio e l’udito, la natura presenta una variazione estremamente ampia nella struttura labirintica.

L’osso compatto che circonda il labirinto è interessante anche per la paleogenetica, dal momento che contiene una grande quantità di DNA; ma, mentre il processo di raccolta del DNA danneggia il labirinto, la non invasività delle TAC risulta quindi ovviamente pià adatta e senza dubbio più preferibile.

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