Siamo a Fara in Sabina, nella Valle della Madonna, in provincia di Rieti. Luogo ricco di storia, abbazie e riserve naturali. Anche qui fa capolino l’annosa questione delle centrali a biomasse. I cittadini e le associazioni locali hanno passato l’estate a lottare contro: Coordinamento dei Comitati Centrale biomasse NO GRAZIE, Popolo 33, Montopoli Rinnovabile, Aria Dop Biomasse STOP. Lo scorso agosto erano circa 500 le persone a manifestare con una fiaccolata, accompagnati dagli amministratori comunali di maggioranza e opposizione, per scongiurare la sempre più probabile realizzazione a Fara in Sabina del progetto di centrale a biomasse presentato dalla ditta Convert Italia. Ma non è il solo progetto contro cui la gente rema contro. I paesi coinvolti sono anche Montopoli, Ponte Sfondato, Passo Corese, Poggio Mirteto e Nazzano.
In questi giorni i facenti parte dei vari comitati, ma anche semplici cittadini interessati alla questione, stanno facendo dentro e fuori da riunioni e assemblee. Il prossimo passo, dopo aver inviato 1200 lettere alla Provincia, sarà farsi sentire di nuovo. I vari gruppo stanno solo aspettando che venga loro comunicato il giorno della conferenza dei servizi in Provincia per “andare sotto a manifestare, dando il nostro sostegno a quelle componenti istituzionali che si opporranno al progetto”, dicono. I comitati ci tengono ad essere uniti in un movimento apartitico, che abbia come unico fine quello di impedire la realizzazione di nuove centrali “E’ facilmente intuibile come l’eventuale approvazione di questa centrale a Fara in Sabina possa poi condizionare anche l’iter amministrativo di molte altre centrali in via di approvazione, come a Nazzano, Forano o altre” comunicano ancora alla stampa.
Da parte della Provincia arriva il comunicato dell’assessore alle Politiche Energetiche della Provincia di Rieti, Giancarlo Felici (fonte AgenParl, l’agenzia parlamentare) che si dice in sostanza “contrario che nella zona di Ponte Sfondato venga realizzato l’impianto di energie rinnovabili a biomasse. Ma perché questo non resti solo un mio punto di vista bisogna che gli Enti coinvolti e i comuni di Fara e Montopoli sostengano questa tesi.” Inoltre specifica un chiarimento circa “ il ruolo della Provincia di Rieti e delle altre Province laziali che, in assenza di strumenti programmatori regionali, altro non possono fare se non certificare le richieste e i progetti presentati in ottemperanza alle linee guida nazionali.”
Parla anche la ditta Convert, attraverso un comunicato stampa del presidente Giuseppe Moro, apparso sul sito stesso dell’azienda, in relazione al progetto di costruzione di un impianto a biomasse a Fara in Sabina, illustra i principali vantaggi derivanti dalla sua messa in funzione, nel pieno rispetto di tutte le norme di sicurezza. Non solo, nello specifico, lo stesso presidente si dichiara pienamente disponibile a fornire al più presto alla comunità locale tutti i chiarimenti sul progetto stesso, sulla sua ecosostenibilità e sui benefici dell’utilizzo delle biomasse. Riassumendo, Fara in Sabina ospiterebbe un impianto sicuro, ecologicamente sostenibile, avente un minimo impatto sul territorio, al pari di “un campo da calcetto a cinque”, come si legge, e godrebbe di un inserimento armonioso nel territorio. “Ciò che c’è è molta disinformazione a proposito”, sostiene Moro “nel processo di combustione viene utilizzata biomassa vergine (legno non trattato) e certificata, con assenza di qualsivoglia sostanza clorurata, evitando quindi in modo completo la formazione di diossine.”
La centrale a biomasse è in pratica un impianto che brucia elementi biodegradabili, ricavandone energia. Questi elementi possono essere, legname da ardere, residui agricoli e forestali, scarti dell’industria agroalimentare, reflui degli allevamenti, rifiuti urbani, specie vegetali coltivate per lo scopo. Secondo gli ambientalisti, per ridurre l’impatto ambientale e i danni per la salute dell’uomo, sarebbe necessario che centrali di questo tipo fossero di piccole dimensioni e che utilizzassero solo biomasse locali, a chilometro zero, evitando in questo modo il trasporto da luoghi lontani. Bisogna vedere quanto spesso sia davvero così, quanto le intenzioni non vadano a mescolarsi con interessi e speculazioni.
Intanto la gente della zona storce il naso. Pensa alle nano polveri, ai possibili effetti cancerogeni che queste possono arrecare e ai danni che si possono causare all’ambiente; all’aria maleodorante che magari dovrà essere costretta a respirare, o, peggio, alle malattie polmonari e cardiovascolari che un rilascio nell’aria di emissioni di ossidi di azoto o di particelle di biossido di zolfo possono causare; si chiede se ci sarà ancora qualcuno poi disposto a vivere in zona e come cambierà il paesaggio dopo l’ipotetica realizzazione di quello che in sostanza è sempre, secondo i più, un inceneritore. Pochi altri invece, guardando, ad esempio, alla centrale di Dobbiaco, in provincia di Bolzano, si chiedono se davvero forse non sia quello l’esempio da seguire, se i fattori di reale sicurezza ed eco-compatibilità possano essere mantenuti, confidando nelle buone intenzioni di chi ha potere decisionale in merito.