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Percorsi alternativi in Asia per i primi Sapiens usciti dall’Africa 125mila anni fa

Scritto da Leonardo Debbia il 01.09.2019

Quando si parla della prima uscita dall’Africa dei Sapiens, si trascurano quasi sempre l’Asia centrale e settentrionale in favore della parte meridionale, soprattutto la fascia costiera, forse perchè si ritiene che i deserti e le montagne avrebbero potuto costituire ostacoli troppo difficoltosi per poter essere superati.

Ora, un nuovo studio sostiene che i nostri antichi antenati potrebbero invece essersi mossi anche attraverso condizioni ambientali avverse, forse all’epoca rese meno ardue da condizioni climatiche meno proibitive di quanto si sia fin qui ritenuto.

E difatti, studiando i climi del passato, l’Asia settentrionale viene ora riconsiderata sotto una nuova luce come una possibile via della diffusione umana, nonché come una zona di potenziale interazione con altri ominidi, quali i Neanderthal e i Denisova.

Deserti e ghiacciai dell'Asia centrale che un tempo, in condizioni di clima umido, avrebbero potuto essere praticabili per i gruppi di Sapiens migranti dall'Africa.

Deserti e ghiacciai dell’Asia centrale che un tempo, in condizioni di clima umido, avrebbero potuto essere praticabili per i gruppi di Sapiens migranti dall’Africa.

Gli archeologi e i paleoantropologi sono sempre più interessati alla scoperta degli ambienti che si sarebbero trovati ad affrontare i primi antenati della nostra specie, l’Homo sapiens, durante le migrazioni dal continente africano verso l’Eurasia nel corso del tardo Pleistocene, tra i 125mila e i 12mila anni fa.

Se finora si era considerata una via ‘meridionale’ che correva attorno all’Oceano Indiano come la più favorevole, ora, con un articolo pubblicato sulla rivista scientifica PLOS ONE, gli scienziati tedeschi del Max Planck Institute for the History of Human Science, insieme a colleghi dell’Istituto di vertebrati paleontologici e ad alcuni paleoantropologi dell’Università di Pechino, in Cina, sostengono che i cambiamenti climatici potrebbero aver reso praticabili anche le regioni più settentrionali, permettendo così una più ampia diffusione areale dei gruppi migratori.

La via di diffusione costiera dall’Africa all’Australia, che costeggiava India e Sud-est asiatico potrebbe non essere stata l’unica”, afferma il prof. Michael Petraglia.

Riguardo l’Asia settentrionale, poi, si era pensato anche ad una rotta verso la Siberia che avesse evitato di attraversare il deserto di Gobi. E invece negli ultimi dieci anni sono state scoperte prove, come i resti della grotta di Denisova, in Russia, e la grotta di Baishiya, in Cina, aree considerate oggi inospitali, ma che non erano state sempre tali in passato”.

In effetti, la ricerca paleoclimatica in Asia centrale ha confermato prove dell’esistenza remota di estese aree lacustri e mutamenti delle estensioni glaciali nelle varie regioni montuose; fattori che suggeriscono, per questo continente, un ambiente passato molto diverso dall’attuale.

Nils Vanwezer, archeologo dell’Istituto Max Planck, alla luce di studi di modelli sulle antiche glaciazioni, osserva che rotte alternative sarebbero state sicuramente possibili attraverso un deserto di Gobi reso verde dal clima più umido.

Per il momento non sono state scoperte prove reali di questi percorsi. Si parla quindi di possibili alternative. Per la professoressa Nicole Boivin, direttrice del Dipartimento di Archeologia dello stesso Istituto tedesco, sono necessarie, per validare quanto osservato, nuove ricerche e la scoperta di tracce effettive di antichi passaggi umani che per ora, come detto prima, rimangono solo allo stadio di ipotesi.

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