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Siti sommersi dei primi aborigeni individuati al largo della costa australiana

Scritto da Leonardo Debbia il 24.07.2020

Al largo delle coste australiane, antichi siti archeologici sommersi attendono solo di essere riscoperti, secondo quanto afferma uno studio pubblicato i primi di luglio sulla rivista ad accesso libero PLOS ONE dal prof. Jonathan Benjamin, archeologo della Flinders University di Adelaide, in Australia.

Alla fine dell’èra glaciale, il livello del mare era molto più basso di oggi e la costa australiana si trovava più lontana di 160 chilometri rispetto alla linea di costa attuale.

Quando il ghiaccio prese a ritirarsi e il livello del mare tornò a crescere fino a raggiungere il suo livello odierno, circa due milioni di chilometri quadrati di territorio australiano – una notevole porzione di continente – dove i popoli aborigeni avevano vissuto fino ad allora, vennero completamente sommersi.

E’ quindi molto probabile che molti siti dei primitivi aborigeni dell’epoca siano attualmente sott’acqua.

In questo recente studio, Benjamin e il suo team riassumono i risultati di diverse campagne svolte sul campo – o meglio, in mare – per tre anni, tra il 2017 e il 2019, durante le quali sono state impiegate una serie di tecniche, basate sia sul telerilevamento aereo che sottomarino, sia su indagini dirette sui fondali da parte di subacquei, per localizzare e investigare le tracce degli eventuali siti archeologici sommersi.

Di questi siti, ne sono stati individuati ed esaminati due, al largo della costa di Murujuga, conosciuta anche come Arcipelago di Dampier, nel nord-ovest dell’Australia.

Nel Canale del Capo Bruguieres, in acque poco profonde, da 2 a 4 metri sotto il livello del mare, i subacquei hanno identificato 269 manufatti risalenti ad almeno 7000 anni fa, mentre un solo manufatto è stato identificato in una sorgente d’acqua dolce nel sito di Flyong Foam Passage; questo, risalente ad almeno 8500 anni fa. Nell’entroterra, in concomitanza, sono stati rinvenuti più di un milione di petroglifi, ossia testimonianze di arte rupestre, segno inequivocabile della presenza umana.

Questi sono i primi siti archeologici sottomarini confermati trovati sulla piattaforma continentale australiana, 12000 anni fa ritornata completamente all’asciutto.

“40mila anni fa qui c’era la terraferma”, sostiene l’archeologa Chelsea Wiseman, della Flyinders University.

Da sottolineare che all’epoca, mentre l’Australia era abitata da uomini preistorici, le Americhe erano ancora prive di presenza umana.

I risultati raggiunti dimostrano l’utilità delle nuove tecniche esplorative per la localizzazione di siti archeologici sommersi. Gli autori, specie gli australiani, sperano che queste tecniche possano essere migliorate e ampliate in futuro per il recupero sistematico e l’indagine di antichi manufatti culturali aborigeni.

Gli studiosi esortano inoltre la Comunità scientifica perchè l’esplorazione futura si possa basare non più solo su procedure scientifiche accurate e sicure, ma possa avere anche una legislazione che protegga e gestisca questo patrimonio delle coste australiane ancora tutto da esser portato in luce.

“Gestire, indagare e comprendere l’archeologia della piattaforma continentale australiana in collaborazione con i custodi tradizionali aborigeni è una delle ultime frontiere dell’archeologia australiana”, fa appello Benjamin, che aggiunge: “I nostri risultati sono un primo passo per colmare una lacuna importante nella storia umana di questo continente”.

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