Gaianews

I grandi carnivori e noi. Intervista a Giorgio Boscagli

Scritto da Redazione di Gaianews.it il 28.10.2014

I GRANDI CARNIVORI E NOI. INTERVISTA A GIORGIO BOSCAGLI, UNA VITA TRA LUPI E ORSI

di Giacomo D’Alessandro*

Si parla ormai per il nostro paese di ritorno dei grandi predatori, cosa significa?

I grandi Carnivori – lupo, orso, lince – rispetto a 50-60 anni fa stanno sicuramente “riutilizzando” pezzi di territorio dai quali erano stati cacciati, sterminati o erano comunque scomparsi.

Partiamo dal Lupo, di cui si occupa da una vita…

Lupo

Il lupo ha compiuto una naturale ricolonizzazione del territorio, a partire da una situazione (anni ‘60) in cui era rimasto soltanto nell’Appennino centro-meridionale in alcune aree isolate fra loro, vere e proprie isole ecologiche. Progressivamente ha ritrovato le condizioni essenziali ad una ricolonizzazione: forte incremento delle prede selvatiche (cervi, caprioli e soprattutto cinghiali), ma anche e soprattutto l’avvio di una vera e propria campagna nazionale per la conservazione del lupo (l’operazione San Francesco del WWF, la fondazione del Gruppo Lupo Italia…). Alla fine degli anni ‘70 cominciano ad arrivare segnalazioni, notizie prima vaghe e incerte e poi sempre più pressanti sul fatto che ritorna il lupo al nord dei monti Sibillini, le alte Marche, il Casentino, l’Appenino tosco-marchigiano-romagnolo.

Come si è avuta la certezza del ritorno del Lupo?

Si era molto increduli sulle carcasse che venivano ritrovate fino a che le province di Forlì, Pesaro e Arezzo nel 1982 decisero di attivare una indagine per capire se si trattava di lupi e se si trattava di episodi (lupi fuoriusciti dal proprio territorio per centinaia di chilometri, come non è raro che avvenga). Invece si ebbe conferma di un processo di ricolonizzazione che stava partendo.  Questo trend è proseguito fino ad oggi, e siamo ormai ad un passo dalricongiungimento tra la popolazione italiana di lupo (Canis lupus italicus)  e quella balcanica. In questi 30 anni ci sono state molte considerazioni critiche, ma direi anche farneticazioni: chi ha supposto che i lupi siano stati liberati deliberatamente, chi ha ipotizzato fughe da recinti francesi dove il lupo è stato tenuto in cattività… Oggi l’immagine della distribuzione del lupo in Italia abbraccia l’intera cordigliera appenninica e tutto l’arco alpino con diversi livelli di densità.

Quanto è stata importante la politica?

La campagna non è stata solo giornalistica o di sensibilizzazione, essa ha avuto forti riflessi di carattere normativo, con vari decreti fino alla legge n. 968 del 1977, dove fu stabilito che il lupo passava in pratica dallo status di animale nocivo ad essere particolarmente protetto. Sono seguite fasi di rafforzamento di questa filosofia, ad esempio la popolazione italiana del lupo è entrata nelle specie prioritarie della Direttiva Habitat dell’Unione Europea, quelle sulle quali va fatto il massimo sforzo di protezione da parte degli stati membri. Quando abbiamo definito i siti di interesse comunitario della rete Natura 2000, tutti noi esperti del settore abbiamo dovuto tenere conto di quali fossero le specie considerate prioritarie e definire i confini dei siti sulla base delle esigenze di conservazione di queste specie.

E per quanto riguarda la conservazione dell’Orso, che lei ha affrontato in Abruzzo?

L’orso ha due situazioni distinte per zoologia e storia: abbiamo la popolazione storica di Orso marsicano (Ursus arctos marsicanus) nell’area del Parco Nazionale d’Abruzzo e dintorni, la cui popolazione dall’inizio degli anni 30 non sale e non scende, ma è vicina alla situazione di rischio: 40-50 individui. Qui c’è bisogno di un grosso sforzo dei soggetti decisori: io ritengo che la conservazione dell’orso marsicano abbia un profilo di valore identitario per il nostro Paese analogo a quello che potrebbe avere la difesa del Colosseo o di Pompei.

Non è un’affermazione esagerata?

