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I primi umani vissero nella gola dell’Olduvai adattandosi ad ambienti mutevoli

Scritto da Leonardo Debbia il 25.01.2021

L’Olduvai (ora chiamato Oldupai), in Tanzania, è un avvallamento di circa 48 chilometri di lunghezza nella pianura di Serengeti, chiuso alle estremità da pareti ripide. Conosciuto in tutto il mondo come sito antropologico forse ‘unico’ del suo genere, è fondamentale per le ricerche sull’origine della nostra specie, tanto che viene chiamato anche ‘Culla dell’Umanità’.

L’Olduvai deve la sua fama a Louis e Mary Leaky, i due antropologi britannici che nel secolo scorso vi rinvennero una discreta quantità di antiche specie umane – forse le più antiche in assoluto – che permettevano di ricostruire origini e sviluppo del genere Homo nel corso di milioni di anni.

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Un nuovo lavoro interdisciplinare sul campo ha ora condotto alla scoperta del punto più antico della gola di Olduvai, dove, 200 milioni di anni fa, i primi esseri umani hanno utilizzato un’ampia varietà di habitat, a seguito dei cambiamenti ambientali succedutisi in varie fasi durante un lungo arco temporale.

La scoperta è stata pubblicata sulla rivista scientifica Nature Communications.

Situato nel cuore dell’Africa orientale, il Rift System, la serie di grandi ‘rotture’ della crosta terrestre, è una regione dove la ricerca sulle origini umane è la più completa, dal momento che vanta straordinarie tracce di specie umane estinte e caratteristici residui ambientali distribuiti attraverso diversi milioni di anni.

Per oltre un secolo, antropologi e paleontologi hanno esplorato gli affioramenti del Rift dell’Africa orientale e, mediante indagini e scavi continui, hanno riportato alla luce svariati fossili di ominidi.

Tuttavia, la comprensione dei contesti ambientali in cui vivevano questi ominidi è rimasta alquanto incompleta e ancora da chiarire, a causa di una evidente carenza di studi paleoecologici da porre in associazione diretta con i resti culturali.

Nel nuovo studio pubblicato su Nature Communications i ricercatori del Max Planck Institute for the Science of Human History (Germania) si sono avvalsi della collaborazione di colleghi dell’Università di Calgary, in Canada, e dell’Università di Dar es Salaam, in Tanzania, per indagare più a fondo nel sito di Ewass Oldupa (che significa ‘la strada per la gola’ nella lingua locale), considerato che il sito si trova lungo il percorso che collega il bordo con il fondo del canyon.

Gli scavi hanno scoperto i più antichi strumenti in pietra olduwan mai trovati prima nella gola di Olduvai, i tipici ciottoli arrotondati risalenti a più di 2 milioni di anni fa.

Questi scavi di lunghe sequenze di sedimenti vulcanici stratificati orizzontalmente, opportunamente datati, indicano la presenza di ominidi già tra i 2 e gli 1,8 milioni di anni fa.

I fossili di mammiferi (bovini, maiali selvatici, ippopotami, pantere, leoni, iene, scimmie), rettili e uccelli, associati ai resti dei manufatti ed esaminati con una serie di studi interdisciplinari, hanno messo in evidenza i vari cambiamenti dell’habitat, in un periodo di oltre 200mila anni, che hanno interessato i sistemi fluviali e lacustri, producendo via via prati di felci, folti boschi, paesaggi bruciati naturalmente, palmeti sul lago e habitat di steppe aride.

Le prove scoperte mostrano una ciclicità nel ripetersi degli eventi di cambiamento che si presenta come un sottoinsieme di ambienti, intervallati da momenti in cui risalta l’assenza di attività ominina.

L’occupazione di ambienti vari e instabili, anche dopo un’attività vulcanica, è uno dei primi esempi di adattamento alle trasformazioni ecologiche”, sostiene Pastory Bushozi, della Università di Dar es Salaam.

La presenza ominina in ambienti mutevoli e tanto differenti è realmente unica in questa età primordiale e mette in luce i complessi adattamenti comportamentali che dovettero affrontare i primi gruppi umani.

Di fronte al cambiamento degli habitat i primi esseri umani non modificarono sostanzialmente gli attrezzi di cui disponevano e la loro tecnologia restò a lungo invariata, anche in condizioni tanto diverse.

Indicativi della loro versatilità sono i tipici utensili in pietra dello ‘stile olduwan’, ciottoli affilati e ciottoli poliedrici che continuarono ad essere utilizzati anche durante i cambiamenti ambientali.

L’implicazione è che due milioni di anni fa i primi esseri umani avevano la capacità comportamentale di sfruttare di continuo e con determinazione una moltitudine di habitat utilizzando strumenti di pietra affidabili per lavorare sulle piante e macellare animali.

Sebbene a Ewass Oldupa non siano ancora stati recuperati fossili dei più antichi ominidi, fossili di Homo abilis sono stati rinvenuti a soli 350 metri di distanza dal sito indagato in depositi risalenti a 1,82 milioni di anni fa.

Mentre è difficile sapere con certezza se H.abilis fosse presente a Ewass Oldupa, il prof. Julio Mercader, dell’Università di Calgary afferma che questi primi esseri si spostavano ampiamente nel territorio e lungo le rive dell’antico lago.

Mercader segnala inoltre che probabilmente anche altre specie di ominidi – ad esempio, le australopitecine – realizzavano e usavano strumenti di pietra a Ewass Oldupa, dato che sappiamo con certezza che in quel momento il genere Paranthropus era presente nella gola di Oldupa.

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