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Nuovi indizi sulle antiche migrazioni nelle Americhe

Scritto da Leonardo Debbia il 14.06.2018

La versione della colonizzazione delle Americhe accolta con più favore dal mondo scientifico racconta che i primi esseri umani a mettere piede sul continente americano attraversarono il corridoio di ghiaccio dello stretto di Bering allorchè questo si aprì, verso la fine dell’ultima éra glaciale, intorno ai 20mila anni fa.

Tuttavia, recenti prove geologiche suggeriscono altri possibili itinerari.

Una nuova teoria propone che i primi esseri a raggiungere il continente americano abbiano percorso una rotta costiera lungo il confine dell’Alaska che si affaccia sull’Oceano Pacifico.

Questa teoria si basa su prove fornite da un recente studio geologico di quella regione.

 

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Analizzando massi e superfici rocciose, un gruppo di ricercatori dell’Università di Buffalo (UB), USA, è giunto alla conclusione che, intorno ai 17mila anni fa, parte di una rotta di migrazione costiera avrebbe potuto essere divenuta accessibile per gli esseri umani.

In quel periodo, difatti, i ghiacciai dell’ultima glaciazione si ritirarono, lasciando all’asciutto le isole dell’Arcipelago di Alexander, nell’Alaska meridionale.

Per la verità, non è il primo studio che utilizza analisi genetiche e archeologiche per avallare la teoria che i primi coloni avrebbero potuto esser giunti nelle Americhe circa 16mila anni fa, un periodo di poco posteriore all’apertura di questa ipotetica rotta.

Le conclusioni dell’attuale ricerca sono state pubblicate sulla rivita Science Advances di fine maggio.

L’indagine si è limitata, tuttavia, ad esaminare una parte di costa e di sicuro saranno necessari altri indizi per una conferma completamente attendibile.

Pur tuttavia, l’ipotesi è suggestiva, dal momento che in merito all’immigrazione di nuove genti sul continente americano, propone una via marinara alternativa a quella ‘classica’ pensata finora.

Ulteriori indizi a favore della percorribilità di questa nuova via vengono anche dal rinvenimento di ossa di un’antica foca, precedentemente scoperta da altri ricercatori.

L’area in discussione quindi, dopo il ritiro dei ghiacci, sarebbe stata potenzialmente transitabile, non solo per le foche, ma anche per l’uomo.

La ricerca del team di studiosi ha interessato quattro isole, raggiunte in elicottero, le cui superfici, oggi libere dal ghiaccio, si presentano lisce ma con tracce e segni particolari lasciati – si ritiene – dai ghiacci del passato.

A questo scopo sono stati prelevati campioni di roccia che sono stati poi analizzati per ricostruire da quanto tempo fosser rimasti esposti liberi dai ghiacci.

Il metodo usato è noto come ‘datazione da esposizione superficiale’.

“Quando il terreno viene coperto da un ghiacciaio, la roccia sottostante rimane indenne dagli effetti della radiazione solare. Non appena il ghiaccio scompare, la roccia viene nuovamente esposta alle radiazioni cosmiche che provocano alterazioni chimiche. Analizzando le sostanze presenti, si è in grado di dire da quanto tempo la roccia è rimasta esposta all’aria, libera dal ghiaccio”, spiega Alia Lesnek, geologa della UB.

Il metodo ha dato come risultato 17mila anni di tempo di esposizione.

Da quell’epoca è divenuto quindi disponibile il passaggio dall’Asia verso il Nuovo continente.

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