L’Orso marsicano è una sottospecie, se non addirittura una specie autonoma, ed è talmente adattato a questa particolare situazione dell’Appennino che se lo perdessimo non potremmo pensare di re-importarlo da qualche altra parte. In un Paese di grande cultura umanistica (e di scarsa cultura naturalistica) io ritengo che sia davvero così: noi non siamo in grado di ricostituire (salvo il caso delle clonazioni) il genoma di una specie animale. Mentre abbiamo strumentazioni e tecnologie tali da ricostruire nei minimi dettagli qualsiasi opera fatta dall’uomo. Mentre per il Lupo possiamo essere orgogliosi del risultato ottenuto, tale da poterlo vantare sui tavoli dell’Unione Europea, per l’Orso dell’Appennino siamo ancora lontani.

L’Orso è presente anche sulle Alpi?

Sulle Alpi la popolazione di orsi (Ursus arctos) del Parco dell’Adamello Brenta è stata fortemente in declino negli anni 70, con vari tentativi, anche discutibili, di ripopolamento. C’è poi un’altra micro-realtà nel Tarvisiano, con varie segnalazioni di presenza di orso sul versante friulano. Fino a inizio ‘900 qualche orso in quell’area era presente, lo affermo in base ad una ricerca che ho condotto personalmente, e si tratta dell’estrema propaggine nord-occidentale della popolazione balcanica. Negli anni ‘90 è maturato il convincimento nelle istituzioni trentine che fosse arrivato il momento di salvare l’orso (ridotto ormai a 4-5 esemplari: sarebbe giusto accertare le responsabilità di chi ha permesso che si arrivasse a quel punto). In questi casi bisogna assolutamente intervenire con un ripopolamento, infatti è molto più difficile reintrodurre una specie dopo che è scomparsa del tutto, così partì un’operazione di ripopolamento con orsi catturati in Slovenia, operazione – possiamo dire oggi – coronata da pieno successo (siamo ad almeno 40-45 individui). Io mi auguro che prima o poi ci sia una naturale riconnessione con la popolazione del Tarvisiano. C’è per fortuna un trend lentissimo di espansione sui versanti italiani.

Cosa sappiamo della Lince?

Un valido esperto su questo felino è senz’altro Bernardino Ragni dell’Università di Perugia. Abbiamo una situazione con grossi punti interrogativi in Appennino, dove c’è chi sostiene che la lince (Lynx lynx) ci sia stata fino a tempi recenti, chi fino a pochi secoli fa, chi che ci sia tuttora. Ci sono forti dubbi che qualcuno possa averne liberato qualche esemplare in maniera più o meno clandestina. Nelle Alpi abbiamo un nucleo in Trentino Alto Adige, ma la situazione è meno definita che non per lupo e orso.

Perché è importante chiarire che il lupo non è stato reintrodotto, ma ha continuato ad esserci, a sopravvivere?

Il lupo sta tornando progressivamente nei territori che ha abbandonato più di recente, quelli che hanno ancora caratteristiche minimamente accettabili di idoneità ambientali. Questo vuol dire che ne abbiamo ancora molta, nel nostro Paese, di qualità ambientale. E che l’aumento notevolissimo delle risorse alimentari (Ungulati selvatici reintrodotti negli ultimi 30 anni) e della copertura boschiva è stato essenziale per ricostituire ambienti ed ecosistemi utilizzabili dal lupo, che è davvero un animale plastico ecologicamente, capace di adattarsi a situazioni diversissime. Tanto è vero che oggi abbiamo segnalazioni che ci lasciano perplessi, di ambienti con una notevole densità di persone dove si aggirano i lupi (penso alla periferia di Rimini)…

E’ necessario che l’uomo si ritiri per la ripresa di certi ecosistemi?

Questo varia molto rispetto alle specie e alle loro esigenze. Grazie all’esistenza e all’ampliamento delle aree protette in Italia (23 parchi nazionali, 130-140 parchi regionali, centinaia di aree protette), dagli anni 60 ad oggi si sono introdotti criteri e adottate regole nell’uso del territorio che hanno favorito una buona crescita della qualità degli interventi umani. Ma se pensiamo che su 8000 km di coste italiane, circa 7000 sono coperti da cemento o da utilizzo intensivo, capiamo che bisogna entrare nella logica di ripristinare ambienti naturali. Per quanto si possa cercare di intervenire con delicatezza e oculatezza, in molti casi è la semplice presenza umana che confligge con la presenza della fauna selvatica.

Non è un limite impensabile al progresso di un paese come il nostro?

