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Sostanze tossiche e raggi UV: mix micidiale per i batteri su Marte

Scritto da Leonardo Debbia il 25.07.2017

La superficie del Pianeta Rosso non pare proprio adatta alla sopravvivenza dei microrganismi.
I raggi ultravioletti, infatti, reagiscono con i perclorati presenti nel suolo marziano trasformandosi in potenti battericidi, i quali – come non bastasse – a loro volta vanno ad interferire con altre sostanze, dando luogo ad un cocktail micidiale.

A questa conclusione sono giunti Jennifer Wadsworth e Charles Cockell, astrobiologi dell’Università di Edimburgo, in Scozia, che hanno verificato la possibilità della presenza di vita batterica in un suolo a composizione analoga a quella marziana, in condizioni di irraggiamento UV.

I risultati dello studio sono stati pubblicati sulla rivista Scientific Reports.
Secondo i risultati ottenuti dai due studiosi, alcuni composti chimici ossidanti, sotto l’azione della radiazione ultravioletta, produrrebbero sostanze in grado di uccidere le cellule batteriche in pochi minuti.
Le considerazioni finali sono scaturite dalle analisi di laboratorio che sono state condotte riproducendo le condizioni esistenti sulla superficie del pianeta e rilevate dal Phoenix Mars Lander della NASA nel 2008, unitamente alla spettroscopia effettuata dalla sonda orbitante della NASA Mars Reconnaissance Orbiter del 2015, i cui dati hanno dimostrato la presenza di perclorati nel suolo e nella brina di Marte.

Wadsworth e Cockell hanno condotto una simulazione in laboratorio e analizzato gli effetti di queste sostanze sui batteri contaminanti che vengono trasportati dalle sonde spaziali, tra cui il più frequente è il Bacillus subtilis.
Ebbene, allorché il perclorato di magnesio viene sottoposto all’azione dei raggi ultravioletti ad onda corta che si abbattono costantemente sul suolo marziano, diviene un potente battericida che uccide in pochi minuti le cellule del B. subtilis presenti nel suolo per una profondità di uno-due millimetri.
Altro che vita batterica su Marte! Ma non è tutto.
L’azione battericida dei perclorati verrebbe potenziata ulteriormente da altri componenti del suolo marziano, quali gli ossidi di ferro e il perossido di idrogeno, che andrebbero ad aumentare la tossicità del mix di ingredienti.

L’ambiente sarebbe senza dubbio più ‘ospitale’ qualora si scendesse due o tre metri sotto la superficie del suolo marziano. Soltanto lì gli organismi sarebbero al sicuro, schermati e protetti dalle radiazioni.
“Ciò che abbiamo scoperto interessa un millimetro o due di spessore del suolo”, conferma la microbiologa Diana Margheritis, di Thales Alenia Space, responsabile della protezione planetaria della missione promossa dall’Agenzia spaziale europea (Esa).

Per quanto riguarda la ricerca futura, il rover ExoMars russo-europeo, che dovrebbe essere lanciato verso il Pianeta Rosso nel 2020 alla ricerca di segni di vita, sarà dotato di un trapano che potrà raggiungere una profondità massima di 2 metri.
Giova precisare che B. subtilis non è un microrganismo dei più resistenti.

“Non è del tutto fuori luogo pensare che forme di vita più forti avrebbero potuto forse trovare un modo per sopravvivere”, ammette Wadsworth. “E’ importante quindi che si continui a prendere tutte le precauzioni possibili per cercare di non contaminare Marte, inviando lassù bacilli terrestri esportati dalle nostre sonde”.

E’ del febbraio scorso la conclusione possibilista basata su impronte di batteri (o alghe?) locali cui erano giunti alcuni scienziati del Cnr dopo l’esame accurato delle foto ricevute dai rover, in cui le rocce avrebbero mostrato stratificazioni analoghe a quelle lasciate sulla Terra dall’azione di microrganismi fossili.

E’ di questi giorni la notizia secondo cui per un team di studiosi a maggioranza italiani le prove dell’esistenza di vita aliena potrebbero effettuarsi cercando su altri pianeti tracce fossili come quelle biogeniche che si trovano sulla Terra, quali orme o escrementi di dinosauri.

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