Gaianews

Caldo e afa. Ovvero, quando il sistema clima ‘va in blocco’

Scritto da Leonardo Debbia il 31.07.2015

Qualcuno lo ha definito ‘il luglio più caldo nella storia della Terra’. In effetti, non si può non convenire che il caldo che ha accompagnato il mese che sta finendo sia stato un evento assolutamente eccezionale.

Da più parti sono state azzardate le ipotesi più varie (e anche le più strampalate) che hanno chiamato in causa un po’ di tutto, dal ‘global warming’, all’inquinamento dell’aria, all’attività magnetica del Sole.

Sole, tramonto

In realtà, qualcosa di nuovo è sicuramente avvenuto.

Sentiamo cosa ne pensano gli esperti del clima.

I ricercatori del Politecnico Federale di Zurigo hanno cercato di spiegare l’evento, formulando una ipotesi con cui mettono in evidenza la causa prima che ha dato il via al fenomeno.

Secondo gli studiosi svizzeri, su una certa regione della Terra (in questo caso, l’Europa), per motivi non ancora ben del tutto chiari, può accadere che talvolta ogni movimento atmosferico si fermi, che si instauri una sorta di ‘blocco’ del sistema.

E’ questo blocco che viene individuato come la causa prima del caldo elevato di queste giornate particolarmente torride.

Ma cosa fa scattare questo blocco, come fosse un impianto di condizionamento che ‘va in tilt’?

Pare che a determinare il blocco atmosferico (così definito dagli stessi meteorologi) sia un’alta pressione che si forma in quota, nella troposfera superiore, tra i 5 e i 10 Km di altitudine, che impedirebbe alle basse pressioni laterali ‘esterne’ al blocco di entrare in contatto e interagire con l’area ad alta pressione.

Questa situazione, che può interessare aree molto estese, anche di 2000 chilometri di diametro, è in grado di ostacolare il flusso di aria in arrivo dall’Oceano Atlantico, che è deputata alle condizioni del tempo, bello o brutto che sia, sul Mediterraneo.

“La causa primaria di questa particolarissima situazione meteo va ricercata nell’ascensione di masse d’aria calda che dalla troposfera inferiore salgono verso l’alto”, spiega il professor Heini Wernli, fisico dell’atmosfera presso l’Atmospheric Dynamics dell’ETH di Zurigo. “E’ così che quest’area ad alta pressione si forma e mantiene la sua stabilità. Durante la risalita, assume importanza fondamentale il calore latente, un parametro finora tenuto in scarsa considerazione in climatologia”.

Il calore latente è la quantità di energia necessaria affinché avvenga un passaggio di stato, una transizione fisica, ad esempio da una fase solida ad una fase liquida (e in questo caso si parla di calore latente di fusione).

“Nella risalita – continua Wernli – le masse d’aria calda, incontrano temperature più fredde e si condensano in vapore acqueo, rilasciando energia. Il riscaldamento conseguente che si sviluppa durante questo processo richiama altra aria calda verso l’alto”.

Questo meccanismo, in grado di bloccare il flusso delle correnti in arrivo dall’Oceano Atlantico, può andare avanti per giorni, se non per settimane.

Se esista un legame con il riscaldamento globale, ossia con l’aumento di temperatura del nostro pianeta, al momento è difficile a dirsi.

Certamente, non è una novità che temperature più elevate favoriscano un maggiore tasso di umidità dell’aria che, condensandosi, fa aumentare il calore latente.

I ricercatori ritengono che quest’ultimo parametro possa essere, d’ora in avanti, utilizzato più appropriatamente per le previsioni meteo, specie per far fronte in anticipo alle ondate di calore a lungo termine.

Per concludere, va precisato – dicono gli studiosi – che il blocco atmosferico non è un fenomeno collegato unicamente all’estate e al caldo afoso.

Se il blocco si forma in inverno, i suoi effetti sono nebbia e freddo persistente, fenomeni che interessano tanto di frequente la Pianura Padana, la Svizzera e il Sud della Germania.

“Il blocco atmosferico è la causa delle peggiori condizioni atmosferiche che interessino la nostra vita quotidiana, dalle ondate di calore al freddo intenso”, conclude Wernli.

Per il nostro benessere, non resta che augurarci che in avvenire questo fenomeno si ripeta il meno possibile e che il progredire del suo studio possa trovare qualche soluzione che ne possa attenuare gli effetti.

© RIPRODUZIONE RISERVATA