Il nostro è un paese occidentale, evoluto, una delle potenze mondiali, non possiamo pensare di farlo tornare una immensa area wilderness, ma bisogna stabilire delle priorità: quanto teniamo che la tartaruga o la foca monaca tornino a utilizzare parte delle nostre coste? Sul lupo abbiamo già lavorato bene, ora sappiamo che con un minimo di regole sul territorio il lupo può convivere con noi. Ciò ha un costo. Se riteniamo la sua conservazione un valore culturale, scientifico, storico, per la collettività nazionale, dobbiamo agire di conseguenza, essere disponibili a pagare qualcosa. Quando vogliamo restaurare Pompei perché cresca il suo valore anche di carattere economico turistico, noi spendiamo tasse dei cittadini in questa direzione. L’approccio è analogo per i costi della conservazione della natura.

Abbiamo delle politiche certe per salvare il salvabile?

Vedo molto problematica la nostra presunzione, quel cercare subito i risultati di interventi che riteniamo in buona fede i più utili possibile, perché abbiamo bisogno di spenderceli sul piano politico. La biologia di una specie come l’orso ha una lentezza tale che nelle circostanze migliori può consolidare un trend di crescita nell’arco di decenni, fatto salvo qualche tracollo come avvelenamenti a tappeto o situazione da terza guerra mondiale in cui si perdono le redini di tutto. Oggi è molto difficile – per l’orso – sancire con certezza che quel tale intervento per quel tale obiettivo avrà successo nel giro di 8-10 anni. Dobbiamo fare un piccolo atto di umiltà, e se siamo convinti di un’azione, continuare a battere nella stessa direzione facendo delle correzioni in corso d’opera quando riteniamo opportuno, ma senza che qualcuno suoni il violino dicendo “abbiamo vinto” o si stracci le vesti dicendo “abbiamo perso” di anno in anno.

Da Direttore che prospettive vede nei Parchi naturali italiani? C’è un progetto comune a lungo termine?

A 60 anni, da testimone e a volte – nel mio piccolo – protagonista della conservazionein Italia, ho qualche certezza: oggi le aree destinate alla conservazione della natura sono completamente uscite dalle priorità della politica. Questo Paese non è stato capace di dare seguito a un momento di grande crescita culturale, gli anni ‘70-’80 del secolo scorso, che ha portato a una davvero pregevole legge quadro sui Parchi (L. 394/91) per uno stato grande e variegato come il nostro. Gran parte dei parchi ancora oggi soffre di una forte difficoltà organizzativa, di riferimenti normativi mancanti, di risorse insufficienti. L’altro problema è che stiamo vivendo da anni una crisi economica e di difficoltà ad individuare la nostra identità come Paese. Il mito dell’industria ci si sta sbriciolando tra le mani; il mito del know how artigianale non riusciamo ad attivarlo se non per le grandi firme.

Noi stiamo facendo lo sforzo, con le poche forze a disposizione, di far diventare i Parchi dei posti dove davvero si conservi la natura, ma anche delle aree di sperimentazione per nuovi modelli di economia, più compatibile. Tutti oggi si riempiono la bocca della parola “ecosostenibilità”; certo, è politicamente corretto, quasi obbligatorio, ma a me piacerebbe chiedere a molti di quelli  che la citano: qual è il meccanismo a feedback positivo che tu pensi di attivare con questo tipo di intervento rispetto a quell’ecosistema? Quanti saprebbero rispondere?

L’Italia si gioca molto del suo futuro sociale, economico e produttivo nel valorizzare e dare priorità al suo patrimonio naturalistico, oltre che culturale e artistico. Quali ostacoli dobbiamo superare, a partire dal nostro piccolo?

Io di fondo sono un ottimista, sono davvero convinto che per la storia e la genetica che gli italiani si portano dentro, frutto di centomila interlocuzioni fra popoli diversi, abbiamo una grande capacità di adattamento e di inventiva. Vorrei vedere una classe politica più capace di raccogliere questa dote naturale del Paese. Negli ultimi 20 anni la situazione è stata di un progressivo declino, basta vedere l’attenzione dei media su questi temi; i parchi nazionali in passato avevano tutti i mesi la doppia pagina sull’Espresso, tutte le settimane le prime pagine della cultura sui grandi quotidiani. Oggi, salvo il caso eclatante, la problematica è relegata nella cronaca locale, nel folclore, destinato a un piccolo target marginale. Mi rattrista la perdita di “potere contrattuale” del mondo ambientalista rispetto alle istituzioni, e l’incapacità del mondo ambientalista di fare fronte comune. Non ci siamo riusciti e non ci stiamo riuscendo: è più facile litigare tra quattro gatti ed essere convinti di avere ciascuno la verità rivelata e che gli altri sono tutti imbecilli. Questo possiamo e dobbiamo cercare di superare.

* realizzata con Giorgio Boscagli, biologo, Direttore del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, a Pratovecchio (AR) il 27 agosto 2014

© RIPRODUZIONE RISERVATA