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Trattamenti odontoiatrici nel Paleolitico

Scritto da Leonardo Debbia il 24.08.2015

I nostri antenati dell’Età della Pietra dovevano soffrire di problemi dentari di non poco conto, quando si pensi al tipo di alimentazione che seguivano, ricca soprattutto di zuccheri. Uno sprone non indifferente per l’aumento della carie, anche se provenienti per lo più dalla frutta.

Il mal di denti, le carie, gli ascessi e tutte le altre infezioni della bocca collegate allo stato dei denti dovevano costituire senza dubbio un assillo praticamente quotidiano per i nostri antichi predecessori, privi com’erano di dentisti in grado di alleviare i loro patimenti!

Per la verità, durante il Neolitico, non mancavano, tuttavia, i rimedi, anche se ovviamente empirici, di cui siamo venuti a conoscenza dal rinvenimento di otturazioni primitive, applicate ricorrendo alla cera d’api, come il caso della mascella dell’Uomo di Lonche, rinvenuta in Slovenia, a pochi chilometri dal confine italiano, e conservata oggi presso il Museo di Storia Naturale di Trieste.

foto: Stefano Benazzi

Su Nature Scientific Reports, è stata resa nota ora una ricerca, tutta italiana, su un trattamento dentistico praticato alcune migliaia di anni fa.

Il paziente in questione, un cacciatore venticinquenne, visse 14mila anni fa sulle Dolomiti venete. La scoperta dei suoi resti risale al 1988, in un sito denominato Ripari di Villabruna, nelle vicinanze di Sovramonte (Belluno).

La sepoltura è stata fatta risalire ad un arco temporale collocato tra 13.820 e 14.160 anni fa e tra i resti scheletrici è stato rinvenuto un dente, il terzo molare inferiore destro, mostrante una cavità particolare che, attentamente esaminata dai ricercatori dell’ Università ‘Alma Mater’ di Bologna, è stata riconosciuta come il risultato di una asportazione manuale di una porzione cariata interna.

Siamo in presenza quindi di un vero e proprio intervento, che è stato possibile riconoscere grazie all’utilizzo del microscopio elettronico a scansione (SEM), con cui i ricercatori dell’Ateneo bolognese, insieme ai colleghi dell’Università di Ferrara, hanno potuto evidenziare delle striature artificiali con una V, a forma di sezione trasversale e diversi micrograffi, disposti parallelamente alla loro base, all’interno della cavità dentale.

Stando ai ricercatori, i graffi e le scheggiature sarebbero stati lasciati dall’uso, ante mortem, di una punta di selce di dimensioni estremamente piccole con cui il paleodentista avrebbe ripulito la cavità e quindi, facendo leva, avrebbe asportato la carie.

“Il tessuto infetto è stato rimosso usando uno strumento piccolo e affilato”, conferma Stefano Benazzi, il paleoantropologo dell’Università di Bologna che ha condotto lo studio svolto.

Il campione di Villabruna è quindi una prova evidente che i nostri antenati del tardo Paleolitico conoscevano gli effetti deleteri della carie, ma sapevano anche come intervenire con un trattamento manuale efficace per la pulizia della cavità dentaria, senza dover ricorrere alla trapanazione.

Finora, infatti, si era a conoscenza di interventi sui denti praticati in un periodo tra il Mesolitico e il Neolitico, risalenti a circa 9000 anni fa.

Ma non si aveva alcuna notizia di interventi così antichi come questo.

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