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I primi esseri umani vissero sulla punta meridionale dell’Africa

Scritto da Leonardo Debbia il 17.06.2020

Gli scienziati dell’ Università della California, Riverside (UC) hanno ricostruito la paleoecologia della Pianura Paleo-Agulhas, un territorio che oggi si presenta come una spianata brulla di ciottoli aguzzi (da cui il nome), terminante con il Capo omonimo, che durante le fasi glaciali degli ultimi due milioni di anni, ampliava la punta meridionale dell’Africa, allungandola sull’oceano, ed era caratterizzata da un clima asciutto e da una prospera vegetazione.

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Questo lembo di terra, una prosecuzione del continente sul mare, potrebbe essere stato determinante nell’infuenzare e modellare l’evoluzione dei primi esseri umani moderni, che qui potevano popolare le sue valli fluviali, i suoi suoli profondi e fertili, che ospitavano praterie, pianure alluvionali, boschi e zone umide, dove abbondava una ricca fauna, costituita da ippopotami, zebre, antilopi e molti altri animali, alcuni dei quali ormai estinti da millenni.

Contrariamente ad altri ambienti dell’éra glaciale situati in altre aree terrestri, questo era un ambiente lussureggiante, che scomparve in seguito all’innalzamento del livello marino, circa 11.500 anni fa.

Un team interdisciplinare e internazionale di scienziati, tra cui – citandone solo una parte – Richard M. Cowling, della Nelson Mandela University; Francois Engelbrecht, dell’Università di Witwatersrand; Curtis W. Maream, dell’Arizona State University, ha ora ricostruito questa piacevole ‘culla dell’umanità’, l’ ‘Eden terrestre’ – come è stata definita – illustrandone gli aspetti in una speciale raccolta di articoli in cui viene ricostruita la paleoecologia della pianura Paleo-Agulhas, la punta estrema del continente africano, che è anche il punto più a sud di tutto il Continente nero.

“Qui i periodi glaciali del Pleistocene hanno rappresentato per i primi cacciatori-raccoglitori umani moderni un panorama di risorse molto diverso rispetto al paesaggio delle attuali pianure costiere, che fu certamente determinante nel modellare l’evoluzione dei primi esseri umani moderni”, dichiara Janet Franklin, docente di biogeografia del Dipartimento di Botanica e Scienze delle piante presso la UC Riverside, nonché Membro associato dell’African Center for Coastal Palaeoscience presso la Nelson Mandela University, in Sudafrica, e co-autrice di numerosi articoli sull’argomento.

Nelle grotte rocciose situate lungo la costa sono state rinvenute alcune delle ossa più antiche, assieme a manufatti umani anatomicamente moderni.

Tuttavia, la mancanza di molluschi in alcuni strati di questi siti ha lasciato perplessi gli studiosi per molti anni. Infatti, nonostante, all’apparenza, avessero vissuto vicini all’oceano, sembrava che gli antichi abitanti delle grotte avessero cacciato principalmente selvaggina, tipica di animali che abitualmente vivevano all’interno.

Gli scienziati sapevano dell’esistenza di un territorio sommerso che si stendeva al largo della costa, sulla piattaforma continentale, ma solo poco tempo fa, forse ispirati dall’innalzamento del livello del mare a causa dell’attuale riscaldamento globale, si sono resi conto che queste grotte costituivano il limite più occidentale di un’antica pianura.

Durante la maggior parte del Pleistocene – l’era geologica precedente l’attuale – queste grotte non si affacciavano però sulla costa. Con la quantità d’acqua immagazzinata in ghiacciai delle dimensioni di un continente, il livello del mare era difatti molto più basso e gli esseri umani avrebbero vissuto tra le scogliere e una costa di forma più dolce, che poteva estendersi per miglia e miglia verso oriente.

Su un numero di Quaternary Science Review, una serie di articoli, utilizzando una vasta gamma di tecniche per ricostruire l’ambiente e l’ecologia della pianura di Paleo-Agulhas, ipotizza un mondo verdeggiante, ricco di selvaggina, piante e risorse costiere, isolato periodicamente dalla terraferma da tratti di mare che si formavano durante i periodi caldi interglaciali, quando il mare risaliva a livelli simili a quelli di oggi, potendo così giocare un ruolo importante nell’evoluzione umana.

Franklin e colleghi hanno utilizzato moderni schemi di vegetazione esistente lungo la costa meridionale della Provincia del Capo per riprodurre il modello di vegetazione che pensavano esistesse nei vari tipi di suolo, così come era stato per il clima (in particolare le piogge) dei passati periodi glaciali, che avevano caratterizzato la maggior parte del tempo in cui erano comparsi gli esseri umani moderni.

Il modello ha rivelato che l’antico paesaggio sui bassi fondali emersi durante i periodi glaciali avrebbe aggiunto all’Africa meridionale un’area terrestre grande quanto l’Irlanda.

In questo paesaggio vicino alla costa dominava il ‘fynbos’, una sorta di vegetazione simile alla macchia mediterranea, fatta di arbusti bassi, ma ricco di specie, tipico dell’attuale Provincia Floristica del Capo, un hotspot di diversità vegetale.

Le pianure settentrionali erano invece per lo più praterie cresciute in pianure alluvionali poco profonde su roccia fresca.

Questa vegetazione, simile ad una savana, è rara nel paesaggio attuale e potrebbe aver ospitato la megafauna tipica dei periodi glaciali, che nella documentazione archeologica include una grande varietà di specie da pascolo, compreso il gigantesco bufalo africano, insieme ad altri di cui non c’è più traccia in questa parte dell’Africa, come, ad esempio, le giraffe.

La pianura Paleo-Agulhas aveva una diversità estremamente ampia di specie vegetali, così come una maggiore varietà di ecosistemi e di comunità di piante rispetto a quelle presenti oggi in questa regione, in cui alla vegetazione sugli altipiani si alternavano pianure alluvionali larghe e poco profonde, con boschi e prati.

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