Gaianews

Vulcanelli

Scritto da Leonardo Debbia il 02.10.2014

Fino a qualche giorno fa, la maggior parte dell’opinione pubblica non conosceva neppure questo termine, purtroppo venuto prepotentemente e tragicamente alla ribalta in questi giorni, per la orribile fine di due bambini, in Sicilia, nell’Agrigentino, dove uno di questi ‘vulcanelli’ è esploso, eruttando fango e gas e uccidendo i due piccoli, rei solo di voler osservarne l’attività da vicino.

Vulcanelli_di_Macalube_near_Aragona_Sicily_2

Il vulcanello delle Maccalube nell’Agrigentino, teatro della tragedia del 27 settembre 2014  (fonte: Wikipedia)

I ‘vulcanelli’ sono infatti espressioni minori di manifestazioni, anche di notevole entità, diffuse in diverse parti del mondo, dall’Indonesia all’America del Nord, dall’Asia all’Antartide.

Indipendentemente dalle dimensioni, si tratta di vulcani ‘freddi’ che eruttano fango, anziché lave, a temperature intorno ai 60-70 gradi.

Non sono pochi, probabilmente oltre 1100, sparsi su tutto il pianeta, e fanno notizia solo per vicende tragiche come quella accaduta in Sicilia o per l’imponenza dei fenomeni, qualora raggiungano eruzioni di una certa importanza.

Come quella del 2006, ad esempio, avvenuta sull’Isola di Giava, dove fu sufficiente la perforazione di un pozzo, ad opera della compagnia petrolifera PT Lapido Brantas, per scatenare un’eruzione di fango che sommerse completamente una dozzina di villaggi, costringendo migliaia di persone all’evacuazione e che sta tuttora riversando fango e gas sull’Isola.

Nel caso di Giava, pare che le trivelle di perforazione avessero raggiunto una sacca di fango sotto pressione a 3000 metri di profondità.

Non deve ingannare, comunque, la differenza tra il vulcano di Giava e i vulcanelli siciliani, che riguarda soltanto le dimensioni.

In Azerbaijan – altro esempio – ne esistono di 10 chilometri di diametro e 700 metri di altezza.

Come si vede, le dimensioni variano, ma le strutture hanno in comune genesi ed espressioni.

La maggior parte di questi fenomeni trovano origine in aree sottoposte a forti stress e notevoli spinte geologiche. Rocce sedimentarie che si imbevono di acqua fino a raggiungere pressioni critiche o tensioni accumulatesi in prossimità di giacimenti petroliferi gassosi o, ancora, accumuli in eccesso di gas in vicinanza di fenomeni magmatici intrusivi.

In ogni caso, si tratta sempre e comunque di sacche di varia grandezza, interne alla crosta terrestre, dove si vengono ad accumulare gas e acqua sotto forti pressioni che, una volta raggiunto il limite critico, si espandono con violenza, cercando vie d’accesso verso la superficie, dove, a seconda delle pressioni iniziali, del percorso effettuato e dei volumi di gas all’origine, si manifestano con dimensioni diverse, dai cosiddetti ‘vulcanelli’, di dimensioni ridotte, ai grandi edifici vulcanici, assimilabili ai ‘cugini’ vulcani di tutt’altra natura, temperatura e prodotti.

La pericolosità è comunque indubbia, non essendo prevedibile l’inizio dell’attività, che è sempre improvvisa.

“Non è possibile prevedere questi fenomeni naturali”, afferma Rocco Favara, direttore della sezione di Palermo dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV). “Occorre studiarli e avere un sistema di monitoraggio e di controllo simile a quello utilizzato per vulcani e terremoti”.

Lo studioso, illustrando i meccanismi evolutivi del fenomeno, che in Italia interessa anche molte altre regioni, dalla Campania all’Emilia, auspica che anche nel nostro Paese si possa giungere ad uno studio più attento e più dettagliato.

“Anche se” – aggiunge Favara – “purtroppo i soldi per poterlo fare sono pochi”.

© RIPRODUZIONE RISERVATA