Un team di ricercatori della Florida State University ha rinvenuto in un fiume della Florida una serie di strumenti di pietra insieme ad una zanna di un mastodonte, retrodatando quindi la presenza di esseri umani nel Sud-est degli Stati Uniti a 1500 anni prima di quanto finora ritenuto.
Il sito si trova sul fiume Aucilla, circa 45 minuti da Tallahassee, ed ora, con i suoi 14550 anni di età, è da considerarsi il più antico sito attestante la presenza dell’uomo in questa parte del Nuovo Mondo, scalzando di fatto i Clovis dal primo posto assegnato loro come primi americani.

Osso di mastodonte rinvenuto sul fondo del fiume Aucilla, in Florida, assieme a manufatti di un gruppo umano in un sito di 14,55 mila anni fa (credit: Brendan Fenerty, Texas A&M University)
“Questa è una sorpresa”, afferma Jessi Halligan, docente di Antropologia della Florida State. “C’erano davvero degli esseri umani qui. Questa scoperta ha aperto un nuovo fronte di indagini per noi studiosi che cerchiamo di saperne sempre di più sui primi insediamenti umani delle Americhe”.
In effetti, c’è un buon numero di siti in tutto il Nord-America che risalgono a circa 13,2 mila anni fa, ma di questi solo cinque, considerando anche quelli del Sud America, sono ancora più antichi, mettendo così in discussione quanto siano stati antichi i primi abitatori.
I risultati della ricerca di Halligan sono stati pubblicati sulla rivista Science Advances.
Halligan e i suoi colleghi, tra cui Michael Waters, della Texas A&M University, e Daniel Fisher, dell’Università del Michigan, hanno scavato quello che viene chiamato il sito di Page-Ladson, che si trova a circa trenta piedi sott’acqua, in una voragine del fiume Aucilla.
Per la cronaca, il sito è stato chiamato anche ‘Buddy Page’, in onore del subacqueo che per primo aveva portato il luogo all’attenzione degli archeologi nel 1980, conservando però anche il vecchio nome, dedicato alla famiglia Ladson, che ne possiede la proprietà.
Negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, i ricercatori James Dunbar e David Webb avevano studiato il posto e recuperato da uno strato datato più di 14mila anni, numerosi strumenti in pietra, oltre ad una zanna di mastodonte che presentava segni di tagli artificiali, provocati sicuramente dall’uso di un attrezzo.
Al momento, non fu dato rilievo al fatto, perché gli oggetti, all’aspetto, furono giudicati troppo antichi per essere veritieri. Le condizioni fisiche furono considerate il risultato della lunga permanenza sott’acqua, dove era logico pensare che il materiale potesse aver subito processi di usura, corrosione e invecchiamento.
Waters e Halligan, che è anche una esperta sub, avevano tuttavia conservato un certo interesse per il sito e non si accontentavano di questa spiegazione. Ritennero quindi che valesse la pena andare più a fondo, letteralmente, della questione.
Così, tra il 2012 e il 2014, i due archeo-sub, assieme a Dunbar, recuperarono altri strumenti e ossa di un animale estinto, un mastodonte.
In tutto, i due ricercatori hanno quindi riportato alla luce un bifacciale o amigdala – una scheggia con i bordi taglienti su entrambi i lati, che serviva per tagliare e macellare animali – assieme ad altri strumenti.
Fisher, un paleontologo dei vertebrati che nel frattempo si era aggiunto al team, aveva dal canto suo riesaminato la zanna del mastodonte recuperato da Dunbar nei precedenti scavi, scoprendo evidenti segni di taglio – ignorati in precedenza – lasciati sicuramente durante la rimozione della zanna dal cranio dell’animale.
“La zanna avrebbe potuto essere estratta per raggiungere i tessuti molli commestibili alla sua base”, propone come spiegazione Fisher. “Ogni zanna di queste dimensioni avrebbe potuto rendere 15 chili di carne tenera, tessuti nutrienti della cavità polpare, che avevano un alto valore nutritivo”.
“Una spiegazione alternativa dell’estrazione della zanna avrebbe potuto essere collegata all’abitudine di questi antichi umani di servirsi dell’avorio per fabbricare armi”, ha soggiunto il paleontologo.
Utilizzando le ultime tecniche di datazione al radiocarbonio, i ricercatori hanno potuto attribuire tutti gli artefatti rinvenuti a 14,55 mila anni fa.
Prima di questa scoperta, la maggioranza degli studiosi era propensa a ritenere che la prima popolazione delle Americhe fosse stata quella dei Clovis, stabilitisi nell’area 13,2 mila anni fa.
“Le nuove scoperte a Page-Ladson dimostrano invece che un gruppo di esseri umani vissero nell’area della Costa del Golfo molto prima di quanto ritenuto”, annuncia ora Waters, che è anche direttore del Centro per lo studio dei primi americani presso la Texas A&M.