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I Neanderthal avevano una soglia del dolore più bassa della nostra?

Scritto da Leonardo Debbia il 12.08.2020

Il dolore è una sensazione che viene trasmessa attraverso cellule nervose specializzate che si attivano quando qualcosa di potenzialmente dannoso aggredisce parti del nostro corpo.

Queste cellule nervose si servono di uno speciale canale ionico che riveste un ruolo chiave nell’avvio dell’impulso elettrico che segnala il dolore al cervello.

Il ‘canale ionico’ è una proteina che attraversa la membrana cellulare, consentendo a determinati ioni di passare dall’esterno all’interno della cellula e viceversa.

Secondo un recente studio, le persone che hanno ereditato una particolare mutazione del canale ionico di cui – si è scoperto – erano dotati i nostri antichi cugini Neanderthal, avvertono più dolore.

Raffigurazione di primi esseri umani attonro ad un fuoco (foto di repertorio)

Raffigurazione di primi esseri umani attonro ad un fuoco (foto di repertorio)

Dal momento che oggi sono disponibili diversi genomi Neanderthal di buona qualità, i ricercatori sono in grado di identificare i cambiamenti genetici che erano presenti nella stragrande maggioranza dei Neanderthal, di studiare i loro effetti fisiologici e di esaminarne le conseguenze allorchè ne venga riscontrata la presenza negli esseri umani attuali.

Gli scienziati Svante Paabo, dell’Istituto Max Planck per l’Antropologia evolutiva di Lipsia, in Germania, e Hugo Eberg, del Karolinska Institutet di Stoccolma, assieme ad un team di colleghi, hanno scoperto che attualmente esistono individui, viventi soprattutto in America centrale e meridionale – ma presenti anche in Europa – che hanno ereditato una mutazione neanderthaliana di un gene, la cui funzione è codificare un canale ionico che trasmette la sensazione del dolore al midollo spinale e al cervello.

Utilizzando i dati di un ampio studio eseguito su una percentuale di popolazione del Regno Unito, gli autori sono riusciti ad accertare che alcuni individui, portatori della mutazione Neanderthal in questione, provano più dolore di coloro che ne sono privi.

Il fattore più indicativo della quantità di dolore riferita dai pazienti è la loro età. Si è infatti scoperto che avere questa mutazione fa percepire più dolore, come se si fosse più vecchi di circa otto anni”, sostiene Eberg. “La mutazione neanderthaliana del canale ionico comporta tre differenze di aminoacidi rispetto alla variante ‘moderna’ comune oggi”, spiega lo studioso. “Mentre le singole sostituzioni di aminoacidi non influenzano la funzione del canale ionico, l’intera mutazione neanderthaliana, che trasporta ben tre sostituzioni di aminoacidi, porta ad una maggiore sensibilità al dolore”.

A livello molecolare, il canale ionico dei Neanderthal veniva attivato più facilmente, e questo spiega perchè gli individui che hanno ereditato questo gene abbiano una percezione del dolore più bassa.

In realtà non sappiamo per certo se i Neanderthal provassero più dolore, perchè intervengono anche altri fattori, sia nel cervello che nel midollo spinale, a modulare la trasmissione”, avverte Paabo. “Ma il nostro studio mostra che la loro soglia di inizio degli impulsi del dolore era inferiore a quella della maggior parte degli esseri umani di oggi”.

Non è ancora chiaro perchè queste mutazioni si siano evolute, dal momento che erano benefiche e quindi, dal punto di vista evolutivo, una maggior sensibilità al dolore avrebbe costituito senz’altro un ‘vantaggio’ per chi la presentava.

Probabilmente, il fattore chiave potrebbero essere state le condizioni ambientali e lo stile di vita di quell’epoca lontana.

E’ infatti indubbio che gli Uomini di Neanderthal non avessero una vita facile.

I cacciatori-raccoglitori dell’éra glaciale, diffusi in tutta l’Eurasia, avevano a che fare con un mondo ostile, un ambiente difficile e pieno di insidie, cacciando mammut, bisonti e altri animali pericolosi, per poter sopravvivere. Una predisposizione biologica ad un accresciuto senso del dolore era un fattore certamente favorevole, perchè rappresentava una certa sicurezza per la loro sopravvivenza, avvertendoli per tempo di una situazione potenzialmente a rischio.